Il romanico e l’incubo di quel suicidio

Il tempo romanico non dimentica che Giuda alla fine si impiccò, e che morì appeso ad un albero. Di Giuda Iscariota, l’apostolo traditore, il tempo romanico sa che vendette il Messia per denaro, e che poi lo consegnò agli aguzzini con un bacio; ma ricorda molto bene anche che aggiunse alla sua stolta condotta la più folle delle decisioni, quella del suicidio.

Tutti sono presenti, i tre passaggi cruciali degli ultimi giorni di Giuda, nell’arte medievale, così come nell’arte dei secoli successivi. Numerosissime sono le rappresentazioni di quel momento cupo dell’Ultima Cena in cui, precipitando i Suoi nello sconcerto, Gesù prevede e annuncia le intenzioni di uno dei Dodici; altrettanto numerose sono le riproposizioni della scena del “Bacio di Giuda”, nell’Orto degli Ulivi, quando la turba degli armati viene per prendere il Maestro; meno frequente invece – fuori dal tempo romanico – è la rappresentazione del terzo quadro, la rappresentazione, cioè, dell’apostolo che, pentito e disperato, si toglie la vita impiccandosi, come racconta il Vangelo di Matteo (Mt 27, 3-5):

Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.

Ad Autun, a Saulieu e a Vézelay – per restare nello stretto ambito borgognone – l’impiccagione di Giuda è scolpita con esiti molto noti: in questi capitelli la scena, che in altre epoche è più spesso collocata ai margini di una Crocifissione, vive di luce propria. Nei primi due, il Diavolo affianca Giuda, ed esercita il suo ruolo di carnefice. Al centro della narrazione, anche per questa presenza demoniaca, sta proprio il gesto disperato del suicidio: non più il tradimento di Giuda, e nemmeno più il suo pentimento, ma proprio il concreto drammatico realizzarsi della decisione di togliersi la vita.

Questa decisione – il suicidio – sembra impressionare il tempo romanico più ancora del tradimento, della corruzione, del bacio infido. Il suicidio è infatti, agli occhi dell’uomo medievale, il peccato irrimediabile, quello da cui non ci si potrà pentire, e che per questo conduce senza scampo alla dannazione. Per questa sua caratteristica, l’atto del togliersi la vita costituisce per l’uomo romanico come una sorta di tabù, di follia innominabile, l’unica capace addirittura di impedire l’intervento caritatevole del Salvatore, che tutti può perdonare, che tutti può salvare all’ultimo, ma non chi si toglie la vita. Si adatta a Giuda, l’atto del suicidio, come a nessun altro, perché solo l’autore del tradimento più grave merita una sentenza così drastica; ma allo stesso tempo sconvolge il cristiano, che continua a chiedersi perché mai, dopo aver aperto gli occhi sul male compiuto, di nuovo Giuda abbia chiuso, con quel gesto, ogni spiraglio alla bontà del Signore che salva. Gesto e chiusura ancora più inspiegabili agli occhi di chi, come gli uomini e le donne del tempo romanico, vive aspettando la venuta del Salvatore, e il momento in cui potrà affidarsi – Giuda no, non avrà questa possibilità – all’imperscrutabile clemenza divina.

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Pietro, Paolo e Giuda nel portale di Sanguesa

C’è un luogo, nell’Europa romanica, in cui si respira più che altrove l’angoscia di questa epoca verso il suicidio di Giuda: è il portale della chiesa di Santa Maria la Real a Sangüesa. Qui, tre Apostoli sono rappresentati, sotto forma di statue-colonna, alla destra dell’ingresso; e questi Apostoli sono Pietro, Paolo e Giuda. affacciati all’ingresso di questa bella chiesa di Navarra, i primi due portano i segni della loro missione; il terzo penzola dalla colonna, mentre più in alto un demonio tiene la corda fatale.

Anche a Sangüesa, Giuda si impone come segno fortissimo. E’ sentenza per se stesso, ed è monito per chi guarda: sul petto la scritta “GIUDA MERCATORE” evidenzia la colpa di aver “venduto” il Cristo; ma davanti agli occhi dei fedeli sta, prima ancora di un uomo che ha tradito, un uomo che, uccidendo se stesso, ha ucciso ogni speranza della vita eterna, ed ha regalato se stesso, senza fine, al demonio che regge il patibolo.

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Un dettaglio dell’impiccagione di Saulieu (foto di Sharmanka Kinetic Theater per Flickr)

 

3 pensieri su “Il romanico e l’incubo di quel suicidio

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Giovanna Bigalli (da Fb):
    Eppure certe letture teologiche, certo lontane dal tempo di questo sculture, considerano Giuda un elemento indispensabile nel piano della salvezza. Senza il suo tradimento la storia avrebbe avuto lo stesso corso? Senza la morte di Cristo si sarebbe realizzata la salvezza degli uomini?…
    E quindi carnefice, traditore…
    strumento della salvezza …vittima? Senza contare il tema del libero arbitrio…..
    Scusa la divagazione.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Hai ragione, Giovanna. C’è tutto il tema poi del pentimento… Ecco: per questo ancor più è significativo (ma coerente) il concentrarsi dell’arte romanica in particolare sul tema del suicidio e dell’impiccagione. Che non è esclusivo, ma è ben presente.

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  2. Fabius Dieciscudi ha detto:

    La severità del giudizio nei confronti di Giuda è dovuta al peccato contro lo Spirito Santo, ovvero disperare della Misericordia di Dio. Questo non è in contraddizione con la possibilità di pentimento: ci dice semplicemente che il pentimento non è scontato, ci sono uomini che decidono di non pentirsi sino all’ultimo e questo ha delle conseguenze.

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