A Ceri, dove Daniele fu preso e venduto

La vicenda biblica del giovane Giuseppe è, secondo il Corano, la più bella delle storie; e qui a Ceri, tra tutti i riquadri affrescati nel Santuario della Madonna, il più bello è proprio quello in cui il figlio di Giacobbe è protagonista, anche se controvoglia: racconta di come i fratelli di Giuseppe, consumati dall’invidia, tramarono per ucciderlo, lo calarono in una cisterna, e poi lo vendettero come schiavo ai mercanti ismaeliti.

Il ciclo nel suo complesso (foto dal sito anticopresente.it)

Del vasto ciclo che, dipinto nel XII secolo, rendeva splendida la chiesa del piccolo borgo del Lazio, non resta che una sola parete, quella a destra nella navata. I dipinti che rimangono, però, sono di gran pregio. Disposte in perfetto ordine, le sedici scene bibliche dei due registri alti narrano le vicende del Libro della Genesi – che appunto si conclude con la lunga e suadente narrazione delle vicissitudini del giovane Giuseppe – e aprono poi, con gli ultimi quattro riquadri, alle successive vicissitudini del popolo Ebreo, descritte nel Libro dell’Esodo. Abbiamo quindi nell’ordine un Creatore che separa la luce dalle tenebre, la creazione di Adamo, quella di Eva, il peccato originale, la cacciata dall’Eden, l’offerta sacra di Caino e Abele e l’omicidio di quest’ultimo, il sacrificio di Isacco e infine, quanto al primo registro, l’arca di Noè nel diluvio; nel registro inferiore il racconto riprende con Giacobbe che riceve la benedizione del vecchio padre Isacco; e poi, dopo un riquadro di difficile lettura perché quasi totalmente occupato da un arcata – ma probabilmente dedicato all’episodio di Giacobbe e della lotta con l’angelo – ci troviamo finalmente a tu per tu con Giuseppe e i suoi fratelli.

Il riquadro con Daniele venduto ai mercanti (foto di Mauro.salvatore per commons wikimedia)

Dieci sono i figli adulti di Giacobbe, ed erano a pascolare la mandria quando il padre ordinò all’undicesimo nato, ancora adolescente, di andare a cercarli. Raggiunti da Giuseppe molto lontano da casa, e da tempo infastiditi perché Giacobbe lo amava più di tutti loro, i dieci fratelli grandi decisero di liberarsi di lui:

Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». (…) Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto. Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli lo ascoltarono. Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. (…) Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire…

La vicenda di Giuseppe si dipana per altri otto capitoli, oltre a questo che è il trentasettesimo, nel Libro della Genesi: il ragazzo è condotto in Egitto, viene imprigionato, mostra di saper leggere i sogni, e grazie a questa dote il Faraone stesso lo nomina suo secondo; al fianco del Faraone, Giuseppe gestirà i sette anni di abbondanza e poi i sette anni di carestia che aveva saputo prevedere, incontrerà di nuovo i suoi fratelli, li metterà alla prova, fino a che non li perdonerà e non li ospiterà, insieme al vecchio padre Giacobbe, in terra d’Egitto… Ma qui nel santuario di Ceri la sua storia lunghissima è riassunta nel momento cruciale in cui è venduto ai mercanti. Al centro della scena sta la cisterna, quasi una vera da pozzo moderna; il giovane Giuseppe, ha un piede sul bordo e l’altro sul vuoto, a mostrare come i fratelli lo vogliano morto, ma viene contemporaneamente issato, e venduto: a sinistra infatti i dieci fratelli adulti congiurano e confabulano; e mentre alcuni già trattano con gli spaventosi Ismaeliti, e ricevono il prezzo della vendita, altri nell’angolo imbrattano la veste del ragazzo per simulare l’attacco delle belve. Strani cammelli attendono che si concluda l’affare; dietro, un albero nero appena si distingue in un celo plumbeo e gravido di presagi nefasti.

Gli Egiziani travolti dal Mar Rosso (foto di Mauro.salvatore per commons wikimedia)

Tra tutti i riquadri “biblici” di Ceri, questo con la storia di Giuseppe – che prosegue nel successivo con la disputa con la moglie di Putifarre – testimonia al meglio la forza romanica dell’intero ciclo. Agli affreschi ancora classici e colti della chiesa romana di San Clemente, che molti studiosi collegano a questi, il pittore di Ceri risponde inseguendo il movimento, cercando la vivacità del racconto e la resa del dramma, e forzando i profili dei volti – quelli dei figli di Giacobbe e quelli dei mostruosi mercanti -. Il frescante qui si sforza, secondo la lezione romanica appunto, di far parlare i gesti e gli sguardi. Meno classico, e più popolare, rispetto al pittore che operò in San Clemente, questo di Ceri è a sua volta più vivace e arguto e brusco di quello che affrescò l’oratorio dei Santi Quattro Coronati, sempre a Roma, che invece ormai indugia in un’attenzione calligrafica già quasi gotica. E insomma: qui nel santuario della Madonna di Ceri gli affreschi – si guardino con attenzione anche il riquadro del passaggio del Mar Rosso, e quello che sintetizza la vicenda di Caino ed Abele – con i loro sfondi scuri, con le figure chiare, ben delineate, con l’impaginazione didascalica, in cui il fine educativo prevale sulla ricerca del risultato artistico, mostrano ancora e pienamente la forza della pittura romanica.

E a Before Chartres piace affiancare questo ciclo – è una suggestione, più che un fondato parallelo – ai dipinti di un altro santuario mariano, quello di Anglona, in Basilicata: anche là scene bibliche originali ed espressive, anche là affreschi in più registri sopravvissuti su una sola parete, quella di destra nella navata, anche là pitture riscoperte e restaurate di recente… come queste di Ceri, che fino a pochi decenni fa erano perdute sotto uno spesso strato di parete, e ancor oggi patiscono un contesto, quello dell’aula “barocca” del santuario, ormai irrimediabilmente stravolto.

La navata e la parete affrescata

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2 pensieri su “A Ceri, dove Daniele fu preso e venduto

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Sandra Gatti (da Fb):
    Trovo appropriato il confronto con le pitture di Anglona, che però purtroppo sono molto più rovinate rispetto a quelle di Ceri. Complimenti per l’articolo e per tutto il blog, che tratta sempre argomenti di grande interesse. Grazie.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Filippo Roversi (da Fb):
    Grazie per queste spiegazioni che ci fanno recuperare storie della Bibbia che un tempo erano nostre e che ora non lo sono più. E’ molto importante non dimenticare la nostra cultura e la nostra fede.

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