Tre chiostri medievali di primo livello, che i libri dicono romanici, stanno al confine con l’arte del tempo nuovo, non gotici, forse, ma quasi. I primi due sono quelli di Tudela e di Arles, accomunati da un’eleganza formale un po’ stanca; il terzo è il chiostro di Sant Cugat del Vallès, vasto e notissimo cuore del monastero che sorge non distante da Barcellona.
Una fetta della notorietà del chiostro catalano si deve ad un libro che gli amanti del medioevo non possono ignorare, intitolato “Pietre che cantano”, scritto da Marius Schneider. In questo testo è proposta una tesi visionaria e sorprendente, secondo cui ci sarebbe un diretto collegamento tra le figure scolpite sui capitelli e gli inni religiosi cantati dai monaci. Per dirla con le parole che Elémire Zolla scrive nella postfazione,
Schneider osservò i chiostri romanici di San Cugat, di Gerona e di Ripoll in Catalogna, annotò le figure fantastiche effigiate sui capitelli assegnando a ciascuno un valore musicale, quindi lesse come simboli di note le singole figure, basandosi sulle corrispondenze tramandate dalla tradizione indù, e scoprì infine che la serie corrispondeva alla esatta notazione degli inni gregoriani dedicati ai santi di quei chiostri. Le pietre cantavano, a saperle leggere, melodie precise.
I chiostri studiati sono tre, ma in realtà è proprio quello di Sant Cugat del Valles a suggerire le più ardite corrispondenze tra capitelli e note musicali. Così è impensabile visitarlo, se prima non si è data un’occhiata al testo di Schneider: secondo il mio modestissimo parere, le sue tesi, che datano agli anni Cinquanta, sono un poco astruse e forzate; e però sono piene di erudizione e di passione per il tempo dei chiostri e dei monasteri, per cui costituiscono comunque un appassionante viaggio dentro al viaggio.







Dei 144 capitelli che adornano il chiostro, va detto che sono opere di alta qualità, scolpite nei decenni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Poiché sono stati realizzati dalla stessa mano o comunque dallo stesso atelier, costituiscono un ciclo vasto e coerente: si noti tra l’altro che presentano tutti, nella parte superiore, un particolare gioco di pieni e vuoti geometrici, come se tra il capitello e il muro sovrastante fossero posti sempre otto piccoli cubi, quattro agli angoli e quattro al centro del lato. Quanto ai temi, molti dei pezzi riprendono con libertà il modello corinzio; altri raffigurano, con grande varietà, vegetali intrecciati, a volte abitati da figure umane, e poi uccelli, arpie, tori, monaci, giocolieri; in una serie ristretta di pezzi – diciotto in tutto, quasi tutti nella galleria sud, la più tarda – sono scolpiti episodi presi dalle Scritture. Vi ritroviamo una Natività, un’Adorazione dei Magi, una Presentazione al Tempio, la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone, l’episodio dell’incredulità di Tommaso, l’ingresso a Gerusalemme, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e ancora il peccato dell’Eden, il profeta Daniele nella fossa, ma anche la Virtù che sconfigge i vizi e Sansone che smascella il leone…
Lo stile, lo si diceva, può essere definito tardoromanico. L’insieme è di una coerenza stupefacente: anche la serie dei capitelli istoriati, che pure sembrano collocati senza una reale progressione logica, presenta un’impostazione comune, con le scene incastonate dentro un’elegante struttura a pinnacoli e conchiglie. La grande ricercatezza e la finezza descrittiva danno luogo una narrazione attenta al dettaglio, che però è ormai priva dei guizzi e delle invenzioni, magari a volte scomposte, che costituiscono l’aspetto più tipico dello stile romanico.
I capitelli non sono tutti perfettamente conservati. È danneggiato, purtroppo, anche quello in cui lo scultore – o il capocantiere – di Sant Cugat ha rappresentato se stesso intento a scolpire uno dei capitelli. Accanto a questo autoritratto, un’iscrizione recita: HEC EST ARNALLI / SCULTORIS FORMA CATELLI / QUI CLAUSTRUM TALE / CONSTRUXIT PERPETUALE. Dall’iscrizione – il fatto che sia in metrica e in rima ci porta dritti dritti al Duecento più che all’epoca romanica – scopriamo il nome – Arnau – e anche il cognome – Cadell – di colui che costruì il chiostro. Con una firma così estesa e puntuale, siamo nelle condizioni di cercare, senza tema di errore, il nostro buon capomastro nelle carte del convento di Sant Cugat del Valles, che in effetti documentano vari passaggi della sua vita. E anche questo aspetto, anche la facilità con cui incontriamo l’autore e la sua vicenda personale, ci ricorda che è vicinissima un’epoca nuova e che il tempo romanico, quando Arnau Cadell termina il suo lavoro, è un libro ormai qusi completamente sfogliato.
N.B.: Non trovando le foto che avevo fatto ormai trent’anni fa, ho utilizzato, per illustrare questo articolo, il reportage condiviso da Manuel Lorite nel gruppo Facebook Pasión por el Románico. Il lettore non può che rallegrarsi: questi scatti sono molto molto molto più belli dei miei andati perduti.
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