Erode: una strage riuscita, una fallita

Per il re che volle la strage, per quell’Erode che fece uccidere gli innocenti bambini di Betlemme, nessuno di noi prova compassione. Allo stesso modo, non c’è dubbio e non c’è esitazione quando si parla di Erode nel tempo romanico: nei capitelli e negli affreschi dedicati a questo episodio cruento i ruoli sono fortemente cristallizzati: i soldati compiono la mattanza, le madri assistono impietrite dal dolore, e il re di Giudea osserva la scena, e del delitto risulta senz’alcun dubbio il mandante.

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Santa Cecilia, il capitello: a destra il re Erode

Il mandante. Lo è anche ad Aguilar de Campoo, cittadina del nord della Spagna, nel capitello della chiesa di Santa Cecilia, notevole tra i tanti che raccontano il massacro. Anche qui, in questo pezzo di pregevole fattura, che regge da un lato l’arco trionfale della chiesa, Erode in un angolo è il motore della scena, colui che ordinò la più assurda delle esecuzioni, tramandataci dal solo Vangelo di Matteo, che la racconta nel suo secondo capitolo:

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e (…) chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino (…) e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (…).
Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

Il maestro di Aguilar de Campoo, come fanno in molti nel tempo romanico, porta il re sulla scena. E così facendo ne accentua ulteriormente la responsabilità sul delitto, cancellando anche la possibile attenuante della lontananza, o della decisione presa d’istinto in un momento d’ira, poi impossibile da fermare una volta dato l’ordine. Di più: nel capitello di Santa Cecilia Erode non solo è presente e assiste ad dramma, ma con l’indice della mano sinistra – davvero non si sarebbe potuto scolpirlo più grande ed evidente! – dà l’ordine ai suoi sgherri, e quasi dirige la macabra orchestra; nella destra poi impugna lui stesso una spada, e con questa assesta il colpo di grazia ad uno dei fanciulli innocenti straziati dalle guardie di Gerusalemme.

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La navata della chiesa di Santa Cecilia

Erode, dice qualcuno, non può aver fatto uccidere che qualche decina di bambini: non più di una trentina dovevano essere, secondo i calcoli dei più indulgenti, i bimbi maschi sotto i due anni a Betlemme e nei dintorni. La strage insomma sarebbe stata, per gli storici inclini a minimizzare, poco più che una chirurgica pulizia etnica, limitata nello spazio e nei numeri complessivi. Sarà andata anche così; ma per il maestro di Aguilar de Campoo e per tutti gli artisti del tempo romanico il re Erode è un vero campione di crudeltà, la cui lunga carriera di re sanguinario, capace di restare sul trono della Giudea per quarant’anni proprio grazie alla sistematica eliminazione dei concorrenti – tra cui i suoi stessi figli, le mogli, i parenti – si chiude con la follia di un’altra strage, quasi speculare a quella “degli innocenti”.

Erode la progettò ormai prossimo alla morte, come  geniale e assurdo ultimo atto di crudeltà. Immaginando che i suoi sudditi avrebbero gioito per la sua scomparsa, e roso da questo pensiero, escogitò il modo per far sì che invece molti piangessero dopo la sua dipartita. Ce lo tramanda lo storico Giuseppe Flavio, nel suo “Antichità Giudaiche” (XVII, 8, 3):

… giunse al punto di deliberare un’azione ch’era fuor di ogni legge. Radunati infatti da ogni borgata di tutta la Giudea gli uomini più insigni, comandò che fossero chiusi dentro al luogo chiamato Ippodromo; chiamata poi la sorella Salome con suo marito Alexa disse: “So che i Giudei faranno festa per la mia morte; eppure io posso essere pianto per altre ragioni ed ottenere uno splendido funerale, qualora voi vogliate seguire le mie commissioni. Questi uomini che stanno rinchiusi, voialtri, quando io sarò spirato, ammazzateli tutti, dopo averli fatti circondare dai soldati, cosicché tutta la Giudea e tutte le famiglie anche non volendo verseranno lacrime per me”.

La tradizione vuole che dopo la morte del re la sorella, nonostante l’impegno assunto, si sia rifiutata di far alzare le spade su questi notabili destinate a morire. Per ovvie ragioni, in questa  occasione non fu possibile per Erode, mandante spietato, sovrintendere alla carneficina che aveva pianificato. E la “strage degli innocenti”, l’eccidio dei bambini di Betlemme coetanei di Gesù, restò il più vasto e il più famoso tra i suoi tanti delitti.

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Il capitello della “strage” (foto: David Readman)

 

 

3 pensieri su “Erode: una strage riuscita, una fallita

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Sorprendente. Un capitello decisamente originale; tra i tanti visti non ne ricordo raffiguranti la strage degli Innocenti con un re Erode così vistosamente raffigurato. Sarebbe interessante trovare dei paralleli, che la vicenda narrata è tra le più emblematiche della Natività.

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