Due capitelli ermetici a Sant Mateu, infiltrati nella Spagna degli arabi

Guardando la mappa dei luoghi che Before Chartres ha visitato e di cui ha scritto, appare evidente che la penisola iberica è in sostanza divisa in due parti: la Spagna settentrionale, infatti, è piena di “bandierine” che segnalano la presenza di eccellenze romaniche, che siano chiese, chiostri, portali, affreschi o sculture, e il conseguente interessamento di questo blog; mentre le nostre visite, e la nostra attenzione, quasi spariscono da una certa latitudine in giù, che di arte romanica se ne trova ben poco.

La facciata e il portale “romanico”

I capitelli del portale della chiesa arcipretale di Sant Mateu del Maestrat (San Mateo, Castellón, nella provincia di Valencia) sommano alla loro bellezza – due in particolare meritano di essere descritti e celebrati – anche il pregio dell’essere un po’ come coraggiosi commandos infiltrati oltre le linee nemiche. E la similitudine non è peregrina, perché quello che divide in due la penisola è proprio un fronte, un confine di guerra. A tagliare in due la Spagna del medioevo, infatti, è la linea segnata dalla reconquista nel XII secolo: sopra quella linea, cioè nei regni cristiani di Navarra, Aragona, Castiglia, Leon e del Portogallo, l’arte romanica si è diffusa ampiamente durante i secoli cruciali del suo sviluppo; le terre e le città più a sud – “Al Andalus“, da cui viene poi “Andalusia” – rimasero invece sotto il dominio dei musulmani per tutta l’epoca romanica, e dovettero attendere la battaglia di Las Navas de Tolosa, nel 1212, per poter sviluppare di nuovo un’architettura e un’arte liberamente cristiane; nel frattempo, però, arte e architettura cristiane erano già diventate “altro” rispetto al romanico.

Diremo più avanti della datazione dei due capitelli di Sant Mateu, che secondo alcuni sarebbero stati realizzati ben più tardi del 1212… Ma intanto, grazie al loro richiamo, Before Chartres ha varcato la fatidica “linea rossa”, per giungere fino nella piazza di questa cittadina che, costruendo nel XIV secolo la sua chiesa gotica, poté e volle riutilizzare per il portale queste sculture che a noi sembrano decisamente romaniche, intensamente romaniche.

Sei sono i pezzi riutilizzati per adornare l’ingresso occidentale della chiesa. Tre hanno rilievi puramente decorativi, a volute vegetali. Un quarto, a sinistra del portale, propone due animali rampanti affrontati, e due figure umane ai lati. Due capitelli, quelli in cima alle colonne più a destra, sono invece “istoriati”, cioè raccontano un episodio particolare, che in entrambi i casi è tratto dalle Sacre Scritture.

Capitello della Cena di Erode Antipa (foto: jdiezarnal.com, elab.)

Il primo rappresenta la cena crudele di Erode Antipa. Posta coraggiosamente a cavallo delle due facce del capitello, e mostrata con una vista dall’alto, al centro della scena c’è la tavola a cui banchetta il re. Sulla tavola, è distesa una coperta decorata a piccoli rombi; sopra la coperta stanno alcuni piatti da portata: si riconosce un pesce nel piatto più piccolo, mentre nel più grande – signori, ora la cena è servita davvero! – scorgiamo la testa mozzata di Giovanni il Battista. A destra della tavola reale sta un soldato con la spada sguainata e brandita verso l’alto; davanti a lui un corpo, quello di Giovanni, in piedi ma privo della testa; al posto del capo mozzato, è scolpito un uccello che sembra allontanarsi, simbolo probabilmente dell’anima che se ne va. Sembra che su questo corpo si incrocino due ali richiuse, ma probabilmente lo scultore ha voluto rappresentare le pelli di cui si vestiva colui che, come un precursore, predicava nel deserto.

Erode ha capelli a caschetto, e dietro al capo aste gigliate, e nella destra, poggiata sulla tavola, stringe uno scettro. I suoi occhi sono sbarrati nel vuoto: non guarda la testa di Giovanni e vede, forse, con gli occhi del cuore, il destino che lo attende per la sue gesta infami. Alla sua destra è seduto un altro commensale – potrebbe essere la moglie Erodìade – dalla posa molto realistica e suggestiva, che è a sua volta rivolto verso un quinto personaggio più piccolo, in piedi con un braccio alzato come in un passo di danza: e vien da dire che si tratta della seducente Salomé, che con la sua esibizione ottenne per la madre il macabro prezzo del supplizio di Giovanni.

Il capitello dell’Eden, Adamo (foto: jdiezarnal.com, elab.)

Il secondo dei capitelli che ci hanno richiamato a Sant Mateu narra del peccato di Adamo ed Eva nell’Eden. Presenta un’impaginazione molto semplice: al centro, sullo spigolo che divide le due facce visibili, è scolpito l’albero del bene e del male, su cui si avvinghia il serpente; a destra e a sinistra stanno i due progenitori. L’unico accenno di movimento in questa scena è dato dal serpente che sembra avvicinare la sua testa, per sibilare qualcosa, a quella di Eva, fasciata dal tipico copricapo delle donne medievali, che sorprende a fronte della nudità completa della donna.

Le figure di Adamo ed Eva sono in parte degradate, ma molto suggestive. Vengono entrambe presentate in modo frontale, come inchiodate al loro peccato – quasi come i criminali arrestati, nelle foto segnaletiche della polizia americana – indifferenti l’una all’altra, spogliate davanti a Dio e al senso di colpa, scavate dallo sconcerto per ciò che è accaduto, ermetiche: “Ognuno sta solo sul cuor della terra – scrisse Quasimodo – trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera”.

Non si può dire che i capitelli di Sant Mateu, pur così attraenti nella loro spigolosa bellezza, siano noti e siano considerati più di tanti altri: la letteratura che li riguarda, quindi, è esigua. Peraltro, i soggetti rappresentati, sia quello della cena di Erode che quello del peccato nell’Eden, sono stati affrontati, e certamente anche con esiti artistici più elevati, in molti altri rilievi medievali; e forse il fascino di questi due pezzi è dovuto anche al modo in cui il passare dei secoli ha consunto e reso ancor più misteriose queste due sculture. Alla fine, non è facile inquadrarli e datarli con precisione.

Il sito jdiezarnal.com, che nella pagina dedicata a Sant Mateu propone preziose informazioni e foto molto belle dei capitelli – tra cui quelle proposte in questo articolo -, suggerisce una scansione temporale che spiegherebbe anche la loro collocazione al di sotto della “linea rossa”: la chiesa attuale, gotica, sarebbe stata costruita tra il 1355 e il 1360, e avrebbe sostituito una precedente chiesa “romanica”, che sarebbe stata “edificata tra il 1237 e il 1257, nello stile chiamato ‘della reconquista‘, nel periodo del governo dell’Ordine Ospedaliero”. Secondo questo schema, l’avvio del cantiere romanico risalirebbe addirittura a quindici anni dopo il 1212, e quindi i nostri capitelli daterebbero suppergiù alla metà del Duecento: non sarebbero, allora, fiori cristiani sbocciati anzitempo in terra islamica, ma opere romaniche molto molto tarde, realizzate molto molto tardi in un territorio già riconquistato e quindi ovviamente cristianizzato.

I due capitelli (foto: jdiezarnal.com, elab.)

Abbiamo già detto dello stile particolarmente ruvido dei capitelli, e proprio per questo loro essere duri e taglienti, ci pare difficile collocarli alla metà del Duecento. Ci sembra invece più corretto accostarli ad altri pezzi del periodo più vivace della scultura tardoromanica spagnola, come i bellissimi pezzi di Rebolledo della Torre, o quelli di Aguilar de Campoo e di Moarves de Ojeda, tutti databili alla fine del XII secolo; e anzi, dando un giudizio prettamente stilistico, i due capitelli di Sant Mateu appaiono, rispetto a quelli di Rebolledo, di Aguilar e di Moarves, meno evoluti e raffinati, quindi probabilmente più precoci.

E però sono due piccoli sconcertanti capolavori. Ricchi di fascino, a tema biblico, intriganti e suggestivi, privi di concessioni al bello e al raffinato, e invece portatori di una potente carica simbolica, i capitelli di Sant Mateu hanno tutte le caratteristiche dell’arte romanica popolare. Rispettiamo le ricostruzioni degli storici, ma continuiamo a pensare che siano stati realizzati prima della battaglia di Las Navas. E quindi al di là della “linea rossa” della reconquista, in terra ostile – anche se non sappiamo bene come questo avvenne -, e decisamente al di qua del confine ideale tra il tempo romanico e il tempo gotico.

I capitelli (foto di Andres Alfonso Pete per Pasión por el Románico., elab.)

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Le storie della Bibbia hanno ispirato e guidato gli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte nei suoi articoli, e ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.

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Non ci sono, questi pezzi notevolissimi, nel volumetto sui capitelli romanici che Before Chartres propone ai suoi lettori più fedeli. Ma ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI.

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Un’altra rassegna di capolavori: altri venti capitelli, tra i più belli scolpiti nel tempo romanico, sono raccolti in questo volumetto. Before Chartres li guarda e li racconta con la consueta curiosa attenzione, e con quell’entusiasmo che, di fronte a pezzi così eccezionali, è inevitabile: CAPITELLI ROMANICI, altri VENTI CAPOLAVORI.

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