A Moissac un giudizio senza condanne

Posto in una grande conchiglia, quasi protetto nella gigantesca nicchia che la chiesa di San Pietro apre verso la piazza, il grande portale di Moissac costituisce l’apice della scultura romanica. Non solo offre le più intense tra le rappresentazioni scultoree medievali, subito prima che l’avvento del gotico cambiasse ogni cosa; ma insieme rappresenta il momento più alto della fusione tra arte e spiritualità, fusione che fu sempre intensissima nei secoli romanici, ma mai così intensa come a Moissac.

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Il portale di St-Pierre a Moissac

Siamo nei decenni che portano alla metà del XII secolo. Il romanico maturo e compiuto produce in questo periodo i portali più grandi e più belli – ci restano quelli di Autun, Conques, Beaulieu e, appunto, Moissac –, al centro dei quali sta il grande racconto del ritorno del Cristo nella gloria, alla fine dei tempi. Questo, e solo questo, dovevano raccontare le grandi rappresentazioni scolpite all’entrata di una chiesa: che il Salvatore verrà tra le nuvole; che tornerà a riprendersi il mondo; che metterà fine al tempo, e insieme alla miseria, alla fame, alla guerra; che giudicherà i vivi e i morti, e aprirà il tempo nuovo ed eterno. Questa è per l’uomo del tempo romanico la grande e unica speranza: secoli neri e faticosissimi, incapaci di immaginare progresso, vedono in questa seconda venuta del Salvatore l’unica via di fuga. Che passa per tutti gli uomini attraverso il grande giudizio – e i portali delle chiese, piccoli e grandi, sono lì a ricordarlo – che sarà dato sul mondo e su ogni singolo cristiano; giudizio che non avrà appello, e che vorrà dire per qualcuno eterna dannazione, e per altri, meritevoli, un nuovo eterno vivere nella beatitudine.

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Il Cristo in gloria nella lunetta, circondato dai Viventi e dai Vegliardi

In questo il timpano di Moissac stupisce e meraviglia: perché racconta la visione tanto attesa, i cieli che si aprono e il Salvatore che viene in trono, ma non fa nemmeno un minimo accenno al giudizio sugli uomini. Non che gli artisti dell’abbazia di San Pietro intendessero negarlo, questo grande processo sul mondo, anzi. Ma con una lettura di grande spessore teologico lasciano fuori dal loro racconto tutto il “pittoresco” del giudizio universale, e non  menzionano nemmeno la chiamata e la cernita tra i beati e i reprobi, che pure il Cristo giudice è venuto a fare. Il giorno del giudizio, qui, è raccontato “in purezza”, nelle sua essenza, come maestoso ultimo istante in cui c’è gloria e gioia nei cieli, e il mondo è di nuovo salvato, al di là del destino dei singoli. Non troviamo a Moissac, quindi, processioni di beati, o diavoli che tormentano coloro che sono condannati, né porte degli inferi, né dispute sulle anime, tutte immagini che pure popolano le altre grandi rappresentazioni romaniche. Qui solo un meraviglioso sovrano viene e regna. Protagonista di potenza e di salvezza, è circondato – secondo la profezia dell’Apocalisse – dai simboli dei quattro Viventi, cioè dall’omaggio della natura al completo, con gli uomini, gli uccelli del cielo, gli animali feroci e quelli domestici. E poi, a riempire i cieli, c’è tutta la storia del mondo, che attendeva da mille anni e ancor prima dalla Creazione, rappresentata dai ventiquattro vegliardi, simboli del Vecchio e del Nuovo Testamento. Seduti come un’orchestra intorno al Maestro, guardano al Salvatore e cantano insieme la sua gloria. Dirà di loro Adso, nel “Nome della Rosa”:

Chi aveva in mano una viola, chi una coppa di profumi, e uno solo suonava, tutti gli altri rapiti in estasi, il volto rivolto all’Assiso di cui cantavano le lodi, le membra anch’esse contorte (…), in modo da poter vedere tutti l’Assiso, ma non in modo belluino, bensì con movenze di danza estatica – come dovette danzare Davide intorno all’arca – in modo che dovunque essi fossero le loro pupille, contro la legge che governava la statura dei corpi, convergessero nello stesso fulgidissimo punto.

Due sole altre figure, nella grande lunetta: sono gli angeli che chiamano e adorano, a ribadire che questo è il grande giorno. Sotto, nell’architrave, splendidi rosoni si susseguono, nel numero di otto, segno anch’esso dell’eternità che comincia.

E’ vero: Umberto Eco, raccontando le paure di Adso, descrive il portale di Moissac, e lo fa diventare il simbolo di un Medioevo pieno di fantasie e mostri e deformità. Vale per il resto di questo grande complesso scolpito, per la parte a destra e a sinistra dell’ingresso, in cui appaiono altre figure, queste sì deformi e mostruose. Ma la lunetta, il timpano, il cuore della visione, è al contrario un grande concerto di pura estasi, dove nulla, ma proprio nulla, è concesso al grottesco o al popolare.

 

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