Un pesce, una zappa: cioè Tobia e Tobi

Quattro capitelli trovarono sepolti i cittadini di Saujon, ed uno raccontava, e racconta, la storia di Tobia e di come, col suo pesce, guarì il vecchio padre cieco. Quattro capitelli sono ciò che resta alla gente di Saujon dell’antico monastero di Saint-Martin, fondato nel medioevo più antico, a lungo prospero, poi decaduto. Quando all’inizio del Novecento emersero da sotto due metri e più di terra, tutti e quattro furono ricollocati nella chiesa nuova. Dove i visitatori – quei pochi – ne osservano in particolare uno, e dove uno in particolare, quello appunto dell’uomo col grande pesce, ha dato da fare agli studiosi.

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Il capitello “di Tobia”

Si conviene infine che i due personaggi rappresentati sono i protagonisti di un testo biblico, il Libro di Tobia. Il quale in sostanza racconta questo: di come il vecchio Tobi, patriarca ebreo, fu deportato a Ninive, e qui divenne cieco; di come vantasse un credito, e di come quindi mandò il figlio Tobia fino nella Media per riscuoterlo; di come Tobia nel viaggio fu accompagnato dall’arcangelo Raffaele, angelo custode ante litteram; di come fu quasi sbranato da un grande pesce, che poi però gli fu utile, quasi un talismano, nelle visissitudini del viaggio; e di come alla fine, proprio grazie al pesce, Tobia, rientrato a casa, guarì dalla cecità il vecchio padre Tobi.

Per affermare che, sul capitello di Saujon, è proprio Tobia l’uomo che afferra il grande pesce per la coda, è necessario dimostrare che l’altro personaggio, un uomo in piedi con la zappa sulla spalla, sia il padre Tobi; aiuta gli studiosi proprio la zappa, poiché Tobi a questo attrezzo è legato stretto stretto proprio dal testo biblico. Di Tobi infatti i lettori della Bibbia – quelli medievali più degli odierni – sapevano che aveva un passato da… becchino, da caritatevole becchino. Avevano infatti letto, e ricordavano, ciò che Tobi racconta di sé, presentandosi (Tb 1, 16-19):

Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo.
Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori. Nella sua collera egli ne uccise molti; io sottraevo i loro corpi per la sepoltura e Sennàcherib invano li cercava.
Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura, mi diedi alla fuga.

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Tobi con la zappa

Per quella zappa, per quella sua dedizione ai cadaveri dei suoi, Tobi era diventato noto, aveva attirato la collera dei potenti, ed era pure caduto in disgrazia. Da quella zappa, insomma, ha inizio un po’ tutta la vicenda del Libro; e ben conviene che proprio davanti a quella zappa, appoggiata ancora sulla spalla del vecchio patriarca, tutto si concluda.

Come accade, appunto, nel capitello di Saujon: tornato a casa, il giovane Tobia, col suo pesce-talismano, si inginocchia di fronte al padre; questi pone mano al pesce, e i suoi occhi – che lo scultore rappresenta spalancati, a certificare la vista ritrovata – vengono guariti con effetto immediato. Come appunto narra il testo (Tb 11, 12-15

Tobia gli andò incontro, tenendo in mano il fiele del pesce. Soffiò sui suoi occhi e lo trasse vicino, dicendo: “Coraggio, padre!”. Spalmò il medicamento che operò come un morso, poi distaccò con le mani le scaglie bianche dai margini degli occhi.
Tobi gli si buttò al collo e pianse, dicendo: “Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi!”. E aggiunse: “Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Benedetto il suo grande nome su di noi e benedetti i suoi angeli per tutti i secoli”.

E insomma: il capitello di Saujon non ci racconta il seguito del Libro, che ha il sapore di un lieto fine disneiano – “Tobia entrò in casa lieto, benedicendo Dio con quanta voce aveva. Poi Tobia informò suo padre del viaggio che aveva compiuto felicemente, del denaro che aveva riportato, di Sara figlia di Raguele, che aveva presa in moglie e che stava venendo e che si trovava ormai vicina, alla porta di Ninive” (Tb, 11, 15) -; ci permette però di riscoprire una storia antica. Che è riassunta con un pesce ed una zappa: indizi semplici, per noi forse ostici, di certo più familiari agli uomini e alle donne del tempo romanico.

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Dei quettro capitelli ritrovati di Saujon – siamo nei pressi di Saintes, nelle terre francesi in riva all’Atlantico – quello dedicato alla vicenda di Tobia è il più singolare. Anche gli altri presentano episodi biblici: scolpiti tutti su tre lati, rappresentano un Daniele nella fossa dei leoni, una disputa tra San Michele e il diavolo per un’anima, e una interessante rappresentazione delle pie donne al sepolcro. La qualità dei rilievi non è eccelsa, ma la definizione della scultura è alta, e i capitelli presentano traccia dei colori – dei gialli e dei rossi – che li caratterizzavano forse in origine.

Before Chartres ha approfondito la vicenda dei quattro capitelli grazie al suggestivo articolo del blog Bon sense et Déraison – da cui sono tratte le immagini – che narra la vicenda del ritrovamento dei quattro capitelli, e li descrive e ne presenta una completa documentazione fotografica.  

Un pensiero su “Un pesce, una zappa: cioè Tobia e Tobi

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Giovanna Bigalli (da Fb):
    E c’è chi pensa ci studiare, e godere, il romanico (e buona parte dell’arte) senza conoscere le Scritture! Oggi festa degli Arcangeli il regalo di una storia in cui appare un altro arcangelo (anche se non scolpito qui né credo in altre sculture romaniche), Raffaele, compagno e guida di Tobi, da cui prende origine la figura dell’angelo custode. Ma è logico che il romanico ami Michele, l’angelo guerriero e giudice….

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