Capitelli a stampella? È arte difficile; Santa Sofia, però, rompe gli schemi

Fosse ebbe fretta, Giovanni IV, l’abate di Santa Sofia che, verso la metà del XII secolo, ricostruì il chiostro del monastero; e forse per l’ansia di veder terminata l’opera decise di mettere al lavoro, contemporaneamente, maestri scultori dallo stile differente. Nel chiostro beneventano, così, si alternano capitelli con semplici decorazioni geometriche, altri con scene di caccia, altri ancora con figure quasi oniriche dalle forme morbide e quasi classiche; alcuni pezzi, poi, sono dedicati al lavori dei mesi, e però questo ciclo è largamente incompleto; e tra centauri e draghi si insinuano poche scene dalle Scritture… La prima impressione complessiva è quella, così, di un assemblarsi disordinato di temi e di autori; e a dare unitarietà a tutto il complesso, e a renderlo inconfondibile nonostante la varietà di stili è, alla fine, l’utilizzo di una particolare forma di capitello, detto “a stampella”, di cui il chiostro di Santa Sofia è uno dei testimoni principali.

Uno scorcio del chiostro

“Distinto dagli altri tipi di capitelli romanici per struttura e origine – scrive Jean-René Gaborit – il capitello ‘a stampella’, rarissimo in Francia, è piuttosto diffuso in Italia e in luoghi specifici del Sacro Romano Impero”. Spiega ancora il Gaborit che “la definizione ne sottolinea la somiglianza con una stampella: il fusto della colonna costituirebbe l’asta, mentre il capitello, di forma trapezoidale, sarebbe la parte superiore della stampella, quella che colui che la utilizza poggia sotto l’ascella”. Anche se esistono casi in cui il sistema è effettivamente costituito da due soli elementi, una colonna e da una “stampella” trapezoidale decorata che diventa quindi a tutti gli effetti un capitello, spesso tra questa e il fusto che la regge si interpone – proprio come accade a Benevento – un capitello tradizionale di limitate dimensioni, così che la “stampella” trapezoidale diventa quasi un pulvino, o un abaco dalle dimensioni spropositate. “Il vantaggio principale di questo tipo di sostegno – scrive ancora il Gaborit – è di portare colonne sottili a sostenere archi ricavati in un muro spesso, in quanto lo svaso della stampella compensa la gracilità del fusto”. Allagandosi in due direzioni, potremmo dire, l’elemento a “stampella” permette di unire in modo coerente un sostegno cilindrico sottile ad un muro di spessore ben più ampio. E di nuovo, il chiostro di Benevento dimostra perfettamente questa peculiare abilità di questo tipo di sostegno, di cui fa uso esclusivo.

Visitando il chiostro

Il chiostro di Santa Sofia, con i suoi 47 capitelli, mostra perfettamente anche i limiti di questa particolare modalità di congiunzione tra colonna e muro portato: rispetto al capitello tradizionale, che con la sua forma a tronco di cono lascia allo scultore la più ampia libertà di impaginazione, la “stampella” infatti si articola in due facce principali opposte, trapezoidali, ampie e piatte. Lo spazio utilizzabile per lo scultore quasi si riduce a queste due facce, poiché quello che resta sui lati minori è decisamente esiguo e nascosto; ed è evidente come la fantasia degli scultori romanici, che sui capitelli tradizionali si è espressa per secoli senza limite alcuno, fatichi invece quando è costretta da questa particolare articolazione delle superfici disponibili, fatta di limiti geometrici. Proprio uno dei capitelli di Benevento può essere assunto come la chiara certificazione di questa difficoltà: lo scultore aveva il compito di rappresentare la più diffusa tra le iconografie del tempo romanico, quella del Cristo circondato dal Tetramorfo, e dovendo lavorare su due pagine inevitabilmente distinte ha disposto a coppie i simboli degli evangelisti, due da una parte e due dall’altra; ma quanto poi alla figura del Cristo, non ha potuto far altro che ripeterla due volte, al centro di ciascuna faccia della “stampella”, tra i simboli di Matteo e Giovanni su un lato, e tra quelli di Marco e Luca sull’altro.

I mesi: ottobre e novembre

Proprio perché nel chiostro di Santa Sofia lavorano diversi maestri, è possibile osservare come alcuni si facciano imbrigliare dai limiti imposti dalla “stampella”, altri si prendano licenze, altri ancora provino con coraggio e ardore a far vincere la propria fantasia. Tra i primi, più ligi, c’è lo scultore che ci ha lasciato i capitelli dei lavori dei mesi, le cui scene – bellissima la raffigurazione di ottobre che porta le gerle e di novembre che semina – sono addirittura incorniciate; anche i rilievi con i racconti di caccia al cinghiale, di battaglie tra cavalieri e tra animali, di scontro fra figure mostruose, dei centauri maschio e femmina che si tirano i capelli a vicenda sono stati realizzati nel rispetto della precisa individuazione di uno spazio trapezoidale.

Ma c’è chi ha osato, e fortemente. E tra i pezzi più affascinanti di Benevento ci sono le “stampelle” in cui i confini tra le facce principali e il resto del capitello sono spariti, e il pezzo è invaso, come un sogno, da figure morbide e allungate, tra cui vanno visti assolutamente un bellissimo Sansone che apre le fauci della belva, e gli scontri tra draghi alati e tra elefanti. La “stampella”, in questo caso si smaterializza, gli spigoli e i lati non sono quasi più riconoscibili, e il capitello diventa come una nuvola bianca abitata e agitata da serpenti alati, figure del mito, volti e mostri in grado di ipnotizzare chi guarda..

Onore all’abate che volle questo chiostro, così diverso; onore al suo ideatore, che lo immaginò allo stesso tempo cocciutamente fedele al sistema dei sostegni “a stampella” e però ricco di diverse interpretazioni dello stesso schema. Un’iscrizione di lode – autocelebrativa! – per l’ambizioso ideatore di questo spazio inconfondibile non poteva mancare: sta sull’anello di uno dei capitelli inferiori, e recita: “PERPETUIS ANNIS STAT QUARTI FAMA JOHANNIS PER QUEM PASTOREM DOMUS HUNC HABET ISTA DECOREM”, certificando che sempre nei secoli avrà fama Giovanni IV, grazia al quale, quand’egli era abate, il chiostro si ritrovò tanto ricco e bello.

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