Fieno e oche nella pieve, e non è eresia

Quando vivevo nella Bassa padana trasformavo, con un sottile gioco dell’immaginazione, le grandi corti di campagna in monasteri medievali; oggi mi affascinano le abbazie romaniche o le pievi canoniche che, una volta abbandonate dai religiosi, sono state conquistate dai contadini, dai loro animali, dai granai e dalle rimesse.

Esiste, tra l’abbazia romanica e la grande corte di campagna, una straordinaria assonanza. E’ chiusa infatti intorno al chiostro la prima, mentre la seconda allo stesso modo si struttura intorno all’aia o all’ampio spazio di servizio ai lavori dei campi. Entrambe, abbazia e corte, sono costituite da edifici connessi tra loro, a proteggere un nucleo vuoto al centro e tutto murato all’esterno. Nella corte agricola l’edificio che spicca è la casa padronale, che è più grande e più alta delle altre costruzioni ma con tutte armonicamente dialoga; e lo stesso fa la chiesa dentro il nucleo monastico: si eleva ma non si stacca, spesso in completa continuità anche quanto ai materiali con cui è costruita, e con cui è costruito tutto il resto. E come nel monastero romanico ricorre l’arco a tutto tondo, che segna i porticati dei chiostri, così esso ritorna nelle corti di campagna che, anche nei secoli recenti, grandi archi a tutto tondo pongono a delimitare gli spazi coperti per carri e masserie, e a sostenere i fienili. Se poi del chiostro di un sito monastico resta un solo portico, più questo è rustico e povero e più richiama le tettoie delle case rurali, riparo di attrezzi e animali, come accade nella deliziosa pieve di Sovicille. Quest'”abbazia” che potrebbe essere una corte sorge a Ponte allo Spino, nel contado senese, e fu forse insieme monastero e abitazione del vescovo, e conserva bella la chiesa del XII secolo, che un tempo poteva essere coperta in pietra; qui a Sovicille il campanile aiuta a discernere, ma anche così l’insieme degli edifici, resi semplici dal passare del tempo, può trarre in inganno, specie se osservato da lontano, per come sorge isolato in mezzo alla pianura.

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L’ala del chiostro rimasta in piedi a Sovicille (foto: Sailko)

E’ tanta e tale la somiglianza tra un’abbazia e una corte di campagna che a volte a distinguere un sito monastico da un insediamento contadino – Before Chartres lo ha sottolineato già in un altro articolo – è solo la presenza della curva dell’abside, o delle absidi: sono queste curve, più ancora che un campanile, che rivelano e che identificano una chiesa, e quindi un monastero, là dove si poteva pensare di osservare un semplice agglomerato agreste.

Peraltro, l’affinità delle forme si fonda sull’affinità delle funzioni. E gli insediamenti monastici del tempo romanico erano, in effetti, anche grandi corti rurali: possedevano latifondi, e ospitavano conversi, cioè laici dedicati al servizio del monastero, i quali lavoravano le terre e allevavano in bestiame, e riempivano l’abbazia dell’odore e dello spirito profondo della zolla coltivata, e dei suoi frutti, e degli animali di campagna.

Proprio perché l’abbazia romanica e la corte padronale contadina sono così simili nella struttura e così affini nell’anima – i monasteri dei secoli successivi avranno ben altro snobismo! – non dà imbarazzo vedere oggi un monastero, magari mutilo e in parte in rovina, ma conquistato più del lecito dalle funzioni contadine; e anzi emoziona osservare un monastero che sopravvive trasformato, definitivamente invaso da queste funzioni, diverse eppure così intimamente connesse con quelle religiose.

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Tuscania, l’abbazia di San Giusto

E’ così, ci si emoziona a Tuscania, dove l’abbazia di San Giusto si distende tra i campi e le strade, in un angolo prezioso del Lazio, e nel passato, prima di essere ristrutturata, ha a lungo ospitato una modesta azienda che praticava l’agricoltura e l’allevamento. E altrettanto piena di fascino è Sant’Urbano ad Apiro, nel maceratese, che fu abbazia, è diventata azienda agricola, e oggi ha una decisa vocazione turistica: qui la metamorfosi è stata compiuta e poi congelata in modo forzato; e ora un lindore e un ordine imposti di recente lasciano il sito sospeso nel dubbio – è un monastero, oggi, oppure è una fattoria e una locanda? -. E comunque anche qui sono le tre absidi dell’edificio principale a dire che sì, stiamo guardando una chiesa, o quella che fu una chiesa.

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Apiro, Sant’Urbano (la foto in copertina è presa dal bel sito abbaziadisanturbano.it)

Chi cerca questi luoghi sospesi, che sembrano aver avuto una seconda e magari una terza vita – in origine abbazia, poi corte contadina, infine di nuovo abbazia o magari resort di lusso – apprezza in essi un’altra dote speciale: è la complessità, la non linearità dei volumi di questi monasteri-fattoria, determinata appunto spesso dall’intrecciarsi delle funzioni assunte. Tra gli esempio più eclatanti c’è San Costanzo al Monte, nel cuneese, dove l’antica chiesa, dopo che per anni i locali di tutto il monastero sono stati fecondati dallo sporco lavoro della terra, si è trasformata ed è quasi un mutante, per metà privata di sé, se non fosse per quelle absidi possenti che non si possono confondere. La stessa strutturazione complessa, frutto appunto del sommarsi di attività parallele, oltre che delle ristrutturazioni dei secoli successivi, si ritrova in Sant’Urbano ad Apiro, anche all’interno della stessa chiesa.

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San Costanzo al Monte

Con acribia gli studiosi e i restauratori si sforzano di riportare alla funzione e alle forme originarie le pievi e le abbazie che, nel corso dei secoli, sono state espropriate dai contadini, dalla paglia, dai pollai. Gli esiti sono i più vari: Before Chartres ha già raccontato di San Martino a Fromista, in Spagna, che ha rinnegato completamente il suo passato “di fattoria”, come pure della chiesa di Sant Pere a Cassérres, di cui certo non diresti oggi che è stata per decenni ridotta a fienile – e la Spagna si conferma così terra di restituzioni radicali, a costo di eccedere nella ricostruzione dell’antico -; in Italia in diversi casi si è dimostrata maggior moderazione, così che gli interventi hanno lasciato sopravvivere le contaminazioni, come dimostrano appunto a Tuscania e ad Apiro gli esempi citati. Non sono l’unico, evidentemente, ad accettare come naturale questo dolce mescolarsi tra il profumo del sacro e quello del lavoro dei campi, che nel tempo romanico era realtà quotidiana, e che non c’è ragione di rifiutare per eccesso di purismo.

 

 

13 pensieri su “Fieno e oche nella pieve, e non è eresia

    • Tiziano Sovernigo ha detto:

      Spesso antichi complessi monastici e/o conventuali sono arrivati fino a noi grazie al loro “reimpiego” in strutture rurali come abitazioni, magazzini, stalle, che li hanno preservati dall’abbandono e dal completo deterioramento. Anche nelle città spesso antichi conventi sono giunti a noi perché convertiti in caserme e oggi molti recuperati (quasi) nel loro splendore originario.

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  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Luca Borgia (da Fb):
    Non sono molto sicuro del fatto che S. Urbano di Apiro abbia avuto un passato da pollaio. E credo che gli unici travagli costruttivi siano stati quelli di una ristrutturazione nel XIII sec., a memoria. Poi, come spesso accade, i locali un tempo monastici sono stati riadattati. Ma è stato così anche per S. Nazzaro Sesia, molto più che per Apiro. Forse l’esempio marchigiano è quello sbagliato: il lindore è dato dai restauri post sisma 1997. Sarebbe stato più corretto scegliere S:. Croce al Chienti, davvero tramezzata e ridotta a rustico per almeno 150-200 anni, e ora recuperata con un buon restauro.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Piano con gli epiteti, Luca, che ci querelano! 🙂 In effetti Sant’Urbano non ha avuto “un passato da pollaio”, né ha un presente, “da pollaio”. Ma capisco il tuo dubbio: intendevi dire che l’abbazia di Apiro non è stata trasformata in corte di campagna nei secoli passati, ed è vero, perché Apiro è un esempio recente, contemporaneo, di riuso con funzione diverse degli spazi che furono monastero. Intendevo anch’io questo, a dimostrazione che sia nei secoli che nei nostri giorni questa fusione può avvenire e dar luogo a risultati – per me – pieni di fascino.
      Giusto anche dire che la complessità degli spazi interni alla chiesa di Sant’Ubano è dovuta a interventi successivi voluti, a suo tempo, dai religiosi. E’ così, e lo accennavo anch’io nel testo.
      E certamente centrato il richiamo a Santa Croce al Chienti, dove per me, però, si sente meno la fusione, la metamorfosi, la commistione delle funzioni.

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      • Giulio Giuliani ha detto:

        Luca Borgia (da Fb):
        Dalle mie parti, sono stati oggetto di un recupero provvidenziale S. Pietro di Carpignano (NO) e San Valeriano di Robbio (PV). Cantine e rustici in entrambe. La prima a rischio demolizione, per un certo periodo; la seconda vittima del crollo del tiburio e di una parte del presbiterio, rifatti con i restauri in modo da distinguere il nuovo dall’antico. Ma l’elenco credo sia lunghissimo. Se poi tiriamo in mezzo i castelli, soprattutto quelli di pianura, l’uso agricolo è del tutto attuale…

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        • Giulio Giuliani ha detto:

          Maria Pia Morresi (da Fb):
          Condivido pienamente quanto affermato da Luca Borgia! Santa Croce al Chienti, che in questo articolo viene dimenticata, ha subito le peripezie di molte Abazie. In Santa Croce al Chienti San Benedetto di Aniene scrisse la regola dei benedettini, cioè di San Benedetto,per determinare chiarezza e uniformità nell’ordine. Santa Croce al Chienti è una delle tante chiese carolingie presenti nelle Marche!

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          • Giulio Giuliani ha detto:

            Sono decine le abbazie “dimenticate”, come dici tu, da questo articolo, Maria Pia. In realtà, non voleva essere un catalogo, ma una riflessione a partire da alcuni esempi; e Santa Croce al Chienti, come si dice più sopra, tra i tanti che si potrebbero citare, oggi mostra meno di altri, anche per l’importante restauro, la fusione tra due funzioni, quella religiosa e quella “contadina”.

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    Non entro nella diatriba, ma certo gli esempi che fai sono molto interessanti ed è una fortuna che siano stati ben recuperati, con interventi consoni alle architetture. Ho molto apprezzato l’abbazia di Sant’Urbano ad Apiro dove pernottai anche. Peccato che i locali annessi siano stati arredati stile IKEA o peggio Grande convenienza.

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  3. Giulio Giuliani ha detto:

    Maurizio Calcani (da Fb):
    Abbazie ed agricoltura sono sempre andati a braccetto in effetti. Ho avuto modo di riscontrarlo più volte. Esempi eclatanti: Lucedio e Staffarda, ad esempio, ed anche San Costanzo al Monte, dove però ormai le attività agricole sono interrotte definitivamente. Dove invece continuano oggi come allora e ti riportano indietro nel tempo è nella rustica Certosa montana di Montebrnrdetto a Villarfocchiardo (Val Susa) dove si respira ancora una magica atmosfera…

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Giustissima segnalazione, Danilo: l’abbazia di Badia Ardenga, a Montalcino, diventata ben altro, la cui chiesa dell’XI-XII secolo ha perso le navate e l’abside… Un bell’esempio di complesso religioso trasformato in masseria e ora in luogo di ospitalità turistica. Grazie.

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