Tudela: la rinascita (breve) di Lazzaro

Il chiostro intero di Tudela sa di morte e di rinascita. Aleggia sotto i portici, e circonda i capitelli, pur bellissimi, il racconto di un decesso, seguito da una resurrezione. Che però fu solo parziale, incompleta, e infine di nuovo segnata dalla morte. Proprio come quella che toccò in sorte a Lazzaro, protagonista della più notevole tra le storie scolpite nel chiostro.

Povero Lazzaro di Betania. Dei quattro evangelisti, ne racconta la vicenda il solo Giovanni, nel capitolo 11; ed è a questo testo che, ovviamente, si rifà il capitello di Tudela. Eccadde che Lazzaro, fratello di Marta e di Maria, e quindi amico di Gesù, si ammalò gravemente:

Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». Ora Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; com’ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: (…) «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma vado a svegliarlo». (…) «Lazzaro è morto, e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» (…) Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro.

TudelaLazzaroDarioDiazCosin1

Il capitello di Lazzaro in una foto, particolarmente intensa, di Darìo Dìaz Cosìn, autore anche delle altre qui sotto

E insomma: lo dice Giovanni – e lo pensiamo anche noi lettori moderni – che il Signore attese la morte dell’amico, prima di incamminarsi verso il suo cappezzale. E lo fece per scelta: al suo miracolo serviva un uomo morto, e decisamente morto. Tutti, non solo noi, rimproverano a Gesù questo ritardo strumentale. Lo fa, pur piena di fiducia, anche Marta, la quale “disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Parole ripetute tali e quali da Maria, in lacrime. E anche ai Giudei sembra piacere poco questa cosa, cioè che il Maestro, detto con parole semplici, abbia lasciato morire l’amico Lazzaro.

Il Signore però sa quello che vuole, e non perde tempo ulteriore:

Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui.

Pur se riportato in vita dal Cristo, il povero Lazzaro, conobbe la malattia, la morte e la sepoltura. La sua vicenda resta velata di inquietudine: permane il disagio di aver dovuto assaggiare – al servizio del miracolo grande che il Signore voleva compiere – anche il fetore della decomposizione, ed è evidente il fastidio di chi, pur assistendo alla sua resurrezione, fu costretto – il capitello di Tudela lo racconta in modo preciso – a turarsi il naso di fronte ad essa.

E ancor di più il povero Lazzaro avrà dentro di sé recriminato, io credo, per questa resurrezione, concessa a lui per primo, ma concessa a lui… solo in forma provvisoria. Ben diversa sarà la gioia di chi risorgerà dai morti per vivere in eterno tra i beati; ma a lui, a Lazzaro, l’amico Gesù ha donato solo un nuovo breve tempo di vita: è risorto, il povero Lazzaro, ma semplicemente per tornare a vivere un altro pezzo della vita di prima, un altro scorcio di esistenza terrena, che durerà un soffio, fino alla nuova morte che comunque non tarderà, col suo carico di nuova sofferenza.

Nel chiostro di Tudela qualcun altro, come Lazzaro, muore e risorge per vivere solo un altro istante: accade alla scultura romanica, che sui capitelli di questo chiostro si spegne, e allo stesso tempo rivive, ma solo per un altro breve periodo. Muore, perché i capitelli istoriati di Tudela, pur essendo stilisticamente paragonabili a quelli del miglior romanico, e pur costituendo un ciclo ricchissimo di vicende e di immagini, vedono ormai drasticamente perduti l’ardore e la foga visionaria che della scultura romanica sono elementi essenziali, e che qui – come accade nel chiostro “gemello” di Arles – lasciano il posto alla ricerca di eleganza e di coerenza descrittiva. E se a Tudela contenuti e modalità rappresentative tipicamente romaniche sembrano sopravvivere ancora, siamo comunque di fronte ad una nuova vita breve e precaria, perché è incombente ormai il tempo gotico, quello delle navate e dei chiostri in cui i capitelli smetteranno di raccontare.

Proprio come quella di Lazzaro, la resurrezione della scultura romanica a Tudela è più propriamente una sopravvivenza: si annuncia in pompa magna – pochi chiostri medievali si presentano altrettanto ricchi – come un vero miracolo in grado di stupire tutti coloro che vi assistono. Ma dura il tempo di un tramonto, dorato e immobile come questo chiostro e i suoi capitelli.

∼    ∼    ∼

Spiega il bellissimo sito “Cenobium” che, eretto nella seconda metà del XII secolo, il chiostro di Santa María in Tudela comprende uno dei più grandi e ambiziosi cicli di capitelli scolpiti nella penisola iberica. Il chiostro – nonostante 12 capitelli siano andati distrutti e siano stati sostituite da un pezzo liscio non decorato – può vantarsi come nessun altro dell’abbondante presenza di pezzi “istoriati”: su un totale di 64 capitelli, almeno 43 sono di carattere narrativo. Il ciclo deve il suo stile e le sue peculiarità al fertile ambiente artistico del periodo intorno al 1170, quando furono sviluppati molti importanti progetti in cui le nuove forme architettoniche romaniche si unirono a innovazioni scultoree.
Siamo nella regione spagnola di Navarra e, spiega ancora “Cenobium”, dopo la conquista della città araba di “Tutila”, nel 1119 la moschea principale fu demolita, e sostituita da una chiesa cristiana dedicata a Santa Maria. Il chiostro fu costruito durante regno di Sancio VI di Navarra il Saggio (1150-1193): un’iscrizione funeraria del 1174 sulla parete nord del chiostro, proprio di fronte al capitello dedicato alla resurrezione di Lazzaro, aiuta a collocare in quegli anni il completamento della struttura con i suoi capitelli. Curioso il fatto che Sancho VI fosse il fratello di Margherita di Navarra, regina reggente di Sicilia e madre del re normanno Guglielmo II, sotto il quale furono costruito il chiostro di Monreale.

TudelaChiostroJoséLuisFilpoCabana1

Il chiostro di Santa Maria (foto di José Luis Filpo Cabana)

 

 

 

Un pensiero su “Tudela: la rinascita (breve) di Lazzaro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.