Non sono un profondo conoscitore della Spagna, né delle sue consuetudini sociali, men che meno di quelle relative alla tavola, al vino e ai riti conviviali. E forse anche per questo mi ha sorpreso scoprire che in diverse città spagnole esistono zone precise in cui si concentrano locali e localini e in cui si ritrova, la sera da una certa ora in poi, e nei giorni di festa, un sacco di gente che “fa aperitivo” o pasteggia in compagnia, sotto i portici e all’aperto. Là dove questo accade, da una certa ora in poi l’area urbana allargata si spegne, e si accende invece quella parte ristretta di città in cui tutti si ritrovano: a Soria, cercando un posto per cenare, abbiamo girato per mezz’ora in una città spopolata fino a quando ci siamo ritrovati, non so come, dentro la vivacissima e affollatissima “cittadella” dei ristoranti; ad Ayllón, sul Duero, e ad Aguilar de Campoo, nella Castiglia alta, abbiamo visto la piazza centrale a diventare, la sera, come un vasto ristorante a cielo aperto; ed è difficile dimenticare la piazza alta di Aínsa, spettacolare terrazza di portici, avventori, tavole imbandite, bicchieri e camerieri, che mi è capitato di vedere piena zeppa di gente che decisamente non era salita fino a lassù, come invece avevo fatto io, per visitare la chiesa romanica e il minuscolo chiostro.
Un altro affascinante esempio di piazza viva, quasi una cittadella a sé stante dominata dalla bellissima collegita medievale, è quella della cittadina di Toro, nella regione di León. Salendo dalla città bassa alla chiesa, si incontra una cinta muraria, che si attraversa passando da una grande porta antica proprio sotto l’alto campanile; da qui in poi, mentre si intravvede già, in fondo, la sagoma di Santa María la Mayor, la piazza allungata si allarga, e a destra e a sinistra si incontrano portici e locali, e una vivacissima comunità che aspetta, chiacchierando e bevendo, l’ora della cena, o del pranzo se è domenica mattina. Ci sono anche i turisti. Ma ci sono i cittadini di Toro, e per questo l’atmosfera è ancora più vera e affascinante. E nei giorni di festa il percorso dalla grande porta antica alla collegiata è come la passerella delle famiglie più in vista: all’ora della messa salgono vestite eleganti camminando con lo sguardo fiero e dritto alla chiesa; e solo dopo la celebrazione, semmai, si fermano per una pausa dissetanti sotto i portici dei locali.
La chiesa, dicevamo, sta al culmine di questa cittadella alta – detta ovviamente Plaza Mayor – e ne costituisce come il compimento, preceduta da uno slargo che consente di ammirare tutto il lato con il portale romanico; al di là della collegiata c’è un parco alberato, e un belvedere che, dominato dalle absidi della cattedrale, si affaccia sulla valle sottostante, dove scorre, e compie un piccolo salto, il fiume Duero. Da ogni angolo di questo percorso – dalla piazza, dal parco, dal belvedere – si gode della vista della collegiata; e spicca lo splendido tiburio, la parte più bella e nobile di tutta la costruzione.
La collegiata di Toro è spessissimo associata alla cattedrale della vicina Zamora per via della pianta, molto simile, ma ancor più per la somiglianza che lega appunto i tiburi delle due chiese; la cattedrale di Saragozza poi ripropone un terzo tiburio della stessa famiglia: posti a coprire la cupola che, all’interno, copre l’intersezione tra navata e transetto, sono tutti e tre di forma pressocché circolare, realizzata in realtà con un poligono a sedici lati, rafforzata però da quattro torrette, anche questa rotonde, e tutti e tre sono molto finemente decorati. Il più antico di questi cimborrios è quello di Zamora, realizzato intorno alla metà del XII secolo; qui a Toro, però, poiché la collegiata non è circondata da altri edifici, e poiché il tiburio è raddoppiato in altezza, questa particolarissima copertura può essere ammirata in tutta la sua raffinata eleganza, testimonianza della perfezione a cui giunge l’architettura romanica nel suo ultimo periodo: la collegiata è stata iniziata nel 1160, e possiamo quindi datarne la torre in crociera all’ultimo quarto del secolo – a Salamanca poi, alla fine del secolo, il modello si complicherà ulteriormente -.



“Queste tre torri di crociera con la loro sorprendente architettura – sottolinea Bruno Klein – sono rimaste casi isolati nel romanico spagnolo (…) e vanno considerate come una particolarità regionale. Appare paradossale che per queste torri si sia cercato di trovare modelli di riferimento in tutto il Mediterraneo, indicando edifici di Bisanzio, Amman e Palermo. Sono incontestabili invece – conclude lo studioso – delle analogie formali con l’architettura del Poitou francese”, e cita l’esempio di Notre-Dame-la-Grande, dove si riscontrano decorazioni scultoree molto simili a quelle dei tre tiburi di Zamora, Toro e Salamanca. Peraltro, l’influenza francese su questa regione poté avere a fondamento anche i matrimoni regali: Alfonso VI, che regnò su Castiglia e León fino al 1109, aveva sposata una principessa borgognone, e a conti di Borgogna furono maritate le due figlie, Teresa e Urraca, quest’ultima reggente alla morte del padre; più avanti, regnante Alfonso VIII, e quindi proprio nel periodo in cui furono realizzati i tre cimborrios, si avviavano i preparativi per il matrimonio del re con la giovanissima Eleonora, figlia di Eleonora d’Aquitania che allora governava molte terre, e tra queste il Poitou.
Nell’interno vasto di Santa María la Mayor, la cupola contenuta nel tiburio è certamente l’elemento più interessante. La chiesa, poi nella sua articolazione spaziale, è molto ariosa, ma tradisce uno spirito che ormai si fatica a definire romanico, E conviene allora uscire di nuovo, osservarla dall’esterno: ci soffermeremo sul lato settentrionale dove sta l’ingresso, con il bel portale tardoromanico che, con i suoi archivolti popolati da angeli e Vegliardi e con i suoi ricchi capitelli, ostinatamente si confronta con quello, ormai pienamente gotico, sulla facciata ad est. Infine, girando tutto intorno, vedremo la possente parte orientale, con le absidi, che si fa apprezzare da ogni angolazione. Anche dal belvedere, voltandosi indietro, si può godere della vista del corpo massiccio della collegiata, con questa zona absidale forte e ordinata, coronata, e diremmo dominata, dal bellissimo tiburio.
Toro è una delle più antiche cittadine di Spagna: capitale storica della regione, diede rifugio a re e a grandi personaggi, e ancora si sente il profumo di corti e banchetti. La collegiata di Santa María la Mayor dimostra con orgoglio la propria nobiltà antica, e merita la nostra attenzione. E se nel volume di Zodiaque sul León roman “non è dedicata a questa chiesa una scheda molto ampia – spiega il curatore, Antonio Vinayo Gonzalez – non è perché non la meriti, ma solo perché ci siamo imposti di restare fedele all’obiettivo di questa collezione di testi, cioè di trattare lo stile romanico puro nelle sue realizzazioni più caratteristiche, evitando con attenzione i grandi edifici che fanno presagire il gotico, o che con il gotico assurent la liason“. Ma voi andateci, a Toro: anche se fan l’amore con i tempi nuovi, questa cittadina e la sua collegiata sapranno ben accogliere e debitamente ristorare i cercatori del romanico.
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