Falleri e la sua superchiesa straniera

Come il bambino precocemente cresciuto, che in classe, seduto al suo banco tra gli altri, sembra comunque fuori luogo e fuori misura, così per molti aspetti appare, tra le assolate campagne dell’alto Lazio, la vasta abbazia di Santa Maria in Falleri.

Quelle che circondano Roma sono terre fortemente segnate dall’influsso della Capitale; da Tuscania, ancora più nord, fino ad Anagni, ben più a sud, l’aria di Roma permea le antiche chiese, anche quelle che sorgono isolate o nelle cittadine della “provincia”, come accade a Castel Sant’Elia, a Palombara Sabina, o nella chiesa di Sant’Andrea in Flumine – di tutte queste Before Chartres ha già raccontato, innamorato – e le riempie di grazia, di colori, di equilibrio, come frutti di una produzione artistica che dai fasti di Roma passa senza soluzione di continuità attraverso l’esperienza delle prime chiese cristiane, l’influsso dell’Oriente, gli splendori cosmateschi…

Santa Maria in Falleri invece, si pone come un gigantesco hapax, come quelle parole che in un testo ricorrono solo una volta; è come un castello costruito, nelle terre bionde di quest’angolo del Viterbese, da un esercito conquistatore poi dispersosi nei secoli. L’abbazia nasce cistercense, infatti, e forse proprio per questo ha un accento d’Oltralpe; e si propone come ipertrofica – ricordate il ragazzino precoce di cui si diceva? – nel suo complesso e in alcune sue membra.

Il viale verso l’abbazia

Già l’area in cui la basilica sorge sembra vastissima: i cistercensi di Santa Maria in Falleri la costruirono al termine del XII secolo, infatti, impossessandosi di una landa spopolata tutto intorno, già sede di una cittadina “fortificata”, quella di Falerii Nova, costruita per insediarvi forzatamente una popolazione di deportati, e poi appunto via via abbandonata. E già il portale d’accesso è un ciclopico arco, varco principale di quella che era un lunghissimo perimetro murario tutt’intorno all’abbazia.

La navata
Uno dei capitelli

La chiesa stessa è massiccia nelle dimensioni e nelle forme. Fu un tempo, forse, coperta da volta in pietra. Scoperchiata in tutta la sua estensione nei secoli, si ritrova ora ad essere completata da una copertura che è opera di restauro, e prova a mediare tra le diverse ipotesi, mescolando la copertura lignea con archi trasversi, in legno o in pietra. Possenti sono i sostegni della navata, che alternano pilastri a sezione quadrata e rettangolare a forti colonne, di spoglio. Tra i bei capitelli, anche questi di spoglio, alcuni stupiscono, di nuovo, per la dimensione: pur se di chiare linee classiche, si allungano a dismisura e quasi diventano il simbolo di questa chiesa così particolare, qui a Roma, e così muscolare.

Ed è nella parte absidale, molto interessante, che Santa Maria in Falleri ribadisce il suo gigantismo e forse anche il riferimento ad altri percorsi architettonici lontani: cinque sono infatti le absidi, con quattro absidiole che servono come ancelle, due per parte, quella centrale, richiamando l’abbazia francese di Flaran – anche questa cistercense, e contemporanea o forse addirittura posteriore – e anche la spagnola Ripoll, più antica, che arriva addirittura a sette absidi in linea. La sensazione di inattesa possenza si coglie sia all’interno, nel transetto così dilatato dai cinque profondi spazi che vi si affacciano, sia osservando la parte orientale dall’esterno, dai campi vuoti che l’abbazia domina con la sua mole.

La parte absidale

Sono pochi gli edifici conventuali che, intorno all’abbazia, sono ancora riconoscibili come tali; e anzi anche qui, come in molti altri complessi medievali, le strutture rimaste in piedi sono state progressivamente occupate da altre funzioni, per lo più agricole. Ma la chiesa, grazie ai recenti restauri, si presenta sgombra da orpelli e aggiunte, restituita completamente e assai ben tenuta; e forse anche il rigore quasi modernista dell’intervento di restituzione contribuisce ad accentuare la sensazione di trovarsi in un edificio quasi “straniero”: anche se il Tevere scorre a pochi chilometri, e sullo sfondo domina la mole del monte Soratte, Santa Maria in Falleri, pur bella e speciale, ha davvero ben poca dimestichezza con l’eloquio latino o con il dialetto delle campagne romane, dentro le quali si pone come un’isola, un vasto luogo recintato ed alieno.

Il portale di accesso all’abbazia

6 pensieri su “Falleri e la sua superchiesa straniera

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Splendido edificio abbaziale. La copertura ad archi trasversi molto interessante, ma la realizzazione con arcate lignee un’invenzione del restauro, alquanto anomala.
    La parte superiore appare sopralzata, sia nella navata maggiore, intonacata, per cui i semipilastri potevano davvero sostenere capriate, sia in facciata, dove si intuisce che il paramento murario cambia nella parte del timpano.
    Dove sarebbero piuttosto le capriate?
    Che sia cistercense ce lo dice l’assenza del campanile, particolarmente tipizzato in area laziale.
    Però anche particolare la terminazione curvilinea delle absidi, mentre quella canonica per i cistercensi è piana, che siano 3 o 5. Sarebbe interessante indagarne i motivi per una tale stesura planimetrica.
    Sono anche piuttosto curiosi questi enormi rosoni in facciata e sopra l’abside, decisamente sproporzionati e fuori dal baricentro della zona occupata. Di restauro pure quelli?!

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Curiosi? Hai ragione a dire che sono decisamente sproporzionati e fuori centro: andandomene li guardavo e facevo questa stessa considerazione. Sono di restauro, come tutta la parte alta della chiesa. E però le foto della facciata diruta mostrano che gli oculi c’erano, e stavano in quella posizione: sono forse le coperture che sono state costruite più in basso rispetto a quelle originarie, schiacciandole così sugli oculi.

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