S. Andrea, una chiesa in abito da sposa

E’ come una sposa, a cui l’abito bianco assicura la bellezza ideale e, se servisse, una nuova verginità: proprio come una sposa, candida nel velo regalatole dai restauri, si pavoneggia la chiesa di Sant’Andrea in Flumine, perla romanica a Ponzano Romano, sulle rive del Tevere che scende verso l’Urbe.

Non è, questa di Sant’Andrea, l’unica chiesa che, costruita nei secoli più belli del medioevo e poi lentamente lasciata invecchiare, oggi vive invece una nuova giovinezza, tirata a nuovo per volere di privati, che ne hanno fatto una luccicante e fioritissima “location” per le nozze di chi può. Non è l’unica – stessa sorte è toccata a San Giusto a Tuscania e a San Pietro in Valle a Ferentillo, per fare due soli esempi – ma tra le altre Sant’Andrea in Flumine è forse la più perfettamente calata nel ruolo: oggi è una bianca bellissima sposa, che si dedica ad altre bianche bellissime spose.

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Il presbiterio (foto: officine visuali da abbaziasantandrea.com)

Prima del restauro che l’ha riportata allo splendore attuale, quella costruita “in flumine” – cioè là dove il Tevere con una delle sue anse diventava un porto – è stata a lungo un’importante abbazia. Fu fondata nei primi secoli del cristianesimo, forse nel VI secolo. Di nuovo in auge nell’epoca carolingia, il monastero fiorì con particolare vigore tra l’Anno Mille e il XII secolo; e al culmine di quest’epoca florida, e più precisamente all’ultimo quarto del XII secolo, risale la chiesa attuale, che dovette essere circondata da un importante nucleo monastico, di cui restano ad oggi, oltre alla basilica, solo alcuni edifici: i secoli del basso medioevo e quelli successivi furono infatti, come spesso è accaduto, un tempo di progressivo declino e di progressivo abbandono.

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La pianta attuale della chiesa

L’intervento di recupero che ha salvato, e restituito, quanto restava dell’abbazia risale alla metà del secolo scorso. La chiesa, persa purtroppo una parte della navata destra, è stata davvero rivestita di nuova luce. Con coerenza, anche, e con un risultato di pregio. A molti dispiacciono le strane “colonne” contemporanee in cemento e mattoni poste nella zona del presbiterio – c’è chi le ha definite “degne della sede di una Cassa di Risparmio anni ’60” -, ma nel complesso vengono valorizzati appieno le tre grandi virtù di quest’aula: la ricca area presbiterale, col bel ciborio originale e datato agli anni intorno al 1160, e con gli arredi a decorazioni cosmatesche, con gli affreschi tardomedievali; la navata slanciata e sviluppata in lunghezza e l’eleganza dei passaggi in cui si articola questo sviluppo, in cui il pavimento, anch’esso cosmatesco, in gran parte recuperato e restituito, fa da filo conduttore; e infine il particolare jubé, quella struttura che divide in due la navata, come accade a Vezzolano e a Serrabona – per separare nella chiesa l’area dei religiosi da quella dei laici.

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Lo jubé (da residenzedepoca.it)

Che funzione avesse, lo jubé di Sant’Andrea, in questa chiesa che doveva essere riservata ai monaci, è ancora tutto da scoprire. Che funzione abbia adesso, invece, è candidamente chiaro: quasi anticamera, quasi vestibolo, quasi camerino di prova, permette alla sposa gli ultimi ritocchi prima del gran passo, prima del più spettacolare degli ingressi. E Sant’Andrea in Flumine osserva e partecipa, sposa per le spose. Bella di una luce moderna e proprio per questo spettacolare, l’antica chiesa sembra quasi non avere rimpianti: il pudore e il ricordo di altri secoli e di altre funzioni sono ben celati dietro il velo di tulle prezioso e bianchissimo.

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L’esterno della chiesa (foto da abbaziadisantandrea.com). La foto di copertina è di Giulia Gandini.

 

 

4 pensieri su “S. Andrea, una chiesa in abito da sposa

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Domenico Severini (da Fb):
    Tra l’abbazia di Farfa e il monte Soratte, luoghi dove Carlomagno passava ogni volta che si recava a Roma….posti assolutamente da visitare. nelle vicinanze una azienda agro-pastorale, da qualche anno sta riproponendo un formaggio che la tradizione dice che piacesse al grande Carlo, si chiama il caciomagno e alcuni anni fa, si è fatto anche un viaggio tra le stelle con un nostro astronauta, da provare anche quello… il formaggio intendo…

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    E’ bene la conservazione, è male che si debba ricorrere a circuiti commerciali per arrivarci. In assenza dello Stato, meglio che niente.
    Poi soprattutto che siano fruibili, aldilà delle specifiche funzioni.

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