San Paolo, “self made man” della fede

In un capitello famoso, forse il più noto tra i cento della basilica di Vézelay, due uomini stanno intorno ad una mola: uno dall’alto versa il grano, l’altro da sotto raccoglie la farina. Ci concentriamo su questo secondo personaggio; che poi è san Paolo, e che proprio questo capitello contribuisce a definire come un portentoso esempio ante litteram di “self made man”.

La vicenda personale e storica di san Paolo, che dalla polvere di Damasco ha voluto e saputo giungere al primato tra gli Apostoli del Cristo, è infatti una tra le più incredibili storie di ascesa e successo conseguiti da un singolo, sotto gli occhi dei contemporanei e dei posteri. Pensateci: Paolo non era né uno dei Dodici, né uno dei tantissimi discepoli; non conobbe Gesù, e anzi quando ancora si chiamava Saulo fu uno strenuo avversario della nuova fede, degli Apostoli, dei seguaci di Cristo. Convertitosi sulla strada di Damasco, quando il Signore gli apparve e lo sbalzò a terra da cavallo, quell’uomo, che nulla aveva nel proprio bagaglio per aggregarsi al gruppo dei fedeli di Gesù, si autoproclamò Apostolo; e in breve divenne l'”Apostolo delle Genti”, scalando le gerarchie della nuova Chiesa fino ad appaiarsi a Pietro. E fino a conseguire, con la sua predicazione e con i suoi testi, sorretto da una volontà caparbia e incrollabile, l’autorevolezza del primo e più grande “docente”, del primo e più grande “teologo”.

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Il capitello “del mulino mistico”

Chi frequenta la liturgia domenicale ha una continua conferma dell’assoluta primazìa di san Paolo: è infatti tratta dalle sue “Lettere”, quasi sempre, la seconda delle tre letture proposte all’assemblea, quella che fa da cerniera tra il primo testo, preso dell’Antico Testamento, e il terzo, che viene dal Vangelo. E’ l’elaborazione teologica fatta da Paolo, insomma, che spiega, collega, interpreta: è Paolo che dice ogni domenica come si lega il Vecchio e il Nuovo.

Anche il capitello di Vezelay, proprio come la seconda lettura domenicale, certifica che a san Paolo – uomo nuovo e lontano che mai sentì parlare il Cristo – è stato comunemente riconosciuto il primato dell’evangelizzazione, o meglio ancora della trasposizione dell’antica Promessa nella nuova. Nel rilievo infatti, mentre Mosè rappresenta l’Antico Testamento che vuota il grano della fede dei Patriarchi, a rappresentare il tempo nuovo che raccoglie quel grano fatto farina non c’è Pietro, il primo degli Apostoli, non c’è Giovanni l’Evangelista, ma c’è Paolo. Che non era nessuno, e in pochi decenni divenne invece l’interprete primo, la voce più potente e autorevole della nuova Promessa. Che non era nessuno, e che invece ha assunto il ruolo di primo interprete del collegamento tra l’antica e la nuova Tradizione – proprio il ruolo che, appunto, gli attribuisce il capitello “del mulino mistico” alla Madeleine, rappresentandolo con il suo sacco aperto di fronte a Mosè.

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La navata della basilica di Vézelay

Del capitello di Vézelay, della sua iconografia e del ruolo di san Paolo nell’evoluzione del pensiero cristiano scrive – e molto meglio di quanto non sia riuscito a fare qui “Before Chartres” –  nel sito Paulus 2.0, Luigi Walt. Il quale però non dà per certa l’identificazione dei due personaggi al mulino, dato che lo scultore, secondo Walt “non si è minimamente preoccupato di cesellare qualcuno degli attributi iconografici che avrebbero permesso all’osservatore di scorgere nel primo personaggio un Mosè, o nel secondo un san Paolo”. E in questo eccede in prudenza, perché quella fronte alta e, diciamolo, quella testa quasi glabra, unita alla barba lunga e sottile, che se fosse colorata sarebbe scura, sono tutti attributi che è quasi impossibile non attribuire a Paolo. Nel medioevo sono il “marchio” dell’Apostolo debole di salute ma forte di spirito, e a tutto determinato come chi si è fatto da solo dal nulla, come un atleta di fronte alla sua ultima gara, quella che non può non vincere.

 

4 pensieri su “San Paolo, “self made man” della fede

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Aldo Valentini (da Fb):
    Bah a dir il vero lo vedo con lunghi e folti capelli e barba, quanto al suo ruolo preminnente basta e avanza la traditio legis (clavis a Pietro). All’inizio gli apostoli (che non si fidavano) gli affiancarono Barnaba, ma Saulo si faceva forte della sua grande cultura greca. La Grecia, il mondo più avanzato allora…e proprio lì mise a prova sè stesso.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Stefano Geromin (da Fb):
    Oltre al capitello di Vezelay, ho sentito parlare del mulino mistico in soli altri due casi. Durante i lavori di ristrutturazione di Saint Denis, Suger fece costruire alcune vetrate (ora andate perdute), tra cui una che riproduceva la scena del mulino mistico con alcuni profeti e San Paolo. Sotto il mulino c’erano scritti i seguenti versi riportati da E.G.Holt in Storia documentaria dell’arte – dal Medioevo al XVIII secolo: “Spingendo la mola, Paolo, trai dalla crusca farina/ Fa noti gli aspetti interiori della legge mosaica./ Genuino, privo di crusca si formi da tanti chicchi il pane,/ cibo perpetuo per noi e per gli angeli (…). Mi risulta ci sia anche un’iscrizione a Saint Trophime ad Arles che dice: “La legge di Mosè nasconde ciò che la parola di Paolo rivela, attraverso di Lui il grano del Sinai diventa farina”.

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  3. Paolo Salvi ha detto:

    Mi piace questo “apostolo” non apostolo, che rappresenta elemento di congiunzione tra due momenti fondamentali del culto cristiano. Sarà che porto il suo nome, sarà che per tanti aspetti è controverso, che ha una storia personale “discutibile”, lo trovo un personaggio molto interessante. Come la narrazione dell’episodio e come i riferimenti iconografici esposti.

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