Già alla fine di ottobre, alcune settimane prima della festa di Martino, il santo del mantello, la liturgia domenicale ci ha proposto, come in un preludio invernale, un testo intensissimo. Un passaggio del capitolo 22 del Libro dell’Esodo, letto nelle chiese domenica scorsa, è arrivato come un colpo di frusta sulle nostre agiate e diffidenti convinzioni. Recitava:
Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano (…). Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso.
“È la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle. Come potrebbe coprirsi dormendo?”. Uno che di mantelli se ne intendeva, dicevamo, è san Martino, che nel medioevo è Martino di Tours, per via del fatto che fu vescovo di quella città. Martino visse nel IV secolo, quando la fede cristiana ancora si stava diffondendo nelle terre dell’Impero romano; figlio di un soldato, da giovane servì anch’egli nell’esercito dell’Impero; poi fu eremita e pastore, grande evangelizzatore, uomo di pace e di dialogo instancabile, e per questa sua vita spesa a fare il bene e a diffondere la fede – la narra il suo seguace e discepolo Sulpicio Severo – divenne uno dei santi più amati già nel medioevo alto. Celeberrimo, per tornare ai mantelli, è il gesto con cui quand’era cavaliere e faceva la ronda di notte alle porte di Amiens, divise il proprio con un povero che stava patendo il freddo dell’inverno; gli apparve poi in sogno il Cristo stesso, circondato dagli angeli, con in mano il mantello donato al mendicante: parlò al giovane soldato – “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato: è lui che mi ha vestito” – e diede così il via alla sua seconda vita, tutta segnata dalla santità dei gesti.
Queste, almeno queste, sono le cose da sapere per avvicinarsi alle raffigurazioni romaniche di san Martino. Tra i capitelli dedicati al santo – che non sono tanti come si potrebbe immaginare – quello che sta nel portale della chiesa navarra di Unx propone, nello spazio ridotto di un pezzo angolare, una delle più belle rappresentazioni dell’episodio che lo ha reso famoso. Il capitello, che richiama fortemente lo stile delle sculture di Uncastillo, in Aragona, raffigura a sinistra il giovane soldato romano a cavallo, e di fronte a lui, da destra, il povero a piedi scalzi, con addosso solo una specie di gonnellino. Con il braccio sinistro teso, Martino porge al viandante la metà del mantello – già deve averlo tagliato con la spada, ma questo momento cruciale non viene mostrato – e il povero lo riceve con le ginocchia appena piegate, in segno di gratitudine: il viso del mendicante ricorda in modo chiarissimo quello di Gesù, ed è rivolto non verso Martino, ma piuttosto ricambia lo sguardo di chi osserva la scultura, come ad invitarci a meditare sulla scena.


Nella stessa liturgia che propone il brano dell’Esodo citato più sopra, viene offerto, come ulteriore lettura, il passo del Vangelo in cui Gesù, interrogato dai farisei su quale sia il più importante dei comandamenti, risponde semplificando la Legge in due precetti fondamentali:
«”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”: questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Ed è proprio Martino, anche per gli uomini del medioevo, il perfetto campione del cristiano che ama Dio, a cui dedica da un certo punto in poi tutta la propria vita, e però allo stesso tempo ama il prossimo, così come dimostra l’episodio del dono. Io credo però che quel mantello tagliato a metà – non donato completamente, ma diviso in modo da poterne avere una parte ciascuno – sia stata, agli occhi degli uomini e delle donne del tempo romanico, la più chiara concretizzazione del comandamento dell’amore verso gli altri – “Amerai il tuo prossimo come te stesso” -, comandamento che chiede non tanto il dono di sé senza limiti, ma piuttosto un’equilibrata attenzione verso le necessità proprie e quelle del prossimo.
Per questo, rispetto alla mano destra di Martino, che nel capitello di Unx non impugna la spada ma si appoggia al mento del cavaliere, proponiamo una lettura diversa da quella di chi dice che sia un gesto che esprime meditazione: forse piuttosto lo scultore voleva farci sentire come anche Martino, mentre dona la metà del mantello, già senta un brivido, e come giustamente ne abbia conservata una metà, per condividere, alla pari con il povero, un po’ del caldo offerto dal panno e un po’ del freddo che segnava la notte di Amiens.
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Se non sono molti i capitelli che raffigurano san Martino, al santo sono state dedicate, nel medioevo, a testimonianza della sua popolarità, numerosissime chiese. La più vasta e nota sorgeva a Tours – dove Martino fu vescovo e dove riposa il suo corpo – ed era una delle grandi chiese di pellegrinaggio: gravemente danneggiata dalle guerre di religione del XVI secolo e infine distrutta al tempo della Rivoluzione francese, è stata sostituita da una deludente megabasilica costruita in epoca moderna. E va detto che il nome di Martino accompagna un numero sorprendente di edifici di primissimo interesse per gli appassionati di arte romanica: sono dedicate a Martino la chiesa esemplare di Fromista, quella di Zillis col meraviglioso soffitto ligneo, il monastero del Canigou, la chiesa affrescata di Nohant-Vic, la basilica polverosa di Chapaize, la piccola e deliziosa chiesetta di Artaiz, le grandi chiese urbane di Segovia, di Colonia e di Lucca… Proprio a Lucca si incontra una delle più note rappresentazioni medievali di Martino e dell’episodio che lo ha reso famoso, ma la statua – quella originale è posta all’interno della chiesa, mentre quella in facciata è una copia – è forse più gotica che romanica. Non può dirsi bellissimo il capitello dedicata alla vicenda di Martino nel chiostro di Moissac, testimonianza di un’arte romanica primitiva, che si trovava ancora più a suo agio con le decorazioni floreali e geometriche che con il racconto figurato.
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Dodici tra i più interessanti capitelli del tempo romanico – da quelli di Sant’Antimo e di Mozac a quelli di Retortillo e di Clermont-Ferrand –, riletti con gli occhi di Before Chartres, sono stati raccolti tutti insieme nel volumetto pubblicato per i lettori più fedeli. Vedere per credere: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI.
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Un’altra rassegna di capolavori: altri venti capitelli, tra i più belli scolpiti nel tempo romanico, sono raccolti in questo volumetto. Before Chartres li guarda e li racconta con la consueta curiosa attenzione, e con quell’entusiasmo che, di fronte a pezzi così eccezionali, è inevitabile: CAPITELLI ROMANICI, altri VENTI CAPOLAVORI.
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L’Aragona romanica in 162 pagine, nove tappe e ventuno racconti. Before Chartres racconta questa terra ricchissima che ha per capitali Jaca, città sorprendente, e poi Uncastillo, piena di musici e ballerine in pietra, e il monastero vecchio di San Juan de la Peña, col chiostro protetto dalla montagna incombente. Ma le pagine di questo volumetto accompagneranno i “cercatori di romanico” fino al monastero di Siresa, e poi su al Santiago di Agüero, nella chiesa di Santa Cruz de la Serós con la sua stanza nascosta, dentro la cripta antica di Roda de Isábena, al castello di Loarre, nel chiostro alieno di Alquézar…: I CAPOLAVORI del romanico in terra D’ARAGONA.
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Splendido questo capitello di Unx, che purtroppo non ho visitato nei quattro giorni che passai in Navarra nel luglio 2024 (segno che dovrei tornarci appositamente).
A parte quelle sulla qualità stilistica, che trovo eccelsa, mi muove una riflessione più generale sulla fortuna del santo.
Ovviamente il santo francese è, senza ombra di smentita, quello, in Francia, con le più diffuse dedicazioni ecclesiastiche, penso secondo solo alle tante Notre-Dame e seguito dai vari Saint-Pierre, comuni in tutte le nazioni romaniche.
Trova analoga diffusione nel nord della Spagna, forse battuto da Santiago, anche qui per ovvi motivi.
Sorprendentemente, ma fino ad un certo punto, abbiamo una scarsità di chiese dedicate a San Francesco, che pure ha viaggiato in Francia e la cui madre era francese (provenzale, se non ricordo male.
Questo per dire che il potere ecclesiastico e la fede sono stati programmaticamente rafforzati dall’incentivare la fortuna dei santi locali o localmente riconoscibili, oltre che col traffico delle reliquie anche mediante la corposa dedicazione di molte chiese a questo o quel santo.
Potere e fede a braccetto e conseguente profonda radicazione della chiesa nei territori.
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