Come presero il potere e poi lo persero le colonne giganti del coro romanico

Con la fantasia e con l’ardire che li contraddistinse, i costruttori di chiese del tempo romanico s’inventarono di schierare intorno all’altare un picchetto di giganti; e da quel giorno in poi, disposte in semicerchio, le “colonne del coro” hanno continuato a far la guardia al presbiterio, da vere protagoniste, fino a quando la svolta gotica le ha ridotte al ruolo di semplici comparse.

Il coro della chiesa di Issoire, in Alvernia
La Charité-sur-Loire

Entrano in scena, le “colonne del coro”, quando si compie la trasformazione della parte orientale delle chiese romaniche, e quando, in sostanza, all’abside centrale – o più precisamente alla sua parte inferiore – viene aggiunto il deambulatorio, cioè quel corridoio che esternamente ne fascia, alla base, il semicilindro: proprio integrare e collegare al corpo della chiesa il deambulatorio aggiunto, quella che in origine era la parete tonda dell’abside viene smaterializzata nella parte bassa, attraverso la realizzazione di una serie di aperture; tra deambulatorio e presbiterio, così, si crea come un loggiato a semicerchio, dove a reggere le archeggiature si collocano, appunto, le “colonne del coro”. L’introduzione del deambulatorio nella parte orientale delle grandi chiese, con le cappelle radiali che poi vi si innestano, produce all’esterno la meravigliosa articolazione delle zone absidali del romanico compiuto (di cui Before Chartres parla in questo altro articolo); e però ha un effetto importantissimo anche all’interno della chiesa, nella sua parte più nobile, proprio perché codifica la presenza, sul presbiterio, della schiera delle grandi colonne, con il loro preponderante effetto scenico.

Saint-Benoit-sur-Loire

Si potrebbe addirittura affermare, con una semplificazione certamente estrema, che vista dalla navata la chiesa romanica può presentare due schemi: nel primo, più arcaico, a concluderne la progressione è l’abside centrale, e allora a dominare la scena è, in alto, il catino dell’abside stessa, spesso affrescato; nel secondo schema, quando la terminazione orientale si organizza con il deambulatorio, ciò che attira gli sguardi dalla navata è il girotondo delle colonne del coro, che addirittura rubano la scena al catino dell’abside, riducendolo via via ad un elemento di complemento e copertura. Normalmente nel numero di sei o di otto, le colonne del coro si impongono anche grazie ai capitelli che le completano, e insieme ai quali costituiscono un continuum fortemente unitario: in questo particolare schieramento a semicerchio le colonne sono molto vicine, unite, più che divise, da arcatelle dal raggio ridotto, e i capitelli sono particolarmente grandi e in grado quindi di imporsi – si pensi ad esempio al coro di Saint-Nectaire in Alvernia – anche come luogo privilegiato dal punto di vista decorativo e iconografico.

I capitelli del coro di Notre-Dame-du-Port, a Clermont-Ferrand
La navata e l’abside di Sant’Antimo

Quella alverniate è proprio una delle scuole architettoniche in cui, mentre all’esterno le absidi fioriscono meravigliose, all’interno il coro e le sue colonne si impongono con forza: accade ad Issoire come ad Orcival, a Clermont-Ferrand come, in origine, a Mozac. Ma in terra di Francia sono molte le grandi chiese del romanico compiuto in cui le colonne del coro si schierano nel presbiterio come fanno gli attori sul palco: lo schema è adottato a Conques e a Tolosa, a Fleury e nella chiesa di La Charité-sur-Loire, a Paray-le-Monial e a Nevers, per citare solo alcune grandi chiese molto note. In Spagna gli esempi non sono così numerosi, ma vanno ricordate almeno la chiesa abbaziale di Moreruela, oggi diruta, e il santuario di Santiago de Compostela. Pensando al Bel Paese, che sembra sempre diffidare delle innovazioni più complesse del romanico compiuto, si possono elencare solo tre chiese in cui l’introduzione del deambulatorio porta con sé, all’interno, la realizzazione di un coro con colonne a semicerchio: Sant’Antimo nel senese, la basilica di Santa Maria “a pié di Chienti”, a Montecosaro nelle Marche, e l’incompiuta nuova grande chiesa dell’abbazia di Venosa.

Il coro di Orcival

Il gotico, poi, copia e modifica. Così com’è accaduto per tante altre sue invenzioni – le volte a crociera, l’articolazione della parete, il sistema dei sostegni complessi, la facciata inquadrata da torri… – il romanico ha trasmesso in eredità al gotico anche la soluzione delle colonne del coro disposte, come un picchetto d’onore, a far da corona all’altare. Adottata e replicata dai costruttori dell’architettura nuova, questa soluzione ha finito però per perdere l’evidenza e l’autorevolezza che aveva avuto nel tempo romanico: nelle chiese fatte di luce, e nei cori gotici la cui parte superiore è come una cascata di raggi luminosi, il piano basso del presbiterio, che pure continua ad essere sorvegliato dalle colonne in semicerchio, finisce per risultare una delle parti più in ombra di tutta la chiesa. La mirabile articolazione di volumi e di forze che rendeva vive e pulsanti le parti orientali delle chiese del romanico compiuto si scioglie in schemi rigidi e grigi; e infine le colonne speciali che si stagliavano nei cori con un soprassalto di personalità diventano, nel tempo gotico, elementi tutto sommato oscuri della parete di fondo, poiché questa si illumina a dismisura, ma solo un po’ più in su, dove i nuovi protagonisti dello spettacolo sono i vetri, la luce, il vuoto, i colori.

Le colonne del coro a Nevers, nella chiesa di Saint-Etienne

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All’Alvernia, regione antica della Francia centrale, è dedicato un nuovo splendido volumetto. Si intitola LE NOVE PERLE (e le altre meraviglie) DELL’ALVERNIA ROMANICA e raccoglie tutti insieme i numerosi articoli che il blog Before Chartres ha dedicato ad una terra magica, ricca di grandi architetture absidali e di bellissimi capitelli.

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