La notte prima di costruire una chiesa

Per tutto il medioevo – Before Chartres non ha dubbi – tutti coloro che si apprestarono a costruire una chiesa, fossero abati, vescovi, sovrani e nobili devoti, hanno letto e riletto un passaggio della Bibbia, uno in particolare. E’ un brano cruciale, che ha sicuramente interrogato i “costruttori” di quei secoli, costretti da quelle poche righe ad un esame di coscienza, a porsi domande e a dare risposte quanto al loro progetto di “costruire una casa per il Signore”.

Il passo in questione si trova nel II Libro di Samuele che, nel capitolo settimo, narra del dialogo a tre voci tra il re Davide, il profeta Natan, e il Signore in persona. Il re, che insieme al suo popolo si trova in un momento di prosperità dopo molto tempo trascorso in balìa dei nemici, sente l’esigenza di rendere evidente la sua gratitudine verso Yahvè, e pensa di costruire un tempio dove collocare, finalmente, l’arca “dell’Alleanza”, simbolo della presenza di Dio in mezzo agli Israeliti:

Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te».

Con lo sguardo all’arca santa, il re ha solamente accennato al suo pensiero; ma il profeta non ha dubbi, e precorre addirittura la domanda del sovrano: Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo; e cioè: Costruisci la chiesa che hai in mente. Però spesso i pensieri del Signore non sono quelli che gli uomini gli attribuiscono; ed Egli allora si fa sentire con forza:

Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché Io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa...».

E insomma Yahvè non l’ha presa bene, quest’idea buona, ma presuntuosa: Non sarai certo tu a costruirmi un tempio di pietra, piccolo re; piuttosto sarò io che, dopo averti difeso e reso grande, farò a te una casa… Nello stesso discorso, fatto a Natan perché lo riporti a Davide, il Signore spiega che la casa che intende edificare è la salvezza regalata per mezzo di Gesù – «…io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me…» – ma a noi questa promessa interessa meno. E’ centrale invece per noi quell’invito alla prudenza, quel fortissimo e quasi sarcastico richiamo all’umiltà, che il Signore rivolge in questo passo a tutti coloro che hanno l’ambizione di costruirgli una casa, di costringerlo dentro un tempio, di vincolarlo ad abitare in una chiesa.

L’abate Desiderio mostra la chiesa che costruirà

Immaginiamo le notti di un abate, mentre matura nella sua mente l’idea di edificare una chiesa, o di ricostruire quella ormai vecchia, o insufficiente, in cui si riunisce in preghiera la comunità a lui affidata. In quelle notti la domanda: “Forse tu mi costruirai una casa, perché Io vi abiti?” non dev’essere riecheggiata una sola volta; e la risposta dev’essere stata pressappoco questa: “Lo farò, mio Signore, ma secondo la misura, perché lungi da me la pretesa di costringere in un luogo di pietra il Signore creatore del mondo”. Anche nobili pii, vescovi devoti e ferventi capipopolo, e tutti coloro che nel tempo romanico si sono preparati all’impresa di edificare una nuova chiesa, avranno affrontato la stessa domanda, lo stesso dubbio – “Come oso pensare di poter costruire una casa per l’Onnipotente?” – e per tutto il tempo romanico devono essersi dati la stessa risposta: “Lo farò con umiltà e misura, senza pretendere che questa casa di pietra sia l’unica dimora del Signore”.

Poi venne il tempo gotico, e i costruttori di cattedrali, evidentemente, smisero di porsi domande, e di confrontarsi con le raccomandazioni che il Signore, per bocca del profeta Natan, fece giungere a Davide. Poi venne il tempo gotico, e la pretesa di dare al Signore una casa – una, quella, l’unica, la più grande, la più alta, la più simile al cielo perché possa imprigionare l’Onnipotente – si espresse senza più misura e senza più umiltà, e scatenò la gara tra le grandi cattedrali di pietra e vetro.

Lanfranco dirige il cantiere

6 pensieri su “La notte prima di costruire una chiesa

    • Stefano Angelini ha detto:

      Certamente i costruttori del tempo romanico, che nulla lasciavano al caso, avranno fatto quell’esame di coscienza per non peccare di superbia.
      Epperò sono tante le costruzioni che dietro un’aspetto “umile” nascondono sapienti rapporti aurei, orientazione astronomica e collocazione, sicché tuttora ne restiamo ammaliati per la profonda, irripetibile armonia.

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  1. Nicola ha detto:

    Da appassionato del Romanico, mi trovi d’accordo.
    La chiesa gotica vuole imprigionare Dio, con la sua altezza nel cielo (una nuova torre di Babele?) e con la cattura della luce. La chiesa romanica, invece, non ardisce tanto: ci prova, a salire, ma poi non ce la fa e si ripiega su se stessa, quasi prostrata davanti a Dio, non osa sfidare i cieli. L’unica cosa che riesce a trattenere sono le preghiere dei fedeli.
    Comunque, che siano basiliche paleocristiane, chiese romaniche o gotiche o addirittura barocche, si prega molto meglio che nelle chiese contemporanee.

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  2. Anonimo ha detto:

    Dovrei leggere il magnifico “I PILASTRI DELLA TERRA” di Ken Follett, che ha abilmente descritto le fasi di costruzione di una grande chiesa nel Medioevo. Un romanzo molto accurato sul piano storico dal quale hanno tratto una bella e breve serie televisiva in quattro puntate.
    Naturalmente ci sono altri libri di qualità superiore, con intenti storico-critici e non certo letterari.
    Principalmente segnalo “CANTIERI MEDIEVALI” di P. Sanvito, R. Cassanelli, edito come al solito da Jaca Book, nella sua collana Storia dell’arte europea (1995).
    Questo sicuramente un ottimo riferimento.

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