Gropina, monumento al dna romanico

Pesante e quasi goffa, eppure piena di fascino e adoratata dagli appassionati del Medioevo, la pieve di San Pietro a Gropina è un idolo, un paradigma. Qui ne evidenzieremo i difetti, per ragionare insieme poi sulla sproporzione tra la fama di questa chiesa e la passiona che suscita; e arriveremo – con chi non si dissocerà troppo presto – a considerazioni interessanti sui reali motivi di questa sproporzione.

Per le sue dimensioni – ben 32 metri di lunghezza per 15 di larghezza, tre ampie navate di sette campate ciascuna – la pieve di Gropina è la maggiore tra le grandi “parrocchiali” del Casentino e del Valdarno, in Toscana, caratterizzate dalla ripresa della forma basilicale di derivazione paleocristiana. E’ quasi nullo – primo difetto? – il suo apporto nell’evoluzione della ricerca architettonica dei costruttori romanici: non è coperta da volte, se si esclude la piccola crociera nell’ultima campata di ciscuna navatella; non ci sono pilastri compositi, che nelle chiese romaniche evidenziano e scaricano i giochi di pesi e forze, ma solo colonne dall’entasi accentuata (che vuol dire più “ciccione” di quanto servisse); niente costoloni, né tiburi, né cupole, né transetti, ne deambulatorio. Insomma: quanto alla struttura, Gropina si differenza da una basilica paleocristiana solo… per l’accentuarsi della gravità delle proporzioni.

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Il pulpito e, sotto, alcuni capitelli (foto: Francesco Sala)

La grande pieve toscana, inoltre, pur essendo stata edificata tutta tra l’XI e il XII secolo, porta i segni di ripensamenti e rifacimenti, che la rendono addirittura deforme. Le colonne ai due lati nella navata camminano con un passo differente, tanto che le corrispondenti non sono allineate tra di loro; e questo accade probabilmente perché le navate laterali sono un’aggiunta posteriore, realizzata, per di più,  in epoche differenti su un lato e sull’altro. Vario e incoerente è, di conseguenza, anche l’apparato scultoreo: al pulpito quasi barbarico  e ai capitelli “primitivi” con fogliame e animali che stanno da un lato della navata – famosissimo tra tutti quello della scrofa che allatta – rispondono sull’altro lato altri pezzi scolpiti molti decenni più avanti, e dal sapore quasi borgognone.

 

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Il presbiterio e l’abside (foto: Francesco Sala)

Ancora: San Pietro a Gropina vanta un’abside, questa sì notevolissima all’interno e anche all’esterno – dove però una strana e asimmetrica aggiunta sormonta la copertura e spiazza di nuovo lo sguardo -; però alla nobile parte orientale risponde una facciata spoglia, sghemba, che nessuno può definire bella. Allo stesso modo nessuno può definire bello il campanile, povero e più tardo di secoli.

Ma più ci si sforza di evidenziare i “limiti” di questa signora dalle forme e dalle misure inattese, più va spiegato come mai, allora, San Pietro a Gropina è nota e amata anche più di altre chiese coeve che magari vantano importanti cicli di affreschi, o ben altra perfezione architettonica. Ebbene: forse più che in ogni altra chiesa dell’Europa medievale, a Gropina è evidente che il romanico è sì un tempo di raffinata e progressiva ricerca architettonica; ma è anche – e soprattutto? – un tempo di sincera e possente ascesi. Il romanico è (anche) un’immediata “traduzione in struttura” di una attesa spasmodica, per certi aspetti sregolata, sicuramente profonda e strabordante; ed è evidente, a Gropina ancor più che altrove, che questo afflato di preghiera e di lode fatte pietra, solo in parte si fa incanalare e contenere; e addirittura supplisce alle carenze di ordine e di estetica, e là dove non riesce ad esprimerle, le rende non necessarie. Se a Gropina, dunque, manca la ricca eleganza formale di Vézelay, non manca invece – anzi è presente e potente – lo stesso delirante desiderio dell’incontro con il soprannaturale.

Un amico chiedeva pochi giorni fa, in una discussione comune, perché mai non può essere definito romanico l’interno del Duomo di Orvieto, che pure ha forma basilicale, ha pilastri tondi e capitelli a foglie, e ha copertura a capriate in legno, proprio come tante chiese romaniche toscane e italiane. La risposta si trova a Gropina: anche qui non ci sono né le volte a crociera, né il Cristo in Gloria affrescato nell’abside, né i pilastri compositi e i matronei; ma nelle pietre di Gropina – le splendide foto di un altro amico, Francesco Sala, lo certificano – si può sentire anche oggi, a mille anni di distanza, il respiro del tempo romanico, ansioso e insieme abbandonato alla fede. Che ad Orvieto, invece, cent’anni dopo, non soffia più.

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La muratura e le colonnine dell’abside (foto: Francesco Sala)

 

7 pensieri su “Gropina, monumento al dna romanico

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Luca Borgia (da Fb):
    Uhm, Gropina mostrerà pure discrepanze dovute al cantiere ripreso in più fasi, ma non è l’unica che ha queste anomalie. Trovo che ci sia sempre un po’ troppa severità sulle chiese italiane, qua, al punto di parlare esplicitamente di difetti, rispetto a quelle d’oltralpe. Saranno più raffinate e monumentali, e va benissimo. Ma non penso che ci sia il bisogno di questa severità, malcelata, per la pieve di Gropina: che ha una certa popolarità, e meno male, visto che per arrivarci dall’autostrada occorrono alcuni km. Serve che la gente ci vada, visto che è sempre aperta e c’è un custode disponibile: non è facile, meglio invogliare la gente a girare invece che metterla sull’attenti con un “famosa, ma…”. in Italia, tra terremoti, controriforma, barocco, guerre e via dicendo ci son stati parecchi danni: i “ma…” ci sono un po’ ovunque.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Gropina non ha volte, non ha matronei, non ha transetto, non ha deambulatorio… Non per questo non è intensamente appassionante: volevo dire questo, e provare a confrontarmi sul perché. Dire che una chiesa è “semplice” eppure fortemente appassionante non scoraggia certo i visitatori. 🙂

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      • Giulio Giuliani ha detto:

        Luca Borgia (da Fb):
        Non ne sono sicuro, visto che ne abbiamo a iosa senza le particolarità elencate, e oltre a quelle mancanze non hanno nemmeno la corrente elettrica, perché interne ai cimiteri, comunali ecc. (niente soldi, disuso…): la gente storce il naso anche di fronte agli affreschi, causa difficoltà visive, e fa cattiva pubblicità, o se ne va senza finire di visitare. Constatato una volta di più, di persona, a Briona, due settimane fa per la giornata del romanico novarese: S. Alessandro non è Gropina, ma non è certo l’ultima ruota del carro tra le chiese novaresi, anzi. Potrei dire lo stesso per chiese potenzialmente interessantissime come Balocco, penalizzate da una ridecorazione tarda che andrebbe eliminata senza patemi. Se si fanno “appunti” su casi complessivamente felici come Gropina (il complessivamente include tutto, non solo le sculture o il fascino dei difetti, pure la fruibilità), chissà il resto. Cambia niente, eh, tanto è la nicchia della nicchia della nicchia, ma insomma…

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      • Stefano Corsano ha detto:

        Ben venga sempre l’appassionata e sincera discussione su un tema che già di per se’ si presta a conclusioni non univoche (per fortuna), cioè quale sia o non sia un’opera d’arte e quali criteri debbano usarsi per arrivare all’una o all’altra conclusione. Posto che debba essercene una per forza.

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