Magia e fede, guazzabuglio medievale

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Chiesa di St Mary the Virgin, a Iffley: centauri affrontati

Andò così: gli uomini del tempo romanico mescolarono profondamente fede e magia, perché fede e magia avevano, ai loro occhi, la stessa funzione. L’obiettivo dell’uomo del tempo romanico era uno, e uno solo: salvarsi. E anche la fede cristiana gli serviva in primo luogo per fuggire un mondo nero e senza speranza. Proprio come la superstizione, la fede si diffuse anche come “magica” via di fuga e di salvezza dalla miseria, dal male, dalla fame, dalla malattia, dal degrado sociale.

Comprendendola a mala pena, gli uomini del tempo romanico considerarono magica anche la promessa di salvezza cristiana. E si affidarono a questa fede, ma sommandola alla magia “altra”, quella antica, già nota ed efficace. Per secoli, riti cristiani e riti magici furono messi sullo stesso piano dai ceti popolari. E la Chiesa, e le chiese, non poterono sottrarsi a questa commistione: molti anche tra gli ecclesiastici – quanti furono quelli dotati insieme di cultura e vocazione? – inseguirono e condivisero le credenze magiche, antiche e nuove, e le superstizioni. Che non a caso si mostrano, insieme e mescolate, fin dentro le navate e i chiostri, negli affreschi, nei capitelli e nei portali.

Giovanni Tabacco spiega bene la “persistenza, soprattutto nel mondo contadino, di una religiosità connessa con pratiche magiche di provenienza svariatissima, mediterranea, celtica, germanica”. E aggiunge:

Il cristianesimo della cultura teologica (…) era lungi dal soddisfare i molti bisogni elementari della coscienza dei ceti più umili. Il monoteismo li aveva privati delle divinità maggiori del loro pantheon, ma non poteva sopprimere l’intero complesso di credenze che li avevano confortati nella vita quotidiana. Avevano bisogno di poter ricorrere a forze note, anche se misteriose, capaci di controllare quelle spesso temibili e sempre sorde della natura (…). Ecco allora il ricorso a formule magiche, tradizionalmente impiegate a protezione contro i più diversi mali (…). Ecco l’atteggiamento reverenziale verso elementi e luoghi, come le fonti, i boschi, il fuoco, un tempo ospitanti divinità minori, e spesso ancora sentiti o pensati, nell’alto medioevo, come dotati di una loro intrinseca sacralità (…). Né mancano, in piena età carolingia e nei secoli successivi, cerimonie complesse, organizzate secondo consuetudini popolari autonome, senza intervento ecclesiastico e senza elementi cristiani.

Continuano ad essere celebrati, nei secoli del Medioevo, riti che nulla avevano a che fare con la fede e con la liturgia cristiana; cerimonie popolari, incontrollate e incontrollabili da un clero che anch’esso – specie il clero “basso” – forse ancora considerava efficaci e necessarie. Il sincretismo durò a lungo, e a lungo la “magia” restò avvinta al tronco della liturgia come un’edera. Scrive ancora Tabacco:

Questa pratiche magiche subirono la concorrenza con il crescente sviluppo di una liturgia ecclesiastica, fatta di benedizioni e scongiuri, che cercava di inquadrarsi in una teologia monoteistica. Ma qui sorsero le ambiguità. I fedeli accettarono le formule proposte dal clero con lo stesso animo e con la stessa mente con cui ricorrevano ai riti magici (…). La distinzione stessa tra preghiera religiosa e formula magica non era chiara nella mentalità popolare. (“Il cristianesimo latino altomedievale”, in Filoramo, G. e Menozzi, D., a cura di, Storia del Cristianesimo. Il Medioevo, p. 43-44)

Si spiega così la presenza di tanta magia, di tanto soprannaturale, di tanta superstizione anche all’interno del luogo della preghiera e del culto cristiano. Proprio perché è luogo “magico”, proprio perché è “porta” verso il divino e verso la salvezza annunciata, anche la chiesa ospita ogni sorta di “magico”: vi si intrecciano la forza del soprannaturale cristiano – dei diavoli, degli angeli, dei santi – con l’altra “magia” antica della terra, piena di misteri e incantamenti.

SanDonnino

Fidenza, cattedrale: San Donnino nei rilievi della facciata

Inutile tentare di separare, là dove appaiono intrecciate, le rappresentazioni fantastiche dai racconti biblici; bisogna invece ammettere che l’artista romanico, e il suo stesso committente, hanno affrontato con lo stesso spirito i vari temi – dai pigmei a Golia, dai leoni di Daniele all’unicorno, dai prodigi operati da Mosè alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dalla resurrezione di Lazzaro al prodigio di san Donnino che cammina portandosi appresso la sua testa – considerandoli tutti elementi dello stesso mondo soprannaturale. I più accorti e i più colti, forse, costruivano una gerarchia tra le espressioni di questo soprannaturale; ma il tempo romanico, e la sua arte lo dimostra, non separava con consapevolezza il “soprannaturale della magia” dal “soprannaturale della fede”.

Sarà il tempo gotico ad aprire gli occhi. La nuova consapevolezza, il nuovo sapere, la nuova libertà di pensiero porteranno gli uomini del Medioevo maturo a scindere le meraviglie del Cristo e dei santi dalle meraviglie della stregoneria e dei bestiari. E pur cominciando a distinguere, gli uomini gotici si renderanno spesso patetici, incerti tra la nuova capacità di diffidare e la secolare abitudine a credenze, costruzioni e cosmogonie improbabili: si pensi solo alla dicotomia tra ragione e credenze magiche in cui annaspano il genio e l’opera di Dante Alighieri.

Ne usciva allora forse meglio il tempo romanico, che abbracciava a sé tutto intero il mondo del soprannaturale magico e religioso, se ne faceva dominare, e lo beveva e lo celebrava – nei capitelli all’interno delle chiese come nei grandi portali – rendendolo infine tutto credibile, tutto potente e tutto efficace.

 

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11 pensieri su “Magia e fede, guazzabuglio medievale

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Antonella Fabriani Rojas (da Fb):
    I simboli non hanno sempre una connotazione magica ma sono mezzi di trasmissione di conoscenza a chi sia in grado di comprenderli. L’ignorante (colui che non sa) non li capisce perchè non sa cosa significhino e allora pensa alla magia.
    Uno che non sapesse cosa significa la croce cristiana penserebbe che sia un segno magico per fare incantamenti. Invece la croce cela un pensiero.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Losero Italo (da Fb):
    “Sarà il gotico ad aprire gli occhi”. C’è chi pensa esattamente il contrario: il gotico li ha cominciati a chiudere, mentre erano spalancati sull’uomo nel romanico.
    E’ una posizione sicuramente rispettabile e ben argomentata quella del ‘guazzabuglio medioevale’ qui riportata; potrebbe essere per completezza messa vicino a quelle opposte (Jung in primis) che hanno visto nella simbologia del romanico (e nell’alchimia, e nella ‘magia’) una profonda naturale immersione delle radici dell’uomo, forse non così conscia e scientifica come il modo di ragionare di oggi richiederebbe.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Concordo. Hai ragione a precisare le diverse letture possibili, o meglio, le diverse letture che vanno entrambe tenute presenti. Ma il tempo romanico, anche nella sua apparente “ingenuità”, si è davvero sprofondato nella ricerca dell’essenza dell’uomo e della natura; e il tempo gotico ha aperto gli occhi, ma non per questo ha saputo trovare (a lungo) risposte più vere.

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        • Giulio Giuliani ha detto:

          Beh, credo che in questa domanda ci sia tutto il cammino del pensiero dell’uomo, e della filosofia. Aprire di più gli occhi è un’esigenza e un dovere dell’uomo; crescere nella conoscenza è istinto e desiderio… Aprire di più gli occhi porta anche all’orgoglio di sapere… eppure non si sa mai abbastanza, e quando l’uomo pensa di aver capito tutto, rischia di illudere se stesso.
          Il Medioevo, come peraltro ogni epoca, è fatto di diverse rinascenze. Una di queste è sicuramente la rinascenza del Due/Trecento, con l’università, i nuovi filosofi, la ventata preumanistica… Il tempo gotico è stato anche tempo di nuovo pensiero e nuova filosofia, per alcuni aspetti “contraria” al pensiero romanico, che era “abbandonato nel soprannaturale”.

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  3. Giulio Giuliani ha detto:

    Gianluigi Vezoli (da Fb):
    Dal punto di vista pittorico e scultoreo l’ evoluzione dell’attenzione all’ uomo, come entitá pregnante che si investe di Vita, anche attraverso la religione, avviene nella seconda metá del medioevo. Intorno al mille era sempre il simbolismo ad essere rappresentato in modo stereotipato e non l’uomo nei suoi aspetti psicologici e fisici. L’arte è fatta di forme piú che di idee, di forme concrete, per cui io sono convinto che il primo medioevo abbia analizzato l’ umanitá con l’ intelletto, ma non con con le forme. E’ alla fine del 200 e nel 300 che visi, corpi, sentimenti, situazioni, cominciano a diventare personali ed intimi. E’ l’analisi formale che fa testo nella Storia dell’Arte. Poi vengono le interpretazioni.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Losero Italo (da Fb):
      “E’ l’analisi formale che fa testo nella Storia dell’Arte”, non posso che inchinarmi di fronte a questa asserzione.
      Voglio però avere una posizione di parte e sostenere, non senza compagni di viaggio, che sia esistita nel periodo romanico una intima attenzione all’uomo che non è stata veicolata da forme rappresentative esteriori ma che ha portato in sè messaggi profondi attraverso rappresentazioni simboliche. Chiunque si sia soffermato su capitelli romanici ha ben presente la rappresentazione del doppio, del contrario, della spirale e del cerchio ben prima dei vari bestiari; ed i bestiari stessi veicoli di messaggi di inconsuete profondità, ben oltre quelle fatte intuire dal ‘fisiologo’.
      Certo queste profondità non sono state codificate da una ‘filosofia’, da un sistema di pensiero e quindi sono estranee al modo moderno di ragionarne (analisi formale); ciò non leva loro la potenza (numinosa, direbbe Jung) che ha fatto investire risorse in *questi* manufatti, in *queste* simbologie.
      Non avrebbero altrimenti senso rappresentazioni di questo tipo in templi cristiani; possiamo ancora credere alla favola che siano semplici ‘decorazioni alla moda’ a quei tempi?

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