La solitudine eccelsa di Castelseprio

Ci sono a Castelseprio, in una piccola chiesa che è l’unico resto di un antico insediamento, romano prima e longobardo poi, degli affreschi di rara bellezza. Il ciclo, scoperto a metà del Novecento sotto intonachi e dipinti successivi, narra con stupefacente maestria alcuni episodi dell’infanzia di Gesù, fin dai fatti evangelici che ne prepararono la nascita.

Siamo di fronte ad un ciclo che sembra uscito dalla mano di un artista in grado ancora di interpretare al meglio la lezione classica, con una padronanza stupefacente dell’impaginazione delle scene, della resa dei corpi e delle emozioni, e addirittura della prospettiva degli ambienti. Gli studiosi non trovano il modo di accordarsi: molti datano queste opere al VII secolo, o anche al precedente; all’estremo opposto le più recenti analisi portano a concludere che il “maestro di Castelseprio” abbia operato nei decenni precedenti al Mille. A metà strada sta l’ipotesi formulata da Sandro Chierici nell’introduzione al volume La Lombardia, nella collana dedicata al romanico italiano da Jaca Book. Scrive:

La lotta iconoclasta venne scatenata a Bisanzio da Leone III Isaurico nel 726; partendo dall’idea che l’adorazione delle immagini sacre costituiva atto di idolatria, proibì l’uso delle immagini stesse nelle chiese orientali, e scatenò un’ondata di distruzione di tutte quelle esistenti. L’immediata reazione del Papato portò allo scisma che durò poche decine d’anni (…) ma fu ugualmente ricco di conseguenze anche per l’arte occidentale. Una di queste, di carattere squisitamente contingente, è rappresentata dalla fuga di molti artisti dal territorio bizantino verso l’Occidente. Di uno di costoro è quasi certamente opera il ciclo di S. Maria foris portas a Castelseprio, che non risulta in alcun modo classificabile nell’ambito della pittura altomedievale lombarda, se non come un fatto eccezionale.

Secondo il Chierici, quindi, il ciclo affrescato di Castelseprio data all’VIII secolo, è opera di un artista in arrivo dall’Oriente e, insomma, fa parte per se stesso; tanto che non ne parlerà più, nelle quasi quattrocento pagine che dedica al “romanico in Lombardia”. Santa Maria foris portas e i suoi affreschi, però, non possono essere ignorati da chi cerca il respiro dei secoli “before Chartres“, prima del gotico: costituiscono infatti l’oggetto di una delle esperienze di visita più emozionanti che la Lombardia medievale riserva agli appassionati.

La chiesetta è costituita da un’aula centrale rettangolare, a cui si accede attraversato il nartece. Su questa navata spoglia e coperta in legno si affacciano tre vasti locali absidati, uno per lato. Gli affreschi si collocano tutti nell’abside centrale, e ciò che resta sono sei grandi scene sul giro dell’abside – nella fascia alta si susseguono Annunciazione e Visitazione, la “prova delle acque” per stabilire la verginità di Maria, il Sonno di Giuseppe, il viaggio verso Betlemme; e poi, sotto, la Presentazione al Tempio e una Natività con l’Annuncio ai pastori – e una settima nella “controfacciata” dell’ambiente absidale affrescato, dove una Adorazione dei Magi è sovrastata da una coppia di angeli in volo.

Le scene nell’abside “distesa” (da archeologiamedievale.unisi.it, elab.) e, sopra, la struttura della chiesa

Tra tutte le scene, è forse quella dell’Annunciazione a dimostrare in modo più compiuto la “classicità” della pittura di Castelseprio, e allo stesso tempo la sua modernità. Il volto di Maria, con le folte sopracciglia e il profondo incavo degli occhi, propone a chi osserva il tipico viso di una fanciulla orientale; al suo sguardo impaurito fa eco, sullo sfondo, quello quasi terrorizzato di una donna che osserva quanto accade; l’angelo, al centro, ancora non ha concluso il suo volo e già parla a Maria, in un gesto insieme naturale e pieno di eleganza. Stupisce a sinistra la felice rappresentazione prospettica delle strutture in cui la scena è ambientata in profondità. A destra di nuovo Maria è rappresentata mentre abbraccia Elisabetta: tra l’Annuncio e la Visitazione corre uno spazio riempito dall’angelo e in particolare dalla sua asta, che si perde proprio dietro la schiena della Madonna, sconfinando così pienamente nella nuova scena.

L’Annunciazione (foto: Sailko)

In ogni scena un dettaglio evidenzia la geniale capacità descrittiva del Maestro di Castelseprio: si osservino ad esempio il polpaccio e la calzatura del personaggio perduto che, nel viaggio di Maria e Giuseppe verso Betlemme, cammina davanti all’asino; o l’angelo che, sullo sfondo della Natività, sbuca da una roccia per cercare i pastori e chiamarli ad adorare il bambino. Se anche ci sfugga l’identità dell’artista che ha realizzato i capolavori di Castelseprio, nessun dubbio ci può essere sulla qualità eccelsa della sua opera. E sorprende come non si ritrovi, in tutta l’arte dei secoli del medioevo, qualcosa di simile a questi capolavori, che aiuti a comprenderne le origini, i riferimenti, la provenienza.

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5 pensieri su “La solitudine eccelsa di Castelseprio

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Annamaria Sacco (da Fb):
    Avevo letto qualcosa a proposito di questa chiesa e dei suoi affreschi, ma ringrazio di cuore per la possibilita’ di rilegger ne. Mi mangio le mani per essermi fatta sfuggire la possibilità di vederli di persona. Grazie grazie davvero.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Luigi Sella (da Fb):
    La questione della datazione però è importante. Solo se si capirà con certezza a quale periodo appartengono gli affreschi di Castelseprio si potrà fare un ragionamento di confronti e di analisi, altrimenti parliamo di una cosa che non comprendiamo.

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  3. Giulio Giuliani ha detto:

    Antonio Pellegrino (da Fb):
    Un altro elemento che spesso sfugge è rappresentato dalle scene che raffigurano anche episodi tratti dai vangeli apocrifi, fatto che ci parla di un mondo iconografico non del tutto ortodosso.

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  4. Giulio Giuliani ha detto:

    Perlamara – Perle A Lume (da Fb):
    In merito all’articolo e alle osservazioni circa la datazione, è sintomatico che la letteratura artistica italiana, specialista per l’area lombarda sia sempre stata incline a datare gli affreschi tra VII e VIII secolo, mentre gli studiosi di arte bizantina, e in primo luogo l’autorevolissimo Kurt Weitzmann, abbiano piuttosto preferito collocare gli affreschi all’epoca della rinascenza macedone per via dei confronti stringenti con la produzione miniata bizantina (la pittura – ahinoi – è andata interamente perduta), soprattutto il Paris. gr. 139 e il “rotulo di Giosuè” della Bibl. Ap. Vaticana. E poi… non c’era anche la questione della stratigrafia degli intonaci, ovvero che gli affreschi si troverebbero al di sopra di un numero cospicuo di fasi d’uso dell’edificio, avvalorando così l’analisi stilistica (fermo restando – naturalmente – il terminus ante quem dell’iscrizione graffita che menziona Arderico, arcivescovo di Milano, 936-948)?

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