Al di là di una porticina sottile sottile, nell’angolo più lontano degli edifici superstiti, l’abbazia di Vézelay nasconde ai più il proprio piccolo museo. Il Musée de l’Ouvre de la Madeleine ha dimensioni ridottissime – due sale in tutto, una trentina di pezzi romanici scolpiti, a cui se ne aggiungono forse altrettanti di epoca successiva – ma è straordinariamente interessante, perché è in grado di gettare, con i suoi pochi reperti, una luce più chiara sull’intero patrimonio scultoreo della basilica borgognona; che è vastissimo e splendido ma… in che misura è originale?
Ora che la facciata della basilica, rifatta interamente nell’Ottocento da Viollet-le-Duc, è stata resa ancor più bianca dai nuovi restauri, chi visita Vézelay cum grano salis è ancor più in allerta mentre ne ammira, all’interno, i cento capitelli. Alcuni infatti sono consunti, altri perfettamente lindi, altri ancora stranamente elementari rispetto a certi pezzi più accesi e movimentati; così, si vorrebbe avere qualche certezza in più rispetto a quanto spiegano le guide, e cioè che sono tutti originali, e che meno di una decina sono quelli che, troppo rovinati per essere lasciati in loco, sono stati ricoverati in area museale e sostituiti, in basilica, da copie fedeli. Visitare il Musée, che dietro la porticina stretta e la scala nascosta accoglie i pezzi originali, è quindi un po’ una prova del nove: si va a vedere che cosa c’era, e quali pezzi Viollet-le-Duc – il museo si concentra proprio sul suo intervento – ha tolto dalla collocazione primitiva, sostituendoli con copie; e non ho difficoltà ad ammettere la mia ansia, per il timore di trovare, lì in museo, la versione originale dei capitelli più noti, e di dovere quindi ammettere di aver per anni ammirato e celebrato la bellezza… di copie ottocentesche.



La visita, ovviamente, non offre una risposta definitiva e completa. Il museo contiene una decina di capitelli, in parte degradati, incompleti e mutili, e si comprende la difficoltà di ricollocarli in situ insieme agli altri; per ogni pezzo, una didascalia spiega il soggetto e specifica la collocazione originaria, e permette di appurare che la gran parte dei capitelli qui custoditi proviene dall’avant-nef, cioè dal nartece. Nessuna traccia e nessun riferimento ai tanti famosi e bellissimi pezzi che costituiscono il vanto di Vézelay. Dei pochi capitelli che, custoditi in museo, hanno un soggetto chiaro e leggibile – la Risurrezione di Lazzaro, le tentazioni di sant’Antonio, l’arcangelo Raffaele e il demone Asmodeo, il funerale dell’eremita Paolo… – uno è collocato nella sala in posizione privilegiata: si tratta del festino del re Balthazar, che stava nel nartece, in alto nella loggia sulla destra: da nartece stesso si può effettivamente vedere, guardando in su, la copia che è stata collocata al posto dell’originale. Molto bello, pur nel suo stato di degrado importante, il grande capitello che raffigura al centro uno scontro tra un cavaliere e un drago. Interessante anche la presenza di due sirene bicaudate, che costituiscono un esempio di realizzazione di copia da originale, secondo le tecniche utilizzate nell’Ottocento.
La visita al museo, lo anticipavamo, non dirada tutti i dubbi. Ci permette di verificare che non sono custoditi in questo spazio molti capitelli, e di concludere che sono pochi quelli a suo tempo sottratti al complesso della basilica e sostituiti con copie; ma resta la possibilità che Viollet-le-Duc, con la sua ansia di restituire alla Francia le chiese che amava, abbia fatto ritoccare o restaurare o integrare, là dove lo ritenne necessario, alcuni dei numerosissimi rilievi che costellano la navata, che quindi vanno osservati ad uno ad uno con attenzione particolare, e se possibile con attenzione competente.
E però vedere da vicino i pezzi custoditi nel piccolo museo permette di toccare con mano – in senso letterale – il lavoro degli scalpellini che, nel XII secolo, fecero splendida la Madeleine. Si sfiora la pietra, si vedono i segni dello scalpello, si riconosce lo stile, ci si rende conto, a partire da questi capitelli collocati “a portata di mano”, come sono stati realizzati i cento e più della chiesa di Vézelay. Può essere che l’intervento dei restauratori ottocenteschi ne abbia pulito, smussato, integrato, abbellito le imperfezioni; e però questo intervento nulla toglie al miracolo di questa grande chiesa e della sua statuaria, miracolo a cui possiamo guardare con una misura di consapevolezza in più proprio grazie alla visita nel minuscolo museo.
P.S.: L’accesso al Musée de l’Ouvre de la Madeleine, di cui qui si cerca di spiegare l’importanza nel contesto della visita complessiva, sta nell’angolo più lontano rispetto all’ingresso della basilica; si sale poi una scale e a si arriva ad un piccolo ingresso: non si può dire certo che la presenza delle sale espositive sia ben segnalata. In grandissima maggioranza, i visitatori che affollano l’abbaziale ne ignorano l’esistenza; e ne sanno poco anche i volontari che forniscono informazioni nel nartece. Chi arriva al Musée, quindi, è molto curioso, o molto ben informato, o molto interessato; così, delle 2500 persone che visitano Vézelay mediamente ogni giorno, solo una quindicina – pochissimi eletti – arrivano fino a confrontarsi a tu per tu con i capitelli più “sinceri” del museo.
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Non c’è, questo pezzo notevolissimo, nel volumetto sui capitelli romanici che Before Chartres propone ai suoi lettori più fedeli. Ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI

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Le storie della Bibbia hanno ispirato e guidato gli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte nei suoi articoli, e oggi ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.
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La Borgogna romanica, di cui Saint-Lazare ad Autun è una delle perle più luminose, può stare tutta in un viaggio di sei giorni: lo racconta il nuovo volume con gli appunti di Before Chartres, per un itinerario densissimo di meraviglie: LA BORGOGNA romanica IN SEI GIORNI.
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