Notevolissima tra le facciate del medioevo italiano, quella San Pietro “fuori porta”, a Spoleto, mi ha sempre dato da pensare quanto alla datazione dei suoi ricchissimi rilievi. Alcuni dei quali – i più celebrati! – mi sono sempre sembrati “tardi”, addirittura orientati da uno spirito più gotico che romanico. Dopo aver osservato di nuovo di persona l’intero ciclo, e dopo aver passato un’ora almeno a scattare foto – non c’è che dire: questo fronte è uno spettacolo notevolissimo -, e dopo aver riletto il giudizio dei più autorevoli tra gli esperti, provo a qui a sintetizzare, quanto alla datazione delle sculture, i pareri che trovo più interessanti e, per quel che vale, anche il mio.
La facciata di San Pietro, chiesa antichissima, è ciò che resta della completa ricostruzione di San Pietro in epoca tardoromanica, a tra XII e XIII secolo. E’ in questo lasso di alcuni decenni a cavallo dei due secoli che sono stati realizzati tutti i rilievi che la decorano: oggi proviamo a datarli con più precisione, anche con l’aiuto dell’illustrazione qui di seguito, che divide la facciata della chiesa – o meglio la decorazione che l’ha resa famosa – in quattro zone distinte e coerenti.
La prima, la zona A, consta di quattro riquadri, due per parte, collocati a destra e a sinistra del grande spazio centrale sotto il timpano – spazio centrale che è rimasto vuoto anche se nel progetto originario qui era previsto un mosaico, sul modello di quanto avviene, sempre qui a Spoleto, nella cattedrale -. Nei quattro riquadri scolpiti di questa zona più alta troviamo i due apostoli Pietro e Andrea, e due tori, simbolo del sacrificio di Cristo. Su questi rilievi i commentatori concordano: risalgono agli ultimi decenni del XII secolo, e si possono a pieno titolo definire romanici.


Nella zona C abbiamo sei riquadri, tre per parte, che rappresentano, con rilievi piani e distesi, storie di uomini e di bestie. A sinistra vediamo, dall’alto, un leone con le zampe incastrate in un tronco, e un boscaiolo che coraggiosamente lavora con l’ascia per aprire il legno e liberare la fiera: si tratta di una nota storia edificante della tradizione medievale, che subito sotto prosegue con il leone grato al boscaiolo; sotto ancora, il leone invece ghermisce un soldato. La morale è semplice: chi ha l’umiltà e la bontà nel cuore, viene risparmiato dalla punizione, che invece è inesorabile per i superbi. A destra i riquadri corrispondenti raccontano, dall’alto in basso, della volpe che si finse morta per ingannare i corvi e papparseli e del lupo che provò a leggere ma rimase sempre col pensiero fisso al montone, cioè al prossimo pasto; nel terzo, infine, un leone germisce un drago. Anche per questi sei riquadri, peraltro non ben conservati, la critica parla di sculture realizzate alla fine del secolo XII, o comunque di romaniche nei temi e nel linguaggio. E sottolinea la comune fonte di ispirazione, che è appunto la favolistica medievale.


Più controversa è la datazione dei quattro riquadri superiori, quelli che abbiamo segnato in giallo. I due a sinistra raccontano cosa succede alla morte di un uomo che per tempo si è pentito dei peccati commessi, la cui anima viene pesata e salvata in barba al demonio che si appende alla bilancia, e cosa accade invece al peccatore impenitente, che appena morto è legato e tormentato dai diavoli, mentre un povero angelo se ne va sconfitto; i due a destra rappresentano Gesù che lava i piedi a Pietro e Andrea e la chiamata dei due apostoli. Per Giulia Tamanti, queste quattro lastre scolpite sono coeve ai riquadri sottostanti; ma a me sembrano avere un tratto più elegante, e li definirei già gotici nello spirito. Non sono il solo: anche il documentatissimo sito “I luoghi del silenzio” è su questa posizione, e spiega:
i rilievi posti in alto, a sinistra e a destra, quelli raffiguranti la Morte del Giusto e del Peccatore, e i due [rilievi] con San Pietro non fanno riferimento ai temi della fabulistica medievale, il materiale utilizzato è diverso, e l’esecuzione, in particolare per la Morte del Giusto, è più raffinata; ciò porta a far sospettare una diversa bottega o un periodo di esecuzione diverso rispetto al resto dei bassorilievi posti inferiormente, che invece appartengono probabilmente alla stessa epoca, tra la fine del secolo XII e i primi del XIII e sono verosimilmente opera di un unico gruppo di scultori.
Insomma: i due riquadri con la morte del giusto e del peccatore, e i due corrispondenti, con Gesù che chiama Pietro e Andrea e con la lavanda dei piedi, potrebbero essere i più recenti di tutta la facciata, risalgono probabilmente al XIII secolo già avviato, cioè all’ultima fase della ricostruzione, e a fatica possono essere considerati ancora romanici. Se i sei sottostanti, come abbiamo visto, si ispirano al ciclo del Renan de Renart e alla favolistica che ha gli animali per protagonisti, di questi quattro che li sovrastano si potrebbe dire che sono quasi boccacceschi; molto divertenti, molto fotografati, molto noti ma… poco romanici.
Quanto ai rilievi più vicini al portale, quelli nella zona verde, su entrambi i lati si susseguono, in sette riquadri per parte, le stesse rappresentazioni realizzate come in fotocopia, ma con il verso delle scene sempre rivolte verso il centro. Dal basso verso l’alto ci mostrano una scena di vita agreste – un uomo che segue l’aratro trainato dai buoi -; poi due riquadri con bellissime false archeggiature a tutto tondo; poi una scena, anche questa speculare, con un cervo che addenta un serpente; poi ancora due riquadri sovrapposti con archeggiature; e infine, in alto, a chiudere, sia a destra che a sinistra, pavoni che si nutrono ai tralci di vite. Più interni ancora ci sono i due stipiti del portale e l’architrave: da una croce al centro di quest’ultimo, si diramano girali vegetali che poi scendono lungo gli stipiti.
I commentatori concordano nel dire che questi rilievi più prossimi al vano di ingresso, di altissima qualità, costituiscono un nucleo unitario e rappresentano l’elevarsi dell’animo dell’uomo dalla quotidianità – le scene agresti – alla consapevolezza della necessaria elevazione nella fede – il cervo che morde la serpe – fino alla purificazione rappresentata dai pavoni; stipiti e architrave, mostrando i tralci che sgorgano dal supplizio di Cristo, aggiungerebbero un’ambientazione paradisiaca.


Se il significato di questi bassorilievi della zona verde è assodato, più controversa è la datazione. Per Giulia Tamanti, che cura la scheda dell’Umbria romanica di Jaca Book, sarebbero opera del XIII secolo avanzato, già impregnate dall’eleganza gotica. Io credo invece che possano essere riportati al tempo romanico e che vadano avvicinati, per datazione, a tutto il resto della facciata – eccezion fatta, ovviamente, per i quattro riquadri della zona B, che abbiamo detto essere opera di un’altra mano, già marcatamente gotica -.
Che i riquadri più prossimi al portale, con gli stipiti e l’architrave, siano tutt’altro che tardi e tutt’altro che gotici, lo pensano anche altri commentatori. Il blog “I luoghi del Silenzio” azzarda addirittura un’ipotesi estrema, quando scrive: “Tutte le raffigurazioni del portale, l’albero della vita, il pavone, il cervo sono tipiche degli albori del cristianesimo; il contadino sembra vestito come un legionario romano, il marmo utilizzato per scolpire i rilievi, di colore giallastro, è nettamente diverso da quello grigiastro utilizzato per il resto della chiesa… Che sia questo il portale originale del V secolo, di pertinenza dell’edificio fatto costruire dal vescovo Achilleo? La domanda non ha risposta certa, ma l’ipotesi è intrigante, anche se improbabile”.
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Rita Correnti (da Fb):
Credo sia la facciata più originale di tutto il Romanico!
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Rina Ravaioli (da Fb):
Che meraviglia!
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