Saint-Papoul e il capitello miracolato

Storia di un capitello romanico maltrattato, sbrecciato, diviso, e poi miracolosamente ricomposto a mille miglia di distanza.

Tutto comincia a Saint-Papoul, un villaggio assolato, a metà strada tra Tolosa e Carcassonne. Tra le mura residue di un’abbazia che conobbe ben altra floridezza, la chiesa conserva – ma mai termine fu usato più a sproposito – un notevolissimo capitello scolpito dal Maestro di Cabestany, dedicato alla vicenda biblica di Daniele. L’iconografia è quella tradizionale: il profeta, che fu calato dal re Dario nella fossa dei leoni, è al centro, circondato dalle belve, che però non lo sbranano; qui a Saint-Papoul, anzi, in segno di mansuetudine, i leoni leccano il corpo di Daniele, che nel frattempo riceve il cibo consegnatogli da Abacuc, a sua volta condotto fin laggiù in volo da un angelo.

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Il capitello con Daniele e i leoni (foto: http://www.payscathare.org)

 

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Il capitello all’esterno dell’abside

Iconografia tradizionale, si diceva. Ad essere inusuale, invece, è la collocazione del capitello: sta infatti all’esterno della chiesa, sul giro tondo dell’abside, in alto, quasi a reggerne il tetto. Non che sia rara la presenza di capitelli all’esterno e in quella posizione; ma è rarissimo che all’esterno, e così lontane da chi guarda, siano collocate opere di primo livello, “istoriate”, cioè raffiguranti un episodio, una vicenda precisa. Lassù, il capitello di Daniele è esposto alle intemperie, e via via subisce anche la pressione del muschio che lo intacca da sotto la gronda. Ed è il primo elemento che sconcerta. La “strana” collocazione provoca una ulteriore perplessità, quasi ovvia: vale la pena andare a Saint-Papoul per guardare, naso all’insù, un capitello che puoi ammirare solo attraverso il teleobiettivo della fotocamera? e che sensazione darà girare intorno alla chiesa – che oggi di romanico ha ben poco – in un contesto abbaziale povero e stravolto nei secoli, e arrivare all’abside e provare a portar via qualche istantanea di questo capolavoro sfortunato? Il capitello, dicevamo, è notevole, ma del contesto non si può dire altrettanto.

Poi allarghi lo sguardo, e invece di rasserenarti aggiungi motivi di perplessità. Scopri che Saint-Papoul fu probabilmente il luogo in cui il Maestro di Cabestany produsse più opere – sono suoi anche i modiglioni che decorano tutto il giro dell’abside – e immagini che forse nacquero dal suo scalpello anche i capitelli interni alla chiesa di un tempo, e magari il timpano sopra l’ingresso… Di tutto questo, però, non resta traccia, se non il piccolo museo allestito nel refettorio dell’abbazia, meritorio ma costituito solo da calchi di altre opere del Cabestany custodite in altre chiese e in altre città. Come a dire: Qui da noi il Maestro misterioso operò più che altrove, ma quel che ci resta di suo è poco o nulla.

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Saint-Papoul: il piccolo museo nel refettorio

E c’è, in verità, qualcosa in più: un altro capitello, a pochi metri da quello di Daniele con i leoni, sta lassù, sulla stessa gronda. Rappresenta il seguito della storia, cioè i babilonesi gettati a loro volta tra i leoni per aver accusato ingiustamente il profeta, e sbranati dalle fiere; ma è ancora più rovinato del primo, e certamente meno bello, anche se la mano del Cabestany si riconosce pienamente.

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L’altro capitello della storia di Daniele (foto: Juan Antonio Olaneta)

Insomma: Saint-Papoul è un vestito strappato; o meglio: è un lacerto di quello che un tempo, forse, era un vestito. Quest’abbazia fu probabilmente il luogo in cui il Cabestany diede molto di sé, più che altrove, lui che girò mezza Europa; ma restano solo due mezzi capitelli, due metà della storia di Daniele nella fossa dei leoni, poste là dove il sole e il vento le raggiungono molto meglio e molto più frequentemente di quanto non facciano gli appassionati del romanico.

Però i miracoli avvengono. E per non so quale magia, a mille chilometri di distanza, i due mezzi capitelli diventano uno, e da sbrecciati diventano marmo lindo e quasi alabastro. Accade nella basilica di Sant’Antimo, in Toscana, dove un capitello dello stesso scultore narra la stessa vicenda di Daniele fra i leoni, ma stavolta sapientemente impaginata sulle sue quattro facce e ricondotta ad unità mirabile. Il tempo, quindi, ha dato al Cabestany una seconda chance – è rarissimo trovare due capitelli della stessa mano con lo stesso soggetto – che il Maestro ha sfruttato come meglio non avrebbe potuto. E così, come in una storia a lieto fine, il Daniele di Saint-Papoul, dal fascino potente ma incerto, maltrattato dal tempo, lontano alla vista, spezzato in due scene, viene sublimato a Sant’Antimo in una nuova opera indimenticabile, tra le più belle del tempo: da Saint-Papoul, allora, è inevitabile trasferirci a sant’Antimo, come fece, con grande fortuna, il Maestro di Cabestany.

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L'”altro” Daniele del Cabestany: il capitello di Sant’Antimo

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Al nome del “Maestro di Cabestany” gli studiosi di storia dell’arte associano alcune opere, collocate in diverse località in Italia, Francia e Spagna, che si ricollegano ad un primo pezzo scolpito, il timpano della chiesa di Cabestany, in Linguadoca (in proposito, si veda per un quadro d’insieme la bella nota in “Il Palazzo di Sichelgaita”).

Simili nello stile, si riconducono allo stesso artista – o allo stesso gruppo di scalpellini – una serie di altri rilievi nell’area che unisce Francia e Spagna, a cavallo dei Pirenei: a Sant Pere de Rodes si conservano capitelli con figurazioni di animali, ma anche rilievi istoriati, come il “Cristo che cammina sulle acque”. Si incontra ancora l’opera del Maestro a Prato, ma anche a Carcassonne, dove gli è attribuito un sarcofago; e abbiamo visto qui come a Saint-Papoul, in Linguadoca, e a Sant’Antimo, il Cabestany lascia due capitelli con la rappresentazione di “Daniele nella fossa dei leoni”, entrambi pezzi pregiatissimi della scultura romanica.

Che si tratti di un singolo artista, o che a scolpire questi pezzi sia stata una “scuola”, magari avviata da un effettivo maestro, tutte le opere sembrano comunque riconducibili alla seconda metà del XII secolo. 

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La vicenda di Daniele calato nella fossa dei leoni è solo una delle meravigliose storie della Bibbia trasformate in pittura e scultura dagli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte altre, e ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.

 

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Non c’è, questo pezzo notevolissimo, nel volumetto sui capitelli medievali che Before Chartres propone, finalmente “in carta”, ai suoi lettori più fedeli. E però ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: “DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI”

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7 pensieri su “Saint-Papoul e il capitello miracolato

    • Giulio Giuliani ha detto:

      Grazie, Paolo. Sempre troppo buono. Contento che ti sia piaciuto questo articolo… Ci ho messo un po’ a farlo maturare, perché il Cabestany mi ha sempre dato del filo da torcere, e questo capitello in particolare un po’ mi perseguitava… 🙂

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  1. Paolo Salvi ha detto:

    Il fascino dell’anonimato accompagna il Maestro di Cabestany e le sue opere diffuse e singolari, che abbracciano Spagna, Francia ed Italia, segno della sua eccelsa qualità.
    Uno dei più grandi scultori d’epoca romanica avvolto nel mistero.
    Splendido il parallelo tra i due San Daniele, quello presumibilmente primitivo e deteriorato di Saint-Papoul, e quello maturo e ben conservato di Sant’Antimo.
    E pure quelli stupendi di Prato, ahimè esposti anch’essi alle intemperie e di molto ammalorati, in verde serpentino, testimoniano la sua abilità scultorea.
    Splendidi questi tuoi paralleli.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Giuliana Nascimben (da Fb):
    Una storia appassionante! Raccontata molto bene! “Nemo profeta in patria” per il grande maestro Cabestany, ma il nostro Bel Paese intenditore di talenti e non invidioso gli ha dato la meritata “Luce a sant’Antimo” in Toscana!
    👏👏👏❤️

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  3. Giulio Giuliani ha detto:

    Aldo Valentini (da Fb):
    Articolo mirabile con questa descrizione, con questo accostamento fra due capitelli dello stesso autore che trattano della seconda versione nel libro di Daniele, quella con Abacuc portato dall’angelo in soccorso con un cibo” alternativo” per i leoni. Mi ricordavo del tuo precedente articolo sull’ opera di Sant’Antimo e stupisce come non sia ben valorizzato questo autore a Saint-Papoul. Almeno togliere muschi e lichenii… Quanto a Daniele, grande testimone e simbolo di Fede nelle avversità, rappresentatissimo nell’arte medievale e prima già negli affreschi delle catacombe, segnalo l’articolo di Micaela Soranzo in LA PARTE BUONA.

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