Conques, il moderno teatro della Fine

Conques, infine, dov’è scolpito il Giudizio finale. Conques, dove il portale della chiesa di Sainte-Foy mostra l’Ultimo Giorno, il giorno tanto atteso, così come stava, davvero, nel cuore e negli occhi degli uomini del tempo.

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Conques, la facciata e il portale

Il grande timpano sopra l’ingresso della chiesa di Conques, terzo nel trittico del grandi portali apocalittici romanici con Moissac ed Autun, è uno spettacolare teatro popolare. Sul trono, al centro, il Salvatore appare nei cieli, come nei timpani “fratelli”: è il giorno tanto atteso della fine del mondo terreno. Ma se a Moissac fu scolpita “l’idea”, l’essenziale rappresentazione di questa seconda venuta, e se ad Autun se ne prefigurarono idealizzate le conseguenze – gioia per i beati, terrore per i reprobi -, nella lunetta di Conques invece si distende il racconto ampio, e preciso, e dettagliato, di ciò che accadrà. Il timpano di Sainte-Foy è quasi la pagina aperta di un libro a fumetti – nella facciata di sinistra il destino dei salvati, in quella destra quello dei rei – in cui ogni riquadro parla, spiega, descrive un’azione. Così, se i portali di Autun e di Moissac possono essere guardati e ammirati quasi in un unico sguardo, quello di Conques va letto, una scena dopo l’altra, perché tutte raccontano un passaggio del Giorno finale. Tutto è spiegato, tutto è detto, tutto è illustrato: guardando il timpano, a Conques gli uomini e le donne del tempo leggevano, come in uno specchio, tutto ciò che si aspettavano, tutto ciò che si preparava, e che sarebbe accaduto presto, al suono delle trombe degli angeli, e al cospetto, finalmente, del Salvatore in trono, tornato per giudicare il mondo.

Come una Commedia dantesca ante litteram, il timpano di Conques ci chiama per nome. Lontanissimo dalla ricerca idealizzante delle altre grandi rappresentazioni, lo scultore di Sainte-Foy ha voluto rappresentare, al cospetto di Dio, uomini e donne reali, e ha inteso mostrarne i volti, indicarne il destino: non a caso, tra i beati si riconoscono Carlo Magno, l’eremita Dadone, l’abate Oldorico II, che ricostruì la chiesa, e la stessa santa Fede; e poi martiri e confessori la cui identità sfugge ai moderni, ma che i pellegrini del Medioevo non faticavano a riconoscere. E anticipando di nuovo la Divina Commedia, il portale di Conques elenca, racconta e descrive i peccati – i diversi peccati – e per ogni colpa annuncia il supplizio conseguente: “Per ciascuno la pena corrisponde al peccato – scrive Michel Pastoureau – come spiegano le iscrizioni che accompagnano le diverse scene; una di esse, sull’architrave, avverte i fedeli: ‘Peccatori, sappiate che se non riformerete la vostra vita subirete castighi tremendi’. Il programma del timpano di Conques – conclude Pastoureau – è dunque rigidamente moralista: la vita che i fedeli conducono quaggiù deciderà la loro sorte nell’aldilà” (Storie di pietra. Timpani e portali romanici, p. 71).

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Il confine tra la parte dei beati e quella dei dannati

Il portale di Conques, pregevole per la fattura dei rilievi, è spettacolare nella sua capacità di “impaginazione” del racconto: ogni scena stupisce per la chiarezza con cui parla, ma ancor più per la naturalezza efficace con cui si inserisce in quell’angolo, in quello spazio ritagliato, sotto quella scritta e quella cornice. Magnifica e modernissima la simmetria dell’impaginato. Si osservi almeno come le due parti – quella dei “buoni” e quella dei “cattivi” – sono separate al centro, sotto i piedi del Salvatore, da un linea netta, attraverso la quale, però, i due mondi dialogano, in un duplice incontro di sguardi: si sfidano guardandosi dritti negli occhi l’arcangelo Michele e del diavolo che gli contende l’anima; e appena sotto si scrutano nella reciproca diffidenza un’angelo e un demone, mentre conducono via le anime che ciascuno ha ricevuto in consegna.

Siamo nei primi decenni del XII secolo: Conques, quindi, è stato scolpito negli stessi anni in cui si realizzavano i timpani di Moissac e di Autun. Anche il soggetto – l’inevitabile Giorno della Fine – è lo stesso. Eppure com’è differente l’atteggiamento, e come muta ogni cosa! A Moissac il Giorno del Giudizio è evocato “in purezza”: conta il Dio che squarcia i cieli e salva; ad Autun domina l’emozione: il Dio che viene può salvare o perdere per sempre; Conques mette invece al centro le azioni dell’uomo, i suoi meriti, le sue colpe, il destino che gli è riservato (o, meglio, che si è riservato).

Più popolare, più vicino alla vita che alla teologia, Conques parla quindi con la voce della gente comune, e risulta per certi aspetti più moderno. Non è un caso che il Salvatore, gigantesco protagonista a Moissac e ad Autun, qui invece si faccia più piccolo. Resta al centro, certo; ma non tutto, ormai, sembra dipendere da Lui e dalla potenza del Suo braccio.

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Il Principe dell’inferno tra i diavoli e i dannati

 

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