Sorge isolata, al culmine dell’altopiano su cui si distende l’abitato. La facciata, con il nartece, ha una bellezza austera. Ma a chi arriva dal centro del paese di Châtel-Montagne, la chiesa di Notre-Dame presenta, illuminato dal sole, il fianco meridionale, che è altrettanto affascinante: ci si avvicina, ed è come vederla disegnata in un prospetto, nel perfetto incrocio tra le linee orizzontali del corpo longitudinale e quelle verticali del transetto e, più su, del campanile, a cui fa seguito una parte absidale più bassa ma comunque coerente. Uniforme nelle murature, equilibrata nel gioco dei volumi come un modellino o un progetto ideale, perfetta interpretazione dei dettami dell’architettura romanica dei decenni d’oro, la chiesa si fa guardare e fotografare da ogni angolazione con la stessa sicurezza di sé e con l’orgoglio degli edifici più puri: semplicissimi, anche i due avancorpi aggiunti all’esterno – uno all’altezza della navata, posteriore al XIII secolo, e un altro, moderno, sulla facciata meridionale del transetto – non inquinano il prospetto laterale della chiesa.
La stessa sensazione di ordine, di coerenza, di unitarietà si percepisce all’interno della basilica: il visitatore percorre la navata, poi l’incrocio con il transetto, e infine si addentra nel coro circondato da un deambulatorio con cappelle radiali; e anche per via della bella pietra grigia e grezza, posata in grandi blocchi con la stessa pulizia dalla controfacciata fino alle absidi, sente di camminare dentro ad un edificio realizzato tutto d’un fiato, senza ripensamenti, il cui tratto distintivo è proprio l’omogeneità della costruzione. Bella, pulita, chiara è la struttura della chiesa: la navata centrale, coperta con volta a botte costolonata, è separata dalle laterali, a quarto di botte, da grandi arcate a pieno centro, sorrette da pilastri compositi, sopra le quali abbiamo prima un falso matroneo e più su una fila di nicchie alternate a finestre aperte verso l’esterno; il transetto è alto, appena un poco sporgente, e sulla crociera si eleva il campanile; il presbiterio presenta il classico giro di colonne intorno all’altare, a sua volta cinto dal deambulatorio, su cui si aprono quattro absidiole radiali.
Di fronte alla bella lezione di puro romanico che ci impartisce la chiesa di Châtel-Montagne, e davanti alla sua indiscussa propensione a soddisfare appassionati e fotografi, ci vuole un po’ di cinismo per rilevare che, a dire il vero, quest’edificio mirabilmente unitario è il frutto di fasi costruttive successive. Tant’è: gli studiosi concordano nel dire che la prima Notre-Dame, completata intorno al 1125, si concludeva in pianta, ad oriente, con tre absidi, una grande centrale e due minori a completare le navatelle; già il nartece fu aggiunta successiva, e venne costruito in una seconda fase; ancor più avanti, nella seconda metà del XII secolo, si decise di aggiungere ad oriente, secondo gli stilemi del romanico compiuto, il coro articolato con deambulatorio e cappelle radiali.
Addirittura, c’è chi ipotizza – ma qui le opinioni divergono – che nella sua prima fase la chiesa presentasse una struttura a capanna, con le navate laterali di poco sopravanzate in altezza da quella centrale, e che alla navata centrale sia stata aggiunta in una seconda fase, probabilmente mentre si costruiva il nuovo coro, tutta la fascia più alta del corpo longitudinale, quella con le finestre. Chi accetta questa ipotesi, immagina quindi due edifici diversi e successivi: quella che possiamo ammirare sarebbe la seconda Notre-Dame, realizzata nella seconda metà del XII secolo modificando notevolmente, sia nell’alzato, sia nelle parti ad occidente e ad oriente, la prima chiesa costruita a cavallo tra l’XI e il XII secolo.
Riportate le loro ipotesi, lasciamo gli studiosi al compito, un po’ pignolo e un po’ ingrato, di provare a smorzare l’impressione ci grande unitarietà che la chiesa, comunque sia, dona ai visitatori. E corrediamo questo articolo con alcune foto con cui si conferma che, in barba alle analisi sulla datazione delle varie parti, la visita a questa basilica può dare piena soddisfazione a chi ama le belle architetture del tempo romanico, e si appassiona, e vorrebbe portarle via con se nella memory card della fotocamera; verrebbe anzi da dire che a Châtel-Montagne, riguardando i propri scatti, anche i dilettanti possono dirsi fieri, più di quanto non accada altrove, del proprio reportage; e non è cosa da poco, e dipende più dalla bellezza della chiesa che dalla nostra bravura.








Le fotografie, e questa è l’ultima annotazione che facciamo, ci mostrano anche l’apparato scultoreo della chiesa: i capitelli, proprio come i conci da costruzione, sono stati realizzati utilizzando come materiale di partenza il granito grigio-rosa di questa terra sospesa tra Borgogna e Alvernia. “La durezza del granito – scrive Bernard Craplet – rese impraticabile ogni virtuosismo, e impose uno stile rude e una fattura sommaria”; e però allo stesso tempo obbliga i capitelli a sussurrare all’unisono con i pilastri e con la muratura; e si aggiunge, così, una nuova misura a quello che è il tratto distintivo della chiesa di Châtel-Montagne, e cioè la coerenza e l’ordine e la pulizia di una costruzione in cui ogni parte sembra rispondere all’altra in un canto corale che non mostra – se non all’orecchio spietato degli studiosi – né sfasamenti né toni dissonanti.
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All’Alvernia, regione antica della Francia centrale, è dedicato uno splendido volumetto. Raccoglie tutti insieme i numerosi articoli che il blog Before Chartres ha scritto su una terra magica, ricca di grandi architetture absidali e di bellissimi capitelli, e si intitola LE NOVE PERLE (e le altre meraviglie) DELL’ALVERNIA ROMANICA.
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Quattro itinerari, dieci mete romaniche intorno a Roma, da raggiungere in giornata, e che non possono deludere mai. Before Chartres raccoglie gli appunti presi durante i suoi viaggi nei territori che circondano la Capitale nel bellissimo volumetto intitolato ITINERARI romanici INTORNO A ROMA.

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La Lombardia “alta” è una delle culle, se non la vera culla, dell’architettura romanica. Da qui i “maestri comacini” portarono i segreti della loro laboriosa abilità costruttiva un po’ dovunque in Europa. Questo itinerario in dieci tappe racconta le loro realizzazioni più preziose – da Gravedona ad Almenno San Bartolomeo, da Agliate ad Arsago Seprio a Civate –: DIECI PERLE romaniche TRA MILANO E I LAGHI.
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Giorgio Galliani (da Fb):
Articolo molto interessante sulla chiesa, così come è molto interessante e lo consiglio quello sul nartece di questa chiesa, che ne spiega la funzione nella liturgia cristiana. Cliccate sul link nel testo per leggerlo.
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Grazie, Giorgio. Riporto anche qui il link all’articolo: https://beforechartres.blog/2020/02/28/nellanticamera-del-gia-e-non-ancora/
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