Sorres: un Michelangelo in Sardegna?

E dovrebbe piacermi più delle altre, per quelle volte in pietra che la coprono e la rendono unica tra le grandi chiese romaniche di Sardegna. E dovrebbe dirsi, più delle altre, “romanica”, per via di questo suo interno “romanicamente” strutturato proprio in virtù della copertura della navata a larghe crociere. E invece San Pietro di Sorres, la bella basilica nei pressi di Borutta, ad un’ora di strada a sud di Sassari, porta addosso un profumo di stagioni diverse, che non respinge, certo, ma…

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La facciata (foto: Pietro Milosk50)

Iniziata secondo i più entro la prima metà dell’XI secolo, la cattedrale dell’antica diocesi di Sorres fu quasi certamente completata nel XII secolo avanzato. Nella facciata, San Pietro racconta che i modelli a cui si ispirarono i suoi costruttori furono decisamente toscani. Chi se ne intende davvero, definisce queste ascendenze per lo più pistoiesi e pisane; ma sottolinea anche come, in verità, la chiesa di Borutta si discosti decisamente, quasi un allievo che difetti di attenzione, dal rigore che caratterizza le armoniche partiture toscane. O almeno ne trascura alcuni aspetti formali; tra questi “errori”, tra questi gesti d’indisciplina, spicca, a detta dei puristi, il mancato allineamento tra i primi due ordini di archeggiature che si disegnano sulla facciata: cinque grandi arcate nell’ordine inferiore, sette invece in quello mediano, dove poi, per sovrappiù di disordine, a separare gli archi stanno alternativamente colonnine troppo sottili e lesene troppo ampie… Insomma: la nostra cattedrale di Sorres studia alla scuola toscana – e ad essa si confà anche con l’utilizzo dei toscanissimi “quadrati impostati su uno dei vertici” al centro degli archi della facciata – ma ne apprende la lezione con distratta disponibilità.

E’ all’interno, però, che San Pietro sfoggia un vero e proprio soprassalto di personalità. Perché la navata centrale non solo si copre in pietra, ma addirittura sceglie l’articolata soluzione delle crociere allineate in successione, che è tipica del romanico compiuto ma è stata adottata rarissimamente in Italia – non dimentichiamolo mai – e rarissimamente anche a Pisa, a Pistoia e in tutte quelle terre toscane che costituiscono il riferimento di questa cattedrale. Ripetiamo in cosa consiste l’ardire progressivo di San Pietro: disse no alla copertura in legno, e alla conseguente linearità basilicale; ma optando per la copertura in pietra rifiutò anche la volta a botte continua, e scelse quel tipo di copertura, la crociera, che porta a costruire non uno spazio lineare allungato, ma piuttosto uno spazio decisamente modulare, “a campate”; ancora, per non lasciar spazio a dubbi costruì le proprie crociere fortemente incupolate, spinte cioè verso l’alto; infine, dimostrando di sottrarsi in toto a qualsivoglia modello, realizzò le proprie crociere in pietra nera, smaterializzandole con questo colore, trasformandole quasi in un cielo notturno posto sopra l’aula della preghiera.

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Uno scorcio dell’interno con l’ambone (foto: Maurizio Cossu)

Può essere una sensazione solo mia, ma io respiro qualcosa di nuovo, e di tutt’altro che romanico, nell’interno della cattedrale di San Pietro; vedo uno spazio che quasi si vuole definire secondo moduli geometrici, uno per ogni campata; vedo una ricerca grafica nella linearità dei pilastri, nell’essenzialità dei capitelli che praticamente spariscono in una cornice, nella geometrica evidenza del disegno degli archi. Vedo, alla fine, un atteggiamento che anticipa i grandi spazi del gotico toscano, tutto linee ed eleganza; e quasi ancora vedo – o meglio, prevedo – le assolute geometrie del Rinascimento, da San Miniato alla Sacrestia Nuova di Michelangelo. Anche quel soffitto, articolato in crociere sì, ma così separato dal resto della struttura per via del colore scurissimo, privo di peso, allontanato, trasformato, coma si diceva, in un cielo di stelle… anche quel soffitto parla il linguaggio del romanico meno ancora di quanto facessero le tradizionali coperture a capriate lignee, di cui la Sardegna romanica è piena.

L’altro tratto caratteristico dell’interno di San Pietro di Sorres è la decisa e marcatissima partitura dei pilastri in fasce alternate bianche e nere, le quali proseguono nei grandi archi che salgono dai pilastri a sostenere le volte. Si potrebbe parlare, secondo alcuni, di una suggestione d’Oltralpe, e di un riferimento a Vézelay e alla meravigliosa basilica della Madeleine. La quale invece, per me, è lontanissima nello spirito dalla nostra cattedrale di Borutta: là tutta la navata dialoga in continuità come un lungo articolato cammino, mentre qui i pilastri segnano ogni tappa dello spazio; là le pietre bianche e grigie assecondano il dialogo complesso e complice tra le varie parti – pilastri compositi, capitelli strutturati, archi, semicolonne, costoloni, volte – mentre qui a San Pietro il bianco e il nero si impongono come segni architettonici più forti di qualsiasi altro rapporto, gotici nello spiccato intento decorativo, quasi rinascimentali nella radicale ricerca della spazialità, ma non romanici. No, non romanici.

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La navata della basilica (foto: Gianni Careddu)

3 pensieri su “Sorres: un Michelangelo in Sardegna?

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Un’analisi personale e difficilmente contestabile, che le impressioni non si possono contestare.
    Certo ispira riflessioni non banali. Però non riesco a trovare convincente il pensiero che rimandi la diffusione delle volte all’architettura gotica, che sono tanti gli edifici rom,anici anche in Italia con poderose volte a crociera e non a botte, più diffuse in area d’oltralpe, in Francia.

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