Così belli, così permeati tutti da un tratto inconfondibile – e di conseguenza anche in una certa misura simili tra loro -, i capitelli del “maestro di Jaca” costituiscono un ciclo di grandissimo interesse dentro la ricchissima produzione romanica in terra d’Aragona. Due dei pezzi attribuiti a questo autore – quello del concerto di re David e quello “della tentazione” – hanno meritato, per quanto sanno evocare, di essere raccontati singolarmente: ma il giusto spazio va dato anche ad altri cinque capitelli istoriati, che possono essere ammirati tutti all’esterno della cattedrale di San Pedro, ai lati dei due portali di ingresso.
Salvo uno solo, la cui interpretazione è incerta, questi altri capitelli, datati alla fine dell’XI secolo, rappresentano episodi biblici più e più volte riproposti nel repertorio della scultura romanica: anche perché confrontabili con quanto realizzato sullo stesso tema prima e dopo, rendono evidente come il maestro di Jaca sia portatore di modi artistici nuovi e originali, e sappia distinguersi nel contesto della produzione artistica del suo tempo.
Nel primo di questi capitelli, certamente uno dei meglio riusciti, il maestro di Jaca ci offre la sua rappresentazione del sacrificio di Isacco. Il giovane è qui raffigurato nudo e in piedi, con le mani legate dietro la schiena e le gambe divaricate in un posa di grande dignità. Il padre Abramo, anch’egli in piedi, lo trattiene per i capelli con la sinistra, e brandisce alto il coltello con cui si prepara a sgozzarlo, obbedendo all’ordine del Signore; però si volge indietro, perché un angelo ha raggiunto i due sulla scena e trattiene la lama. Il messo divino indica, con la mano destra, l’altro lato del capitello, dove già è narrato l’epilogo della vicenda: sull’altare del sacrificio il padre Abramo immola, al posto del figlio, il montone che il Signore gli ha fatto trovare.
Proporzioni, eleganza, movimenti composti e coerenti sono le caratteristiche evidenti dei personaggi di questo rilievo: nel corpo nudo di Isacco, come nella stuoia che scende dal braccio sinistro di Abramo come fosse una toga romana, traspare la ricerca del maestro di Jaca, che sembra inseguire, per le sue figure, i classici antichi, allontanandosi con vigore dalle forme tipiche del romanico, di certo meno attente ai canoni e alla compostezza della posa.
Il secondo capitello, regge, insieme al primo, il portale di ingresso a lato, sotto la lodja chica, la loggia preziosa della cattedrale di San Pedro. Racconta un episodio biblico secondario, ma di cui il tempo romanico sembra follemente innamorato, tanto che lo si trova riproposto molte volte: è la vicenda del profeta Balaam, che mentre si dirige all’incontro con il re moabita Balak, a cavallo della sua asina, vede la propria cavalcatura fermarsi improvvisamente, e impuntarsi a non voler proseguire più di un passo. Solo dopo averla sferzata senza successo, Balaam capisce che a pararsi davanti all’asina è stato un angelo: si noti anche qui l’eleganza della veste del messo divino; e si osservi il realismo della posizione dell’animale, le cui zampe anteriori rappresentano perfettamente la sua cocciuta (e motivatissima) volontà di non proseguire.
Un altro pezzo ancora, e un’altra vicenda biblica tra le più rappresentate: nel terzo dei capitelli del ciclo – e qui ci siamo spostati al vestibolo e perciò all’ingresso principale della cattedrale – si racconta di Daniele, quando per via di false accuse fu calato dal re Dario nella fossa dei leoni, e di come un angelo, preso per i capelli Abacuc, lo portò a soccorrere il povero prigioniero giù nella fossa, con il cibo necessario alla sua sopravvivenza. Le figure centrali dell’angelo e del profeta tenuto per la chioma richiamano quelle di Abramo e Isacco nel primo capitello; anche qui nel lato destro è rappresentata un’altra scena complementare, cioè appunto Daniele che riceve le provviste mentre due leoni si inchinano ai suoi piedi. A sinistra un quarto personaggio osserva ogni cosa: forse è il re, con in mano lo scettro.
Si noti il perfetto equilibrio tra vuoto e pieno che regna in tutti questi rilievi: l’horror vacui di un certo romanico – confrontiamo questo capitello con quello del Cabestany a Sant’Antimo, o con quello realizzato sempre dallo stesso scultore a Saint-Papoul? – qui si trasforma in padronanza dell’impaginazione, e in un alternarsi di figure che sembrano addirittura muoversi e dialogare nello spazio come seguendo una partitura musicale.
Si osservino anche, qui ma anche in altri capitelli della serie, i particolarissimi bulbi fogliati che appaiono negli angoli, all’estrema sinistra e tra le due teste di Abacuc e Daniele, ma anche in alto tra le ali spiegate dell’angelo: sono un tratto distintivo dei capitelli del maestro di Jaca, e secondo le interpretazioni più recenti – anche qui il merito va, credo, ad Antonio García Omedes – rappresentano l’acanto non ancora sbocciato.
Il capitello successivo è dedicato ad un secondo episodio della vita del profeta Daniele, “di quando Daniele – spiega Omedes nel suo romanicoaragones.com – smascherò i sacerdoti che custodivano una divinità dalle sembianze di un drago, qui raffigurato come un serpente. I sacerdoti avevano assicurato che di notte questa divinità divorava tutte le offerte di cibo che le venivano presentate, mentre in realtà erano i sacerdoti e le loro famiglie a mangiarle. Daniele cosparse il pavimento di fuliggine e la mattina seguente le impronte dei sacerdoti nella fuliggine, che conducevano a un ingresso segreto, rivelarono la verità. Il re ordinò la morte dei sacerdoti”.
Tra tutti i pezzi, questo è forse quello che più si avvicina alle sculture della chiesa di San Martin a Frómista, e quindi ha portato a ipotizzare che il maestro di Jaca abbia lavorato – forse prima o forse dopo l’attività nella cattedrale di San Pedro – anche in quel cantiere.
La continuità tra i due capitelli dedicati alla storia di Daniele è sottolineata dal fatto che sono posti uno a fianco dell’altro a destra del portale maggiore della chiesa di San Pedro; a sinistra, affiancato ad un capitello vegetale scolpito con grande maestria, si incontra l’ultimo dei pezzi di questo repertorio, il quinto, l’unico la cui iconografia è incerta e probabilmente esce dall’ambito biblico.


Questo ultimo rilievo è perfettamente diviso in due facce, e in ciascuna di esse si fronteggiano due personaggi. La prima coppia, a sinistra, sembra impegnata in un dialogo pacato, e il primo dei due personaggi porta in mano una verga; i personaggi della seconda coppia, osservata da dietro da una figura quasi nell’ombra, sembrano contendersi un libro. Secondo una delle interpretazioni, sarebbero raffigurati qui, su un lato i progettisti costruttori della chiesa, e sull’altro gli operai: gli oggetti tra le loro mani sarebbero, quanto alla prima coppia una verga necessaria per le misurazioni, e quanto alla seconda un pesante mattone. Altri vogliono vedere nei due personaggi a sinistra Mosè, con la verga, e Aronne, e nei due a destra, il re Sancho Ramirez e suo fratello, il vescovo García, paragonati, per omaggiarli, alla coppia biblica.
Jaca, Frómista, poi León e poi ancora Compostela: gli studiosi, notate le somiglianze tra i capitelli realizzati in queste città nei decenni a cavallo tra XI e XII secolo, hanno cercato di capire se ci siano stati contatti, scambi, contaminazioni tra i cantieri. Tra Jaca e Frómista, in particolare, qualcuno ha ipotizzato la presenza dello stesso maestro, o della stessa squadra di scalpellini; altri invece pensano a mani differenti, pur se collegate dal medesimo stile, comunque fortemente ispirato alla produzione scultorea classica. Noi ci contenteremmo avere notizie più certe relativamente all’autore dei pezzi più belli della nostra San Pedro: pagheremmo per sapere, cioè, se il “maestro di Jaca” aveva un nome, e se davvero fu un artista che operò in solitaria o se queste bellissime opere sono il frutto del lavoro di un affiatato atelier… Non avremo risposte certe; senza dubbio però siamo di fronte ad un ciclo di opere scultoree tra i più affascinanti di tutto il medioevo, che contribuisce a fare di Jaca un polo di prim’ordine, una vera capitale dell’arte romanica.
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L’Aragona romanica in 162 pagine, nove tappe e ventuno racconti. Before Chartres racconta questa terra ricchissima che ha per capitali Jaca, città sorprendente, e poi Uncastillo, piena di musici e ballerine in pietra, e il monastero vecchio di San Juan de la Peña, col chiostro protetto dalla montagna incombente. Ma le pagine di questo volumetto accompagneranno i “cercatori di romanico” fino al monastero di Siresa, e poi su al Santiago di Agüero, nella chiesa di Santa Cruz de la Serós con la sua stanza nascosta, dentro la cripta antica di Roda de Isábena, al castello di Loarre, nel chiostro alieno di Alquézar… I CAPOLAVORI del romanico in terra D’ARAGONA.
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