Ci siamo già chiesti, in un altro articolo, di come, e in che misura, la chiesa di San Marco a Venezia possa dirsi romanica, e in quella occasione abbiamo ricordato il mosaico in cui, come in un autoritratto, la basilica stessa ci dice com’era alla fine del XII secolo. Proviamo, in queste pagine ulteriori, a fissare una cronologia della costruzione della chiesa, così che sia possibile comprendere ciò che vediamo oggi, e soprattutto datare i diversi elementi alle fasi edificatorie che si sono via via succedute.
Si tratta di un’operazione che potrebbe sembrare più difficile di quanto non sia in realtà. “La cronologia della costruzione della basilica di San Marco – dice infatti Gianna Suitner – è relativamente chiara ed è riconducibile a due momenti. Tra l’828 e l’832 avvenne la prima edificazione, voluta dal doge Giovanni Partecipazio, per collocare il corpo dell’Evangelista Marco, trafugato da Alessandria, portato a Venezia come fondatore della Chiesa Lagunare e eletto protettore della città”. La “prima San Marco”, quindi, risale al IX secolo, in piena epoca carolingia. “Tra il 1063 e il 1071, sotto il dogado di Domenico Contarini – continua la studiosa -, venne eretta, a sostituzione della prima, una seconda chiesa dedicata a San Marco”. Se la prima edificazione fu decisa per dare una degna collocazione alla reliquia preziosissima giunta in città nel 828, anche la seconda è legata indissolubilmente al corpo santo: nel 1094, pochi anni la conclusione del secondo cantiere, infatti, il corpo del Santo, di cui erano state perse le tracce, saprà farsi ritrovare miracolosamente, per poi prendere possesso della nuova chiesa.
E’ interessante sapere che la chiesa del IX secolo e quella dell’XI non differiscono affatto quanto all’impianto: la prima, infatti, “venne demolita fino al pavimento, e (…) quella del 1063 venne ricostruita – sottolinea la Suitner citando gli sudi del Forlati – sulle antiche fondazioni ricalcandone non solo il sedime, ma la stessa tipologia”. E così, poiché la prima San Marco si ispirava all’antico modello dell’Apostoleion di Costantinopoli, questo stesso modello può dirsi pedissequamente seguito anche dalla seconda San Marco; che in sostanza, dal punto di vista strutturale, è quella che vediamo ancora oggi. E quindi possiamo concludere, proprio come fa la Suitner, che l’organizzazione spaziale della basilica di San Marco – quella dell’XI secolo, rimasta invariata fino ad oggi – è “traduzione evoluta dell’architettura bizantina post-giustinianea”.
Dobbiamo però immaginare questa seconda San Marco della fine dell’XI secolo, costruita da maestranze locali, priva all’interno della splendida decorazione musiva delle volte e delle cupole e dei marmi che adornano le pareti; allo stesso modo, per immaginarne la facciata e l’aspetto esterno complessivo, è necessario spogliare l’edificio dall’ornamentazione in marmi e sculture che la coprono oggi quasi completamente. All’interno, mosaici e marmi furono aggiunti solo dalla metà del XII secolo, a partire dal 1159; all’esterno, è dal sacco di Costantinopoli, nel 1202, che si cominciò ad aggiungere la ricchissima decorazione creando, durante tutto il XIII secolo, addirittura una nuova facciata, quasi una maschera di marmo preziosi davanti a quella sobria della seconda San Marco; la quale invece “era in mattoni a vista – spiega la Suitner – con pareti lisce scandite da lesene e con decorazioni ceramoplastiche, analoghe probabilmente a quelle esistenti sulla facciata dell’abbazia di Pomposa, con profonde nicchie”, proprio come ipotizzano le ricostruzioni degli storici dell’arte, come l’acquerello di W. Scott dai disegni del Pellanda.
E’ noto che nel portale a sinistra, dei cinque che si aprono sulla facciata, detto “porta di Sant’Alipio”, il mosaico della lunetta, datato al 1215, ci propone una “fotografia” della facciata ancora in parte scevra dalle aggiunte più tarde. E però questo mosaico mostra già marmi e rilievi aggiunti alla nuda pietra e la quadriga portata da Bisanzio, e ci evidenzia l’altra consistente modificazione rispetto alla basilica dell’XI secolo, e cioè la realizzazione delle nuove coperture delle cupole, che oggi sono slanciate verso l’alto, e che invece in origine erano molto basse e allargate, e seguivano il profilo ribassato interno dell’emisfera.

E per avere conferma di come le coperture delle cupole della seconda San Marco seguissero il modello della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli e di tante chiese della tradizione bizantina, possiamo farci aiutare da un altro mosaico della stessa basilica: meno noto di quello della porta di Sant’Alipio, collocato nel braccio sud del transetto e datato ai primi anni del XIII secolo, questo secondo mosaico ci offre come uno spaccato dell’interno della chiesa, e mostra appunto le cupole, decisamente ribassate, forate da una fila di finestre nella curvatura, e coperte nel rispetto di questa loro conformazione, proprio come accade a Santa Sofia.
Eccola, allora la cronologia della Basilica: la prima edificazione, sul modello della chiesa degli Apostoli di Costantinopoli, va datata intorno all’830; la seconda avviene intorno al 1070, due secoli e mezzo dopo, in pieno tempo romanico, sullo stesso sedime, e questa seconda San Marco ha murature spoglie all’interno e all’esterno, e ha cupole basse sul modello bizantino; l’interno della chiesa, poi, si arricchisce dei mosaici dalla seconda metà del XII secolo, e in questo periodo le cupole si rinnovano; dal XIII secolo la facciata viene rinnovata via via con una “copertura” di marmi e di rilievi, parte dei quali di spoglio, tra cui i notissimi cavalli, e sugli archivolti del portale maggiore vengono eseguite le splendide sculture di scuola antelamica; il tempo gotico, infine, aggiunge alla facciata le ulteriori decorazioni, come le sei edicole a pennacchio in alto, specie di campaniletti, e le cinque coroncine “a fiamma” che completano in alto i frontoni tondi.
Se la realizzazione della decorazione musiva ha certamente fatto dell’interno di San Marco uno scrigno d’oro unico al mondo, la facciata – possiamo ammetterlo? – alla fine è un pastiche che si fatica a definire. Dice bene Gianna Suitner: “Al di là della matrice che, come si è visto, è riconoscibile solo attraverso un processo di astrazione, l’esito architettonico non è sicuramente riconducibile a coevi prodotti del mondo bizantino (…). Non è però individuabile neppure una derivazione dal linguaggio romanico” che, se c’era, stava appunto nella facciata realizzata alla fine dell’XI secolo. Non resta che concludere che “i connotati di San Marco possono essere riassunti in una sommatoria di tradimenti compositivi, di anomalie formali e tipologiche, di elementi decorativi disomogenei (…). Queste contraddizioni non hanno impedito tuttavia un risultato originale e affascinante. Se il fascino sta soprattutto nel pittoricismo e nella vivacità cromatica, l’originalità è da individuare non tanto in un apparente esotismo [che l’aspetto esterno attuale non può dirsi certamente bizantino (nrd)], quanto in una particolare stratificazione di forme e di modi di diversa radice, accostati senza eccessive preoccupazioni sintattiche”.
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Eccellente analisi della stratificazione degli interventi nella basilica di San Marco a Venezia. Non credo di averne mai letta una tanto chiara nella sua sintesi. E la chiosa finale ci conferma che ci troviamo di fronte ad un’architettura unica nel suo genere, che nonostante modifiche e sovrapposizioni ha trovato una sua specifica impareggiabile unitarietà. San Marco è San Marco.
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