Autun, gli splendidi beati del timpano

Lunghe ombre visionarie. Tra i grandi portali romanici che rappresentano il Giudizio Universale, quello di Autun non è il più bello, forse, ma è senza dubbio il più inquietante. Pieno di senso, vuoto di debolezze, riassume con straordinaria forza le attese dell’uomo medievale. Fotografa il momento della nuova venuta di Cristo e della sentenza sugli uomini.

La grande lunetta scolpita sopra la porta di ingresso della grande chiesa di Saint Lazaire, rappresenta il Cristo in gloria, nell’atto di riprendere il possesso del mondo. E’ il giorno annunciato dall’Apocalisse di Giovanni, ed è il giorno atteso dalle folle del Medioevo, unica salvezza, punto di arrivo e di ripartenza. In quel giorno, dicono i portali romanici, quando le trombe suoneranno e il Signore verrà, i vivi e i morti si presenteranno al suo cospetto. Per chi sarà condannato, si apriranno le fauci degli inferi, mentre le porte del paradiso si apriranno per chi sarà giudicato degno di entrarvi. In quel momento, il mondo vecchio e spossato finirà, e una nuova vita, incomparabilmente diversa ed eterna, comincerà per ciascun uomo e per ciascuna donna: beati coloro che avranno la fortuna di essere posti alla destra del Giudice, maledetti coloro che la sua sinistra caccerà tra le mani di Satana.

Il tema è diffusissimo: sono decine e decine i timpani romanici che rappresentano il giorno del Giudizio. Molti lo fanno in estrema sintesi, mostrando il Cristo in gloria, ed omettendo la duplice processione dei beati e dei reprobi verso il trono e poi verso il destino eterno. Comunque, per tutto il tempo romanico, la visione del giorno del Giudizio è padrone del portale principale, domina l’ingresso alla chiesa.

Nella progressione dei quattro grandi portali romanici di Francia dedicati al Giudizio Universale – Moissac, Autun, Conques, Beaulieu – la lunetta di Autun spicca per la forza evocativa con cui sa descrivere la grande scena che sancirà la fine del mondo. E forse l’unico che ci mostra quale fu il terrore che l’uomo romanico ebbe del diavolo e degli inferi, nei secoli e nei decenni della grande paura, prima che tutto si sciogliesse nel gotico, e prima che l’aldilà malefico venisse stemperato dallo sguardo ormai già patetico, ormai già irridente del medioevo avanzato, quando i demoni scolpiti diventano spaventose macchiette, come già in parte avviene a Conques e a Beaulieu.

Ad Autun no. Ad Autun i diavoli sono davvero la concretizzazione orribile del peccato, del rimorso – che si fa dramma quando di fronte al giudizio non è più possibile redimersi – e della pena che è già insita nel peccato stesso. E così, alla sinistra del grande Cristo seduto sul trono e circondato dalla “mandorla” della gloria sorretta da quattro angeli, stanno le immagini del destino infernale. Due angeli provano a contendere ai diavoli l’anima di un uomo pesandola per dimostrare che i meriti sono più delle colpe. Ma già i demoni barano: con una mano sul braccio della bilancia, uno comincia a falsarne la pesa, per accaparrarsi il bottino, mentre nella sinistra già avvinghia un’anima conquistata; l’altro demone a sua volta ha già in mano un anima, o più probabilmente una “colpa”, da aggiungere al piatto della bilancia su cui i peccati già pesano in forma di bestia. Altre anime, già condannate, legate e prese con un arpione da un diavolo, vengono trascinate all’inferno. Spaventoso come gli altri, lugubre lucertola umana, un quarto orrido demone sospinge due dannati giù a capofitto verso il malefico ingresso, da cui spuntano i piedi di un’altra anima appena inghiottita dagli inferi.

SAutunBeatitupefacente, alla destra del Cristo, la scena della chiamata dei giusti al Paradiso. Qui l’allungarsi dei corpi – che di là li rendeva deformi – al contrario nobilita le movenze. Splendidamente scolpite, nel rosa levigato dei corpi nudi, le figure dei morti richiamati in vita dalle trombe del Giudizio. Come fanciulli spaventati ma pieni di speranza si rimettono agli angeli: reggendosi alla veste di un angelo, il primo beato si risveglia dalla morte; bello come un atleta antico un secondo beato tende le braccia verso la città turrita del Paradiso, a cui gli angeli lo solleveranno; un terzo abbraccia l’angelo che già solleva un’anima e la introduce nel Paradiso; l’ultimo alza le mani verso quelle di san Pietro, quasi a volersi far sollevare, anch’egli, verso la sede della beatitudine definitiva, di cui Pietro custodisce la chiave. In piedi, un gruppo di santi dalle lunghe vesti mostra in che cosa consiste la beatitudine che spetta alle anime salve: guardare negli occhi il Signore, e adorarlo in eterno.

In nessun altro grande portale è rappresentata così magistralmente la gioia piena dei salvati – e forse ancor più la sorpresa, e la fine dell’ansia, dopo una vita intera passata a chiedersi che cosa accadrà dopo la morte – e la disperazione cupa dei dannati, che ancora sembrano voler reagire, increduli per essersi fatti trovare nella colpa, cercando inutilmente un gesto che possa riportare il tempo indietro, ad un istante prima della sentenza.

La stessa gioia piena e la stessa disperazione cupa tornano nella lunga processione di figure sull’architrave che regge la lunetta. Sfilano a sinistra altri beati che danzano con gli angeli, e a destra altri dannati, disperati, presi, piangenti, in catene. Qui, come in altri portali, alcuni dannati rappresentano particolari peccati – come la donna a cui un serpente morde il seno o il reprobo appesantito da un sacco, che rappresentano la lussuria e l’avarizia –; ma il racconto allegorico non prevale sul dramma, ed ogni figura mostra l’ultimo terribile momento di un uomo o di una donna che vanno verso la sofferenza eterna, e proprio in questo istante se ne rendono conto.

 

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Leggi anche: Conques, il moderno teatro della fine

4 pensieri su “Autun, gli splendidi beati del timpano

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Anna Profumi (da Fb):
    Articolo molto esaustivo. La bellezza dell’arte romanica, dominatrice in Europa (fino al XIII secolo, si realizza in queste forme plastiche visionarie in cui la paura dell’al di là e delle condanne corporali dopo la morte a cui si era fatalmente predestinati) risentono della debolezza e dell’ inutilità dell’uomo di fronte il mistero della vita. Sarà solo la spinta umanistica del Rinascimento a ridare nuova forza e vigore al pensiero e conseguentemente alle arti, che ritrovarono la bellezza dei trascorsi fasti, L’uomo era nuovamento al centro dell’universo e poteva rialzare con rinnovato ottimismo lo sguardo al cielo…

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Tutto il mio blog (beforechartres.blog) prova a spiegare che, in altro modo, anche nel tempo romanico l’uomo stava pienamente al centro dell’universo. La sua arte, io credo, era conseguenza perfetta e mirabile di un’ansia che non era solo paura, e che anzi era speranza e certezza. Un pensiero così, il mio… Buona serata!

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