Irache è l’ultimo esame di romanico

Il viaggio ideale nella Navarra romanica termina con la visita al monastero di Irache: in questo complesso, dal nome altisonante di Santa María la Real, l’arte romanica della regione propone i suoi ultimi esiti, tardi eppure notevolissimi, affogati in un contesto per molti versi ormai addirittura rinascimentale, e però affioranti. E’ come se qui ad Irache l’arte e lo spirito che amiamo si riproponessero un’ultima volta, melanconicamente, per dare un’ultima prova di sé, e per resistere ad un’archiviazione ormai imminente.

L’abbaziale vista da nord (foto: romanicoaragones.com)
La chiesa e il monastero (foto: romanicoaragones.com)

Il monastero – siamo tra Estella e Monjardin – conserva ben poco, oltre alla chiesa, di medievale, e anzi i due chiostri e gli edifici annessi sono più recenti di secoli rispetto all’abbaziale. E anche quest’ultima sta in una vaga “terra di mezzo”. “Irache rappresenta un punto di svolta, sia materialmente che spiritualmente. È un anello di congiunzione – scrive García Omedes – che unisce epoche e stili diversi, incorporando sapientemente il meglio di ciascuno senza creare effetti discordanti quando questi stili diversi condividono lo stesso spazio. Nella sua chiesa, gli stili alto romanico, cistercense e protogotico convergono con un’eleganza di forme e soluzioni che sorprende e affascina”. E chi volesse visitare da lontano il monastero, non ha che da cercare le pagine di romanicoaragones.com, che di Santa María la Real parlano con la consueta competenza e profondità, e da cui sono prese tutte le immagini di questo articolo.

La chiesa da oriente (foto: romanicoaragones.com)

Ciò che resta, ad Irache, di romanico, sta quindi nella grande chiesa del monastero. Possente come una fortezza all’esterno, eppure composta da volumi in interessante equilibrio, con una parte absidale che, pur se molto più austera, ricorda quelle di Toro e Zamora, e con una torre in facciata che parte romanica e termina… spagnola, l’abbaziale è un edificio dell’ultimo scorcio del XII secolo. Su una preesistente costruzione del secolo precedente, di cui ci restano l’impianto complessivo e la base delle absidi, una squadra di muratori e scalpellini la tirò su e la completò nel giro di un decennio o poco più – lo testimoniano i segni incisi dagli scalpellini sulle pietre, che sono gli stessi in ogni parte dell’opera – realizzando una chiesa dall’altissima coerenza, e però tutta posta al confine tra il modo romanico e quello gotico: tre le navate sono tutte coperte con crociere fortemente costolonate, segnate da archi acuti; all’incrocio con il transetto sale verso l’alto una cupola; presbiterio ed abside sono anch’essi elegantemente segnati dal rincorrersi di archi a tutto sesto e lievemente acuti. All’esterno, particolarmente interessante è la parte absidale, in rapporto con il tiburio e le torrette che lo circondano. Sembra, insomma, che la squadra dei costruttori abbia ben riassunto in Santa María la Real la lezione completa e matura dell’architettura del Cammino verso Compostela: il risultato è un edificio che non può certo dirsi originale, ma appare sicuro e solido come la composizione più matura di musicista a fine carriera.

Navata e presbiterio (foto: romanicoaragones.com)

Dentro questa vasta architettura, anche i pezzi scolpiti hanno la stessa sapienza assodata. Nelle mensole all’esterno dell’abside, nei capitelli del portale, specie quello sul lato nord, nelle chiavi di volta delle crociere che coprono le navate, si incontrano ad Irache pezzi di pregevolissima (e tarda) fattura. Sono molti i capitelli vegetali o geometrici, alcuni dei quali realizzati però con una varietà di figurazioni che sembra non volersi inchinare al rigore cistercense o alla incombente semplicità gotica, che pure già è evidente in tanti altri pezzi. E tra i capitelli che ancora si ostinano a parlare romanico, diversi sono quelli figurati e istoriati che, come si diceva, affiorano con la loro bellezza, quasi impertinenti, dal rigore dell’architettura della chiesa: incontriamo un’adorazione dei magi, diversi capitelli con cavalieri affrontati, un centauro che affronta un drago, sirene (o tritoni) che portano in mano un pesce, figure umane che alzano mazzi di fiori e una testa mozzata, arpie e mostri nello stile di Castiglia; e infine non si può non sottolineare la bellezza del capitello in cui un drago dalla coda attorcigliata attacca un guerriero, copia più rude, ma sorprendente, del bellissimo capitello del portale di Olite.

Il capitello con la lotta tra un soldato e un drago (foto: romanicoaragones.com)

Alla base della cupola stanno quattro statue con i quattro Viventi, rappresentati col corpo d’uomo e con la testa caratterizzata, cioè di leone, di toro, d’aquila e umana; ma guardando in alto, cercate con il teleobiettivo le sculture delle piccole chiavi di volta, e in particolare quella in cui è rappresentata la lapidazione di Stefano, incastonata nel punto in cui si incrociano i costoloni della volta nel transetto a sud; e se nelle secche figure mostruose e nei sottili girali di certi capitelli ci sarà sembrato di riconosce la scultura della Castiglia alta e di Silos, qui e negli angeli col corno e nel bellissimo battesimo di Gesù della altre chiavi di volta ci parrà di rivedere lo stile del maestro di Agüero.

La Porta di San Pietro (foto: romanicoaragones.com)

Pieni di fascino, anche se più deteriorati rispetto ai rilievi dell’interno, sono i capitelli che, in due serie di cinque per parte, reggono gli archivolti del portale settentrionale, sul lato esterno della chiesa, detto “Porta di San Pietro”. E qui, di nuovo centauri, e cavalieri e fanti, e arpie e leoni; e un pezzo istoriato, con una Natività; e un unico capitello vegetale, che nella vivacità introduce una pausa non rara nel nord della Spagna (che proviamo a spiegare in questo altro articolo). E sempre qui, un capitello in particolare, che sembra rappresentare la lotta tra due coppie di atleti, ci fa intravvedere, per l’estrema maestria del modellato, la frontiera più avanzata della scultura romanica; e così deteriorato e deturpato dai secoli risulta ancor più bello – è possibile dirlo? – come se a renderlo più appassionante sia il contrasto tra la finezza dei dettagli scolpiti e lo scempio delle parti perdute.

Il capitello con i lottatori (foto: romanicoaragones.com)
Capitello e mensole sull’abside centrale (foto: romanicoaragones.com)
Il capitello esterno sull’abside (foto: romanicocoaragones.com)

Ancora una zona, all’esterno, riserva gradevolissime sorprese a chi visiti Santa María la Real con una fotocamera e un buon obiettivo, ed è la parte alta dell’abside centrale. Qui, stavolta ottimamente conservate, vicino ad un bellissimo capitello con cavalieri e un centauro, si susseguono piccole mensole scolpite con mostri, teste umane, grifoni, galli, cani, tori, uccelli, un asino che suona, una scimmia accovacciata… E tra i volti rappresentati lassù, si dice che due delle mensole raffigurino i due capimastri del cantiere. E occorre che ogni visitatore di Irache si inchini al loro cospetto, e ne riconosca il genio e la determinazione: furono questi due maestri, architetti e scultori, a guidare la squadra che, alla fine del tempo romanico, seppe realizzare, quasi sintetizzando tutte le esperienze precedenti, una chiesa che è un po’ un punto di arrivo, un esame di fine anno… un ultimo baluardo ormai circondato da un monastero non più romanico – che vedrà aggiunto un nuovo chiostro moderno, e sarà nei secoli anche collegio, università, ospedale, prigione – e da una terra entrata decisamente in un’epoca nuova, certamente gloriosa, ma molto diversa da quella che abbiamo voluto visitare in queste pagine.

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4 pensieri su “Irache è l’ultimo esame di romanico

  1. Andrea Bacci (da Fb):

    Vedendo anche le altre foto sul sito Romanicoaragones. con e googolando un po’ si nota la presenza qui nella chiesa di Irache di molti centauri scolpiti. E’ una figura che mi interessa molto e aggiungo queste foto a quelle che ho raccolto.

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  2. Avatar di Cappella Palatina Cappella Palatina

    S.Maria la Real c’è anche a Nieva. Vi hanno trovato una cappella fueneraria con i resti di una donna appartenente alla famiglia del Re di Navarra, metà del sec. XV.

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