Un genio romanico dall’ego smisurato

Questo è un post sconsigliato a chi dell’arte romanica adora gli omuncoli deformi sui capitelli, le absidi sbilenche, le chiese e i portali senza attribuzione certa. Qui si parla dello smisurato ego di un artista tra i più grandi del medioevo e della sua firma… E si arriva a due semplici conclusioni che a qualcuno, purtroppo, dispiaceranno.

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Il fregio di Autun e la “firma” di Gislebertus

La firma sta là, sotto i piedi del Signore in trono. Siamo ad Autun, dove lo scultore Gislebertus scolpì per la facciata di St-Lazare uno dei più bei timpani del medioevo, oltre a cento capitelli della stessa chiesa, di cui forse – forse! – fu anche l’architetto. Non è l’unica firma lasciata da uno scultore romanico – questo blog racconta anche, ad esempio, delle firme di UNBERTUS a Saint-Benoit-sur-Loire e di GIRAULDUS a Bourges – ma per la sua collocazione l’autografo di Gislebertus stupisce e fa pensare: la locuzione “GISLEBERTUS HOC FECIT”, infatti, costituisce il cuore di una frase ben più lunga, che si snoda lungo tutta l’architrave; ma l’artista ha studiato il modo per collocare queste tre parole, che dicono il suo nome e la sua opera, al centro della scena, in posizione privilegiatissima.

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La “firma” di Paolo V sulla basilica di San Pietro

Con mezzo millennio di anticipo, Gislebertus ha compiuto lo stesso gesto di sfrontata e sorridente autocelebrazione che compirà Papa Paolo V Borghese quando farà scolpire il proprio nome nel fregio sulla facciata della nuova San Pietro, collocandolo con studiata determinazione perfettamente al centro della frase, e quindi perfettamente al centro della facciata.

La prima considerazione, inevitabile, di fronte alla firma di Gislebertus è la seguente: in piena epoca romanica – o meglio: nel secolo dei grandi capolavori romanici – gli scultori e architetti di primo livello avevano una piena consapevolezza del proprio spessore: il pathos spirituale che senza dubbio li animava non ne annullava la personalità. Già nel XII secolo – Gislebertus opera ad Autun tra il 1120 e la metà del secolo – i grandi capolavori hanno un nome, e i grandi autori sono già veri artisti dalla spiccata personalità. Più avanti, l’Antelami, i Pisano, gli architetti gotici confermeranno come anche la storia dell’arte medievale è fatta di geni, e non solo di senso religioso e popolare.

Il portale di Gislebertus costringe ad una seconda considerazione. Per come è meravigliosamente bello, e per come è orgogliosamente firmato, obbliga a guardare all’arte romanica non come ad un periodo in cui tutto è bellissimo per assunto, perché pittoresco, perché popolare, perché pieno di fascino lontano e spiritualmente appagante. Non è così: come ogni altro periodo artistico l’arte romanica ha origini, motivazioni e stilemi comuni, che poi portano alla realizzazione di opere mediocri, di opere importanti e di capolavori; tra tanti esecutori di livello popolare, che comunque fanno innamorare, ci sono anche alcuni grandi artisti, in cui il romanico si sublima; e sono innumerevoli le chiese romaniche sparse per l’Europa, tutte piene di poesia, ma si gusta appieno la meraviglia del romanico se se ne riconoscono i punti di arrivo e di eccellenza, e i percorsi di crescita che hanno condotto a questi punti di arrivo.

Dice anche questo, la firma di Gislebertus. Dice che non ci si deve far imbrigliare dalla visione “romantica” del romanico, che predilige l’arcaismo; e che è invece necessario seguirne consapevolmente il progressivo formarsi, in scultura come in architettura, fino ad arrivare a capire com’è possibile che i beati di Autun siano così belli, eppure a pieno titolo “romanici”.

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Il portale della chiesa di St-Lazare ad Autun

17 pensieri su “Un genio romanico dall’ego smisurato

  1. Giuseverini ha detto:

    Anche magister Mateus firma il Portico de la Gloria a Santiago de Compostela. Mi chiedo a che età questi scultori fossero giunti a realizzare i loro capolavori. Non credo si possa sapere.Io sono un fan del portico di Saint Trophime, ad Arles, per motivi molto particolari …

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  2. Rossana Lenzi ha detto:

    Normalmente sono le donne ad avere motivi molto particolari per dare ai luoghi significati particolari… spero per te che sia un motivo felice…
    Anche a me Saint Trophime è rimasto nel cuore, insieme agli Alyscampes, posto che si scriva così…

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  3. Rossana Lenzi ha detto:

    Non era qualcosa in particolare che mi era piaciuto, ma l’eleganza dell’insieme e il cielo, che sembrava vicinissimo, di perla grigia, come il portico sotto quella luce ed avevo un sentimento nel cuore che sembrava consacrato da tutto l’insieme…

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  4. pardofornaciari ha detto:

    Cerco il nome dell’autore, o dell’autrice, di questo splendido articolo, ma non riesco a trovarlo. Forse sono troppo vecchio per orientarmi con disinvoltura nel web?

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  5. Giulio Giuliani ha detto:

    Antonella Fabriani Rojas (da Fb):
    Appena ho letto questo post ho pensato subito all’iscrizione sulla facciata di San Pietro che ha nel centro il suo nome da Papa ma identificato dal cognome semmai qualcuno facesse confusione; ma a me non stupisce affatto che l’artista lasci il nome, semmai mi stupisce di più il Papa…. Noi siamo forse abituati a pensare che nel Medioevo fossero tutti umili, e che manchino i nomi solo perchè non li leggiamo. Il fatto è che mancano i nomi perchè mancano i documenti (pagamenti e committenza) e forse si era tanto famosi da non pensare mai che il proprio nome potesse essere dimenticato. Tu pensa ad uno Jeff Koons che tutti riconoscono: vorrei tanto tornare a questo mondo fra 200 anni…

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Io se devo dire penso che un Papa del Rinascimento, onnipotente com’era, poteva scrivere il suo nome anche sulla cupola; non avrebbe dovuto, ma l’ha fatto… Ci sta. Mi intriga un sacco pensare a Gislebertus che studia il modo per far finire quelle tre parole nel posto giusto, in barba ai religiosi che aspettavano di vedere il timpano finito… 🙂

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