Dicono, gli studiosi, che nel tempo medievale le catene montuose non costituivano un confine, e che anzi tra un versante e l’altro si sviluppavano contatti e traffici più e più intensi. Sostengono, gli studiosi, che i valichi, alpini o pirenaici, lungi dall’essere considerati via impervie e da evitare, venissero invece utilizzati – ed io ho sempre faticato a capacitarmi di come potesse accadere – come veri e propri “ponti”, che univano le terre solo in apparenza divise dai monti. Ripropone, a modo suo, questa tesi il “maestro di Oloron”, uno degli scultori più fascinosi e abili del lungo tempo romanico, con la sua avventura artistica sorprendente che lo portò a realizzare almeno due capolavori, uno al di qua e uno al di là dei Pirenei.
La cittadina di Oloron Sainte-Marie sta a nell’alto Béarn, la regione dei Pyrénées collocata nell’angolo sud occidentale del pentagono francese. Qui, nella chiesa di Sainte-Marie, il nostro valentissimo scalpellino lavora, e non da solo, al portale principale – su ci concentreremo in questa pagina con l’ausilio delle foto del sito Atlas Roman – e realizza almeno uno degli archivolti, pieno di figure dedicate all’attività “agreste”. Vanno riferite ad altri artisti, nella lunetta, la deposizione e due altre scene minori; e probabilmente sono opera di un altro scultore ancora i Vegliardi dell’archivolto maggiore, sottili come le carte-soldato del Paese delle Meraviglie; ma è il maestro di Oloron che ci lascia, sull’archivolto più interno a lui affidato, più scuro e grigio, una vivida rappresentazione di vita reale, che qualcuno avvicina alla diffusissime rappresentazioni dei lavori dei mesi, ma che in realtà riunisce diversi personaggi tutti intenti a preparare un banchetto.
Di questa scena ha parlato, con la passione che gli è propria, Raymond Oursel. Il grande studioso ne fa quasi un modello, poiché la considera una delle più riuscite fotografie di quella società del pieno medioevo che, nonostante le guerre, le ingiustizie, le ansie, la povertà e le malattie, seppe comunque vivere il proprio tempo senza farsi mai soppraffarre, difendendo i riti privati e pubblici di festa e condivisione, incentrati sul cibo e sul vino, ma anche sul legame solidale tra membri della stessa comunità umana. E la racconta così:
Ed ecco, lungo l’arco, tutti coloro che gli storici odierni insistono compiaciuti a presentare come poveri diavoli schiacciati sotto l’oppressione dei nobili oziosi e sotto l’arbitrio egoista dei chierici. Tuttavia essi sono proprio dei contadini, come l’artista loro fratello li ha visti ed amati, vestiti di tuniche corte, ma non stracciati come i poveri monaci di Citeaux, intenti a sterpare; barbuti, non irsuti. Di che cosa si occupano dunque queste pretese vittime di un ordine sociale ingiusto e dell’intolleranza dei poteri? Alcuni vanno a caccia, la caccia al cinghiale. Non sono tornati a mani vuote, poiché la scena seguente li mostra intenti a squartare il grasso cinghialetto di cui uno di loro tiene la testa. Altri, oppure gli stessi, forse si apprestano ad annegare nell’ubriachezza la pena della loro condizione? Con la stessa sicurezza dei bottai delle nostre zone vinicole, fabbricano e cerchiano delle botti per il loro vino. Eccone altri che tornano dalla pesca del salmone, il pesce dei “gaves” pirenaici: con un ardore che fa già venire l’acquolina in bocca, pesano e tranciano il pesce. Guardate ancora un altro, indaffarato a spezzare sopra la padella pezzi grassocci di un pollo. I suoi vicini escono dalla panetteria, riforniti di una pagnotta croccante. E ci sono anche altri due compari, uno dei quali taglia con serietà un grosso prosciutto che l’altro gusta.
“Talora si indicano queste rappresentazioni – continua Oursel – come ‘i lavori dei mesi’, ma è sminuirne il significato. Sarebbe meglio dire: ‘cento modi di preparare un buon pranzo’. Ecco dunque un’umanità popolare presa, per così dire, dal vivo, scintillante di gioia di vivere. Si immaginano volentieri i monelli del vicinato che vengono a divertirsi, a uno a uno, guardando questi gesti familiari di cui, per primi, essi possono assaporare l’esattezza e la nobiltà, odorare il profumo di cucina che emana da questa pietra parlante”.


E senza dubbio, questa descrizione appassionata è sufficiente a farci venir voglia di partire per Oloron, per osservare da vicino i buoni uomini del XII secolo che preparano il banchetto. Ci metteremo in cammino, allora, ricordando però che il nostro viaggio, come si diceva all’inizio di questa pagina, non si fermerà alle prime balze dei Pirenei. Non ci vorrà molto, infatti per riconoscere nelle tuniche di questi villani, e nelle curve dei corpi dal busto lungo e dalle gambe corte, un tratto e un modo di scolpire che gli appassionati del romanico hanno già gustato in quello che, per noi moderni, è un altro mondo: fu lo stesso maestro di Oloron, infatti, a realizzare il magnifico portale della chiesa di Santa Maria a Uncastillo, in Aragona, dove i musici e il monaco osceno dei bellissimi canecillos sono fratelli di sangue dei contadini in festa nell’archivolto di Oloron.
Il “maestro di Oloron” è quindi, senza dubbio, anche il “maestro di Uncastillo”. Tra le due cittadine, se le osserviamo su una carta moderna, cì sono quasi duecento chilometri, e le separano un confine di stato e una catena montuosa; stanno, secondo il nostro sentire, in due nazioni, due culture e due civiltà diverse. Per il nostro scalpellino geniale, invece, i passi pirenaici furono una via e un’opportunità: possiamo immaginare che dalla cittadina dell’Haut-Béarn prese la strada che punta dritto verso sud; e che, traversando i Pirenei sul passo di Canfranc, in due o tre giornate di cammino arrivò a Jaca; da qui, muovendosi in terra d’Aragona con la stessa disinvoltura con cui aveva abitato le lande aquitane, giunse fino ad Uncastillo, dove si fermò, e si rimise al lavoro per realizzare un altro capolavoro, un’altra allegro banchetto in perfetto stile romanico.
Non sappiamo se il viaggio tra le due cittadine fu percorso in direzione sud, da Oloron ad Uncastillo, o viceversa; ma quale sia stata la direzione del suo cammino, il maestro di Oloron è un testimone eccezionale di un tempo in cui nel continente europeo i confini, anche se tracciati lungo l’impervio profilo delle montagne, erano più labili; in cui non erano ancora cristallizzati né le lingue diverse, né i nazionalismi, che saranno il frutto delle guerre dell’epoca moderna; in cui la fede comune faceva da collante, e in cui gli artisti si muovevano lungo le stesse vie di penetrazione, fluide e ramificate, percorse dai monaci e dai chierici, dai musicanti di strada e dalle ballerine, da quell’umanità nonostante tutto irriverente e festosa che proprio il maestro di Oloron seppe ritrarre, ogni volta che, di qua o di là dei Pirenei, fu richiesta l’opera arguta del suo scalpello.
.
.
L’Aragona romanica in 162 pagine, nove tappe e ventuno racconti. Before Chartres racconta questa terra ricchissima che ha per capitali Jaca, città sorprendente, e poi Uncastillo, piena di musici e ballerine in pietra, e il monastero vecchio di San Juan de la Peña, col chiostro protetto dalla montagna incombente. Ma le pagine di questo volumetto accompagneranno i “cercatori di romanico” fino al monastero di Siresa, e poi su al Santiago di Agüero, nella chiesa di Santa Cruz de la Serós con la sua stanza nascosta, dentro la cripta antica di Roda de Isábena, al castello di Loarre, nel chiostro alieno di Alquézar… I CAPOLAVORI del romanico in terra D’ARAGONA.
.
Vuoi viaggiare con Before Chartres e scoprire la Catalogna romanica nelle sue suggestioni più profonde? Ora questo itinerario organizzato su una settimana è diventato un volumetto, che contiene gli appunti di viaggio di questo blog: LA CATALOGNA romanica IN UNA SETTIMANA.
.
Before Chartres affronta il tema dei grandi portali del medioevo, e lo riassume, come in un viaggio – finalmente “su carta” – in un volumetto prezioso, dedicato ai suoi lettori più affezionati. Lo si trova qui: DIECI grandi PORTALI ROMANICI.
.








Stefania Parsi (da Fb):
La sapienza, il lavoro… la vita… Un invito a essere nel mondo, ma non del mondo… La vita va vissuta… sempre… E Gesu’ ci invita anche a prenderci un po’ di tempo per il divertimento, il banchetto e la danza…
"Mi piace""Mi piace"
Che prezioso portale che ci mostri! E i legami con quello altrettanto affascinante di Uncastillo in Aragona mi ricordano lo splendido viaggio che ho fatto l’anno scorso a luglio attraverso i Pirenei proprio per andare ad ammirare questi luoghi.
Dopo l’Aragona e la Navarra, sono infatti tornato attraverso il passo di Roncisvalle, tante volte studiato a scuola ma fino allora mai visto. Ed in una giornata piovosa siamo saliti al passo e poi ridiscesi in Francia, nel Bearn, dove i cartelli hanno la doppia denominazione linguistica (basca?) e spesso sorprendentemente capovolti per sfregio al francese, forse visto come occupante.
Proprio a Oloron-Sainte-Marie abbiamo pernottato per vedere le due pregevolissime chiese romaniche, quella che mostri è la cattedrale nella città bassa di Sainte-Marie, mentre nella città alta di Oloron c’è la chiesa sempre romanica di Sainte-Croix dagli splendidi capitelli romanici. I due comuni, come spesso è successo in Francia, sono stati uniti dopo la metà del ‘800.
La cattedrale di Sainte-Marie conserva il magnifico portale sotto la tour-porche mentre il corpo della chiesa, le navate e le absidi sono state ricostruite in epoca gotica, probabilmente allo scopo di ampliarla.
"Mi piace""Mi piace"
E’ davvero sorprendente scoprire come siano esistite regioni unitarie “a cavallo dei monti”… Noi siamo portati a pensare – noi uomini di pianura ancor di più – che le catene montuose siano muraglie, e dividano… E invece…
"Mi piace""Mi piace"
Paolo Salvi (da Fb):
Infatti. Poi noi siamo fissati sui nostri confini, quelli ormai consueti da 80 anni, ma nell’evoluzione storica, tanti territori di confine sono passati di mano, ceduti da un regno all’altro, e quando si parla di tempo romanico è a quel periodo e a quella “cartografia” storica a cui dovremmo riferirci per non dare opinioni fuorvianti.
"Mi piace""Mi piace"