Gerace, i giganti nascosti nella navata

Se c’è un luogo romanico dove andare a respirare, se c’è uno spazio in grado di accogliere e, insieme, di far riprendere al cuore un ritmo consueto dopo i nostri giorni più tesi e assediati, quel luogo è la vasta navata dell’Assunta, a Gerace. Più ancora che una chiesa, più ancora che una basilica sospesa tra antico e medioevo, questo interno è uno spazio dell’anima, che all’anima è in grado di ridonare un pacificato respiro. E il segreto sta proprio a metà del percorso.

Nel suo lungo distendersi e nel ritmo elegante delle colonne – tante, tantissime – l’immensa basilica di Gerace riporta, secondo gli storici dell’arte, ai modelli paleocristiani, all’esempio nobile di Ravenna, e per suo tramite ai venti bizantini. Eppure qualcosa… E poi parla di Roma, e finanche della Grecia, questa basilica, con i capitelli antichi, tutti di riuso come peraltro i sostegni, e tutti bellissimi, che quasi si aggrappano in cima alle colonne, uniche fragili gemme nel corso continuo e piano del tessuto delle pareti. Eppure qualcosa…

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La navata dal fondo della basilica

Eppure qualcosa interviene. Qualcosa testimonia. Qualcosa garantisce. Eppure qualcosa certifica che questa chiesa è romanica, e per questo dà pace. Lo dicono le carte antiche, che la basilica dell’Assunta è frutto della colonizzazione normanna di questa terra calabra, e che fu costruita alla fine dell’XI secolo. Ma andassero anche tutti bruciati, i documenti e gli studi, anche senza fonti e garanzie coloro che sentono all’unisono con Before Chartres non avrebbero dubbi: Gerace ha un cuore, o meglio un battito, che non è più né romano né bizantino; e quel battito, quel possente battito, cade proprio a metà della sua navata.

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Lo scorcio di una navatella

Rifiutando le processioni continue e quasi stucchevoli di colonne tutte uguali viste a Ravenna e dintorni – che non danno pace ma semmai senso d’ansia – l’architetto normanno dell’Assunta ha imposto ai sostegni della sua navata un incredibile ritmo alternato. E così l’ha voluta: su ogni lato, cinque colonne, un grande pilastro, altre cinque colonne. Da una parte e dall’altra, a metà del corso uniforme della basilica, quel grande pilastro batte il tempo ben scandito del romanico. Non più fluire d’inerzia, ma sistema. Lo spazio della navata è unico, ma allo stesso tempo – proprio grazie a quei due pilastri – è scandito in due quadrati successivi. Gli archi tra navata e navatelle, da una parte e dall’altra, non sono più come onde che passivamente si susseguono; al contrario, proprio grazie a quei due pilastri, segnano il passo ragionato che è dell’uomo pensante: un passo, dall’ingresso a metà navata; una sosta, per riflettere; un altro passo, dai pilastri di metà navata al transetto; una sosta, per contemplare, perché da lì in poi sarà il sacro.

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Alcuni dei capitelli

Gerace è il romanico portato alla sua più sottile e più evidente essenza. Gerace è l’esempio, a cui bastano due pilastri per ricordare i capisaldi, i concetti essenziali dell’architettura sacra medievale: cadenza, ordine, sistema, senso. E poi massa, cioè realtà in equilibrio: e che cosa sono, se non massa, ed equilibrio, e realtà, quei due pilastri?

Come giganti di calcare giallo, sono loro che puntellano, loro che sostengono, loro che fondano. Sono loro che trasformano la basilica antica di Gerace in uno spazio romanico, fatto di pietre d’altri tempi, ma in grado di ridare pace al nostro sabato, e nuova fiducia alla domenica che sta arrivando.

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Il pilastro tra transetto e navata

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La pianta della basilica

L’interno disteso e perfettamente leggibile della basilica di Santa Maria Assunta a Gerace contrasta fortemente con l’esterno della chiesa. La grande aula a tre navate, coperta da capriate, a cui si aggiungono il transetto e il presbiterio voltati in pietra, è stata riportata dai restauri alle forme volute da chi la costruì tra la fine dell’XI secolo e i primi decenni del successivo; ma la chiesa ha subìto nei secoli vicissitudini complesse, ed è stata modificata dall’uomo più volte, e più volte colpita e scoperchiata dai terremoti. All’esterno queste vicende lasciano il segno: una facciata a cui si somma impropriamente il campanile posteriore, pareti laterali in gran parte ricostruite, ingressi via via aggiunti sui lati e anche sulle absidi, un tiburio lontano dalle dimensioni originali, la bella cripta, di notevoli dimensioni, anch’essa in parte ricostruita. Stupisce ancora di più, in questo contesto di complessa e sofferta metamorfosi, come l’interno si proponga ancora oggi piano e chiaro, magicamente sereno.

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