Il piccolo problema delle logge pisane

Guardando la facciata immensa del Duomo di Pisa, candida nel verde del prato, sotto la torre pendente, facciamo oggi un altro dei ragionamenti irriverenti che ogni tanto Before Chartres non riesce a trattenere. E mentre raccontiamo la potenza di questa facciata, mentre ammiriamo quelle loggette sovrapposte e strepitose, marchio di fabbrica che il romanico pisano brevettò e riuscì ad esportare anche fuori dal proprio territorio, andiamo a notare un particolare, un segno forse di fragilità. Anzi due.

La facciata del Duomo

Dicevamo delle loggette. La facciata del Duomo di Pisa, realizzata da Rainaldo nel XII secolo avanzato, inaugura e codifica infatti un vero e proprio sistema, per metà architettonico e per metà decorativo, dividendo se stessa in due parti entrambe bianche, ma ben distinte: sotto, si estende una vasta fascia dal ritmo quasi classico e pacato, segnata sì dalle sette grandi arcate e dai tre portali, ma tutto sommato piana, rilevata appena dalle grandi semicolonne e dagli archi che le congiungono; ma nella metà superiore, con una virata potente, tutta la facciata è trasformata in un gioco di traforo, per via delle quattro gallerie di loggette, sovrapposte quasi senza stacco l’una all’altra. Non c’è più muro, nella metà alta della facciata di Pisa, ma solo il fitto susseguirsi, martellante, sistemico, di esili colonnine unite da piccoli archi, che si inseguono alternate ai vuoti che si creano tra di esse. Questo è il segno forte e indiscusso di Pisa nel romanico – la famosissima torre riprende lo stesso schema: un primo giro quasi piano, poi sopra addirittura sei giri di loggette – contrapposto al modello antico e “rustico” di certe facciate in pietra scura, si pensi solo a Gropina e a Romena, ma allo stesso tempo lontanissimo dallo stile fiorentino, fatto di facciate eleganti e “grafiche”, in debolissimo rilievo. E quest’invenzione di una parete alta dematerializzata dalla rete delle loggette si diffonde, eccome: viene replicata nella stessa Pisa a San Paolo a Ripa d’Arno, ad esempio; ma poi trova riproposizioni meravigliose nelle facciate di San Martino e di San Michele in Foro e in tante altre chiese lucchesi; ritorna ancora a Pistoia nella facciata della cattedrale, e perfino ad Arezzo, dove la facciata di Santa Maria della Pieve, pur non essendo a salienti, riempie completamente la sua metà superiore, appunto, di tre fughe sovrapposte di loggette.

E però nell’autorevole modello, si diceva, due particolari stupiscono, ed è come se la prima realizzazione del sistema a loggette sovrapposte, qui, nella facciata del Duomo di Pisa, stesse sperimentando sé stessa. Il primo elemento che colpisce è che tutte le loggette delle quattro schiere sovrapposte sono coperte da archetti, tranne quelle dei due tratti sotto gli spioventi esterni del tetto, che sono invece collegate da una trabeazione lineare. Soluzione inattesa, perché il completamento con archetti era possibile anche qui: si poteva in sostanza riproporre un questi due tratti la modalità ad archetti digradanti che è stata realizzata in alto al centro, nel culmine del frontone coperto anch’esso da due tratti di tetto spioventi. La trabeazione utilizzata per la copertura di quei due tratti “spuri”, poi, si inclina con un angolo particolare, diverso da quello del tetto… Che dire? Che la facciata ha inteso riprendere il motivo della trabeazione lineare tra le lesene che è tipico della decorazione originaria di tutto l’esterno, realizzata da Buscheto qualche decennio prima; oppure possiamo immaginare che ci troviamo di fronte ad una incertezza degli architetti; incertezza che torna in San Paolo a Ripa d’Arno e nella cattedrale di Pistoia, dove le loggette dei salienti esterni sono di nuovo collegate da una trabeazione piana, ma che è invece risolta con la soluzione ad archetti – più bella, oppure più ovvia, più scontata? – nelle facciate di San Martino e di San Michele a Lucca.

Rispetto ai compiuti e “perfetti” esempi di San Martino e di San Michele, la facciata del Duomo di Pisa mostra un’altra “incertezza”, che potrebbe essere anche collegata alla prima. Delle quattro file di colonne, infatti, le due inferiori presentano un numero dispari di loggette, così che al centro sta un vuoto, una loggetta, appunto, e non una colonna; nelle due file superiori, le loggette sono invece otto, così che al centro finisce per collocarsi una colonnina. A ben guardare, insomma il dialogo tra le quattro file di loggette è, a Pisa, tutt’altro che perfetto.

Sottigliezze? Certamente. E non è improbabile che un’attenta analisi delle diverse fasi della costruzione della facciata possa evidenziare i motivi di queste soluzioni inattese. Esse comunque testimoniano la profonda mutazione dello spirito romanico, per lungo tempo incurante della simmetria e della precisione, ed ora invece incamminato, in questo scorcio del XII secolo, verso la ricerca e verso la conquista di soluzioni graficamente impeccabili. L’ordine perfetto, scevro da errori, arriverà però solo con il pieno avvento dello spirito gotico e della padronanza, propria appunto del gotico, delle tecniche di progettazione e architettoniche.

Le loggette della facciata (foto: Luca Aless, dett.)

5 pensieri su “Il piccolo problema delle logge pisane

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Alberto Di Pede (da Fb):
    Piazza del Duomo è in realtà un catechesi a cielo aperto: il Battistero rappresenta il Battesimo di Gesù, la Cattedrale la Passione e la Morte, il Campostanto il Sepolcro e il Campanile la Resurrezione. Pisa è sempre stata città Mariana e Ospitaliera, oltre che Templare. La simbologia di tutte le costruzioni ancora intatte – e sono molte – non è casuale, ma certamente di difficile comprensione. Grazie per l’articolo.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Aldo Valentini (da Fb):
    Cavoli, che attenta osservazione! Non l’avevo mai notato, l’utilizzo degli archetti ad altezza decrescente è però applicato sotto gli spioventi del timpano, in sommità. Forse una scelta successiva agli spioventi delle navate laterali, ad opera quasi finita.

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  3. Paolo Salvi ha detto:

    Interessanti punti di vista, anche se non del tutto condivisibili. Certi “errori” probabilmente non lo sono alla luce di un mantenimento dello stesso passo degli archi delle loggette, che a prima vista appaiono simili nei vari registri.
    La trabeazione laterale che si allarga salendo avrebbe potuto essere sostituita da archeggiature in crescendo se lo spazio fosse stato maggiore; la stessa quindi è determinata dall’imposta sui capitelli e dipende dal congiungimento ai capitelli della loggia centrale. L’allargamento della trabeazione, anomalo, dipende dalla diversa cadenza del tetto delle navate rispetto all’imposta dei capitelli.
    Credo che dopotutto ci sia un disegno unitario in questa facciata, anche se apparentemente anomalo in qualche punto.
    Quanto all’architettura nel suo insieme, in buona parte è fatta di un dialogo tra vuoti e pieni, massa ed aperture, principi secondo i quali si posso leggere le architetture di ogni epoca, dove la giustapposizione degli uni e delle altra regola lo sviluppo dell’opera.
    A Pisa, forse, nasce questo sviluppo dell’architettura romanica che punta alla leggerezza e all’eleganza data, appunto, dalla leggerezza e da qui si diffonde nella regione con gli esempi magnifici che hai proposto.

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  4. Giulio Giuliani ha detto:

    Lorenzo Fubini (da Fb):
    Più che errori o incertezze, io parlerei di variazioni al tema. Il Duomo di Pisa in fin dei conti ci mostra una coesistenza di elementi classici e anticlassici. Dove è scritto che anche le colonne degli spioventi dovevano essere archeggiate e che a pieno deve corrispondere pieno e a vuoto deve corrispondere vuoto? Se fosse un edificio classico sarei anche d’accordo, ma in un edificio romanico no. Le trabeazioni ad “U” sulla facciata di San Miniato al Monte e sull’attico del Battistero fiorentino, tanto care a Brunelleschi, sono anch’esse dunque incertezze o sbagli nella loro anticlassicità e poca ortodossia?

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Intanto, Lorenzo, ci siamo concentrati su un particolare, e attraverso questo particolare, abbiamo guardato di nuovo un capolavoro, Quelle espresse qui sono ipotesi, non certezze. E comunque aiutano, credo, a “guardare” con attenzione.

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