Il trono di Canosa è un monumento: celebra un vescovo spesso lontano

Nel patrimonio del romanico di Puglia, sfolgorante, ci sono anche tre spettacolari troni marmorei: il primo sta nella parte più sacra della grotta antica di Monte Sant’Angelo; la seconda “cattedra”, quella “del vescovo Elia”, fa sfoggio di sé nel presbiterio del San Nicola a Bari; incontriamo il terzo trono, infine, nell’abside dalla cattedrale di Canosa: opera di gran fascino, il trono è in grado, insieme al pulpito, coevo e anch’esso in marmo, di nobilitare una chiesa antica sì, ma che non può dirsi bella come le altre cattedrali della regione.

La splendida cattedra di Canosa in una foto di Francesco Sala

Dicono che sulla “cattedra” di Canosa si fatica a sedersi, tanto la sua seduta è collocata in alto, per via dei due elefanti che la sorreggono, e poi dell’alta fascia decorata con i due aquilotti. Probabilmente è stata realizzata in due fasi, da due artisti differenti. Il primo, a cui si deve, secondo gli studiosi, la parte alta del trono, sarebbe lo scultore Acceptus, o Accetto, autore dell’alto pulpito che si ammira nella stessa cattedrale: proprio come il pulpito, lo schienale e i braccioli del trono hanno linee geometriche, semplici, e un aspetto quasi metallico; al secondo artista, che poi sul trono ha lasciato la sua firma, Romualdus, sarebbe autore della sola parte bassa, molto più vivace, realizzata con un marmo differente e ispirata ad un decorativismo quasi orientale, con gli elefanti e gli aquilotti di cui già dicevamo, con le sfingi affrontate su un lato e i grifoni sull’altro; questo Romualdo che completò il trono potrebbe essere un discepolo di Acceptus, e mise mano all’opera tra il 1080 e il 1089, e cioè quando Ursone era vescovo di Bari e di Canosa.

La cattedra e, di seguito, alcuni suoi dettagli (foto sono di Gianluigi Vezoli, elab.)

Pina Belli D’Elia sottolinea e spiega quella che forse poté essere la funzione di queste cattedre, che qui in Puglia ben più che altrove sembrano costituire un arredo liturgico cruciale se non irrinunciabile. La studiosa sottolinea “il valore prevalentemente simbolico, in senso spirituale ma anche politico, dei monumentali troni episcopali, caratteristi della Puglia medievale, che il Grabar collegava alla presenza dei Normanni e ai caratteri feudale da esso conferito alle diocesi”; e però ricorda che questi troni erano “già diffusi nei primi decenni dell’XI secolo”.

Per dirlo con altre parole, troviamo in Puglia molti troni episcopali perché in queste terre crocevia, di frontiera, dove bizantini, normanni, longobardi si alternarono nel controllo del territorio, i vescovi contarono assai, ebbero un ruolo importantissimo, e lo ricordano a tutti anche esibendo il proprio trono. Oltre che pastori d’anime, incarnano il potere locale; e in un tempo di continui stravolgimenti ebbero la necessità di ribadirlo costantemente. La cattedra in marmo è quindi un simbolo, un monumento, quasi un simulacro del vescovo; ne testimonia la ricchezza e l’autorità, e lo fa, con il proprio splendore, anche quando egli è assente.

Gli elefanti e gli “aquilotti” (foto di Francesco Sala)

Si spiega anche così, allora, perché con i suoi elefanti e le sue aquile il trono di Canosa sembra essere più bello, più sfarzoso, che comodo o funzionale: la cattedra che Accetto e Romualdo, lavorando in successione, realizzarono per vescovo Ursone voleva essere non solo la sede preziosa utilizzata dal prelato durante le liturgie, ma anche, poiché per il suo ruolo egli soggiornava spesso a Bari, la concreta e costante dimostrazione della sua autorità sulla chiesa, sui fedeli e sulle terre di Canosa. Anche quando era non era presente in cattedrale.

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il trovo di scorcio (foto di Francesco Sala)

Due sono le iscrizioni che si possono leggere sul marmo della cattedra di Canosa – e ci aiutano a vederle le bellissime foto di questa pagina, realizzate da Francesco Sala e Gianluigi Vezoli, a cui Before Chartres non ha saputo resistere -. La prima iscrizione è incisa sul lato sinistro, all’esterno della lastra piana che congiunge la seduta e il bracciolo: vi si legge URSO PRECEPTOR ROMOALDUS AD HEC FUIT AUCTOR e certifica quindi, anche se la lastra è stata danneggiata e in parte integrata, che fu al tempo di Ursone che Romualdo costruì il trono. La seconda iscrizione comincia sulla cornice interna di uno dei braccioli, sale lungo i due spioventi dello schienale, e termina sull’altro bracciolo. L’interpretazione è incerta, ma sicuramente il testo intendeva e intende sottolineare la responsabilità che il vescovo si assume quando parla, appunto, ex cathedra, cioè dal trono della sua autorità, e come le sue parole possano essere speranza e luce per i fedeli.

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5 pensieri su “Il trono di Canosa è un monumento: celebra un vescovo spesso lontano

    1. E infatti, Elena, il trono è ancora lì, e nessuno si è sognato di buttarlo via perché difficile da utilizzare 🙂 Anzi, a dire il vero, per molti secoli sì, è stato smontato e spostato e messo da parte perché non rispondeva più ai gusti dell’epoca… Ma questa una parentesi che cerchiamo di dimenticare.

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  1. Avatar di Sconosciuto Anonimo

    Clotilde Giurleo (da Fb):

    Hai potuto vederlo da vicino come un comune turista o hai chiesto qualche permesso? Perché io a Bari, qualche anno fa (6/7) non mi sono potuta avvicinare a quello bellissimo che è in Cattedrale.

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    1. Non ho potuto fotografare il trono di Canosa, Clotilde, e come te ho avuto gigantesche difficoltà ad avvicinarmi alla “cattedra di Elia”, in San Nicola (non in cattedrale) a Bari: solo alla fine di una messa, ho avuto dal celebrante il permesso di scattare tre foto, in dieci secondi, da lontano. Era il giugno del 2024.

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