La Charité e la nuova importanza dell’episodio della Trasfigurazione

Nel suo Notes d’un voyage dans le Midi de la France, Prosper Mérimée, archeologo e scrittore, racconta l’emozione provata di fronte ai due portali superstiti della gigantesca, e smembrata, abbaziale di La Charité-sur-Loire: “E’ impossibile non ammirare la perfezione – scrive – con cui sono resi certi dettagli, come le stoffe e le bordature, e le ornamentazioni in generale (…). Osserviamo le pieghe finissime e tormentate dei drappeggi, la profusione di ricami e gioielli…”. Il suo entusiasmo è tale che lo sconcerta trovare anche un difetto in tanta perfezione, e cioè le mani sproporzionate di certi personaggi: “E’ sorprendente – aggiunge – che artisti capaci di eseguire certe parti con tanta maestria siano incappati in errori così grossolani: le mani sono completamente sproporzionate rispetto ai corpi, e c’è una figura in cui le dita hanno la stessa lunghezza del viso”. E si riferisce, in particolare, al Mosè della Trasfigurazione, l’episodio rappresentato nella lunetta di uno dei due portali, quello che dalla facciata – o meglio da ciò che resta della facciata – è stato trasferito, per ordine dello stesso Mérimée, all’interno della chiesa.

La Charité: quel che resta della facciata

E’ un soggetto inusuale, la Trasfigurazione, nel tempo romanico. Furono proprio i cluniacensi a riproporre all’attenzione, anche degli artisti, questo episodio enigmatico, di quando Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello – scrive Matteo nel capitolo 17 del suo Vangelo – e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui”. Secondo la teologia cluniacense, la trasfigurazione è un evento di grande importanza, in grado di testimoniare in modo inoppugnabile la natura divina di Gesù di Nazareth: in primo luogo sono appunto Elia e Mosè, il più grande dei profeti e il più grande tra i patriarchi, che, mostrandosi in dialogo con il Cristo, certificano come Egli sia il Messia annunciato da tutta la storia e da tutta la sapienza di Israele; ma poi qualcosa accade che è come un sigillo: “Mentre egli parlava ancora – continua il testo di Matteo – una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo»”.

La lunetta della Trasfigurazione (foto dal sito Clunypedia)
Il portale ricollocato all’interno (foto patrimoine-histoire.fr, elab.)

Gli studiosi evidenziano che un testo fondante degli statuti di Cluny, un sermone scritto nel 1132 da Pietro il Venerabile, rimarca con forza la grande importanza dell’episodio, proprio per la sua valenza di rivelazione, di epifania; lo stesso testo impone che nella liturgia cluniacense la festa della Trasfigurazione – in cui Gesù mostra la propria divinità ai suoi – sia debitamente ricordata nel novero delle festività principali, seconda solo al Natale a alla Pasqua, e alla pari appunto dell’Epifania – in cui il Cristo mostra la propria divinità al mondo – e della Presentazione al tempio – in cui Egli mostra la propria divinità alla comunità di origine -. L’insegnamento di Pietro il Venerabile è fondamentale per Cluny, e non poteva non esserlo per la comunità monastica di La Charité-sur-Loire, che di Cluny fu la figlia maggiore; e per convincersi della dipendenza di questo portale dalla lezione di Pietro il Venerabile basta guardare l’architrave che regge la lunetta della Trasfigurazione, in cui si trovano rappresentati altri due episodi, e cioè proprio l’Adorazione dei magi e la Presentazione del Bambino al tempio.

L’architrave con l’Adorazione dei magi e la Presentazione al tempio (foto dal sito Clunypedia)

Il sermone, precisamente datato, ci aiuta anche a collocare la realizzazione del portale della Trasfigurazione: insieme agli altri cinque, che costituivano un ciclo coerente realizzato dalla stessa bottega – ci resta solo quello, bellissimo, “della Vergine Maria” -, questa lunetta e l’architrave possono essere considerati posteriori al 1132; lo stile, peraltro, già annuncia in alcuni aspetti l’eleganza formale della scultura gotica.

Nelle raffigurazioni posteriori e moderne della Trasfigurazione, gli artisti non mancano mai di evidenziare, con l’utilizzo dei colori e degli effetti di luce, quella che è, dal punto di vista dell’osservatorie, la trasformazione – la “trasfigurazione”, appunto – della figura del Cristo. Noi che sappiamo come l’arte romanica abbia spesso sovrapposto colori alla scultura, ci chiediamo se, ed eventualmente in che modo, gli artisti di La Charité, rappresentando Gesù trasfigurato, abbiano voluto dar conto, anche con l’uso del colore, di come “la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce”. Prosper Mérimée dev’essersi posto la stessa domanda, e nel suo Notes d’un voyage dans le Midi de la France racconta:

Ho cercato invano tracce di pittura sulla pietra. Le ho trovate solo sulle aureole, dipinte di blu, circondate da perline d’oro, con una croce greca rossa al centro. La perfetta conservazione dei colori solo in questo luogo, e l’assenza della minima traccia di colore nel resto dei bassorilievi, mi porta a credere che non siano mai stati dipinti.

Non c’è dubbio che sia il caso di andare, e di verificare di persona; e così La Charité-sur-Loire non può non essere una delle tappe principali nel viaggio dans le Midi de la France che Before Chartres – portando con sé anche i suoi ventiquattro appassionati lettori – si prepara a fare fra pochi mesi, quando l’estate sarà più calda e sarà finalmente il tempo dei nuovi viaggi e delle emozioni di sempre, lungo le strade del romanico.

Il portale, vista complessiva (foto: Fanfwah per WikiMedia)

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