Nell’anticamera del ‘già e non ancora’

Tra le diverse parti della chiesa romanica, il “nartece”, con la sua funzione, è forse quella più vagamente spiegata e più spesso mal compresa. Eppure il nartece – anticamera all’aula del culto, e anticipazione del culto stesso – possiede, agli occhi di chi ama il tempo medievale, un potentissimo significato; e potentemente romaniche sono le facciate delle basiliche di Chatel-Montagne e di Perrecy-les-Forges, che a cavallo del confine tra Alvernia e Borgogna si sfidano a chi possieda, per nostra gioia, il nartece più bello.

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La chiesa di Chatel-Montagne

Nell’una e nell’altra chiesa incontriamo la risposta romanica all’antico quadriportico. Nel nartece si è infatti ridotto e si è contratto, col passare dei secoli, quel rettangolo porticato che era tipico delle grandi basiliche paleocristiane, che a Roma stava davanti alla San Pietro dei papi medievali, che faceva bella mostra di sé a Montecassino, e che ancora troviamo nello splendido esempio della basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Ma il “nartece” di Perrecy e di Chatel-Montagne non è un quadriportico ridotto, non è un semplice lato dell’antico cortile porticato; è invece una nuova forma architettonica, un avancorpo di accoglienza e di passaggio. Il nartece romanico realizza e racchiude uno spazio specialissimo che è allo stesso tempo “dentro” e “fuori”: grandi arcate sul fronte, e sui lati, si aprono, e aprono. E quasi per segreto equilibrio, il nartece è allo stesso tempo spazio aperto e spazio chiuso, interno ed esterno insieme.

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Perrecy-les-Forges

Il nartece, il “dentro e fuori” che a Perrecy-les-Forges e a Chatel-Montagne mostra le sue più compiute realizzazioni, ha nell’antico quadriportico il suo antenato lontano, ed è un’evoluzione di quel semplice portico che, col passare del tempo, era rimasto a proteggere – come accade, ad esempio, a Sant’Angelo in Formis e a Pomposa – l’ingresso della chiesa e lo spazio antistante la facciata.

Secondo i ricordi scolastici questo spazio, nelle sue varie articolazioni – che sia un portico, o un atrio coperto, o un cortile circondato da portici -, è dedicato ai catecumeni, cioè a coloro che non hanno ancora ricevuto il battesimo, e che per questo non partecipano all’eucaristia nella chiesa. Ma quest’immagine ideale, che ci porta a pensare a persone in attesa, ferme e disciplinate “fuori” mentre gli altri fedeli “dentro” celebrano pienamente il rito, è decisamente anacronistica se rapportata al medioevo: non convince e non soddisfa perché stride fortemente con la realtà dei secoli romanici, in cui si celebrano le liturgie probabilmente più inclusive e insieme più confuse. Forse nei primi tempi della diffusione del cristianesimo poterono essere rispettati i percorsi di affiliazione alla comunità e anche quelli, logistici, di accesso agli spazi del rito; più avanti nel medioevo questi percorsi si sciolgono, sublimati in una partecipazione di folla e di cuore, più che di logica.

Lungi però dal perdere il suo senso, il nartece, il “dentro e fuori” della chiesa, ne acquista nel tempo romanico uno ancora più profondo: ci porta infatti tutti – ad uno ad uno – in quel luogo sospeso ma non appartato, in quel “dentro e fuori”, che è, nella sua profonda essenza, la vita intera del cristiano.

Nelle sue realizzazioni perfette delle due chiese francesi – ma gli esempi sono diversi: spiccano in Italia quelli di Sant’Eufemia a Piacenza, di Sant’Antioco in Sardegna, di Casale Monferrato – il “nartece” non è più uno spazio aggiunto, e invece si fa tutt’uno con la facciata, le dà spessore, la apre, giocando a confonderci, in un vero e proprio “dentro e fuori”. E proprio con questa sua duplice valenza architettonica di spazio contemporaneamente esterno e interno, il nartece romanico è un gigantesco promemoria. Ci evidenzia che due – non una! – sono le realtà in cui viviamo, quella che sta fuori e quella che sta dentro la chiesa, quella che sta fuori e quella che sta dentro l'”ecclesia”. Ci ricorda che siamo sulla soglia della salvezza, la quale ci è promessa ma non garantita; che basta un passo, ma va fatto; che la porta dei cieli è prossima ed è aperta, e che saremo beati, ma a patto di una scelta di campo.

Il nartece, insomma, è il Vangelo, è Giovanni che annuncia nel deserto. Prepara la strada, il nartece; e proprio con il suo essere e non essere chiesa, proclama la prima fondamentale proposizione della Buona Novella, che esorta: “Convertitevi, perché il Regno di Dio è vicino”. E’ il “già e non ancora” dell’attesa. E questo “già e non ancora” che caratterizza il Regno – non presente, non assente, ma “vicino” a chi decide di portare se stesso nella gloria, al fianco del Signore trionfante – è l’essenza del tempo romanico, che il nartece sintetizza perfettamente.

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L’interno del nartece di Perrecy-les-Forges in una cartolina d’epoca

 

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P.S.: Nel giorno del suo compleanno, questo articolo è dedicato a Francesco Sala. Grazie ad una sua fotografia (a sin.), tra le tante bellissime scattate e pubblicate, Before Chartres si è ricordato del “nartece” di Sant’Eufemia a Piacenza, che è forse la più coerente risposta del romanico italiano ai “dentro e fuori” di Perrecy-les-Forges e Chatel-Montaigne. Anche in Sant’Eufemia il portico è incluso nella facciata e ne fa parte; anche in Sant’Eufemia copre uno spazio che è contemporaneamente spazio interno e spazio esterno (anche se per la verità a Piacenza risulta molto più aperto rispetto agli esempi francesi). Anche in Sant’Eufemia il nartece si fa facciata, la protezione si fa architettura, la pietra si fa accoglienza e Promessa, per chi entra nella chiesa in cerca di salvezza.

 

 

10 pensieri su “Nell’anticamera del ‘già e non ancora’

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Come sempre eccellente, un articolato punto di vista originale.
    Le due chiese francesi ahimé mi mancano, soprattutto la prima così ai margini dell’Alvernia che come ben sai ho visitato ed amato appassionatamente.
    Ma tempo al tempo andrò anche a nord di Vichy.
    Una particolare imressione mi desta la chiesa borgognona di Perrecy-les-Forges: mi rammenta splendidi modelli normanni, nella sua possenza e massiccia pienezza e solidità della facciata, scevra da ampie aperture, rinserrata tra torri, che sosptetto dovesero essere due in origine.

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  2. Carlo Grignani ha detto:

    Caro Giuliani, sempre più mi convinco che là tue capacità di divulgatore delle bellezze del romanico devono trovare sbocco in qualcosa che vada oltre dal blog su FB! Grazie comunque del tuo lavoro da cui trasuda passione per la Bellezza.

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  3. Paolo Salvi ha detto:

    Chatel Montagne è proprio una chiesa alverniate. Rivedo le absidi con le modanature tipiche a reggere la cornice di gronda (piana su mensole classiche), così come la cornice “a billettes” o a dentelli che segue tutto il fianco contornando le monofore.

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  4. Giulio Giuliani ha detto:

    Gianna Giannetta (da Fb):
    Un articolo significativo anche per un impegno della nostra Quaresima: come il”nartece”di queste due chiese, sinonimo di “ora” e “non ancora”, alla porta del cuore di Cristo” al cuore di Cristo secondo Paolo: fino a “non sono più io che vivo”, è Cristo che vive in me”.

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  5. Gianluigi ha detto:

    Io non trascurerei la valenza sociale e funzionale di questo spazio semi aperto, ma protetto da un tetto, dal punto di vista funzionale, analogo a molti piccoli portici di tradizione antica che circondano la chiesa. Ne ho visti molti in Sardegna. Certo qui aumentato nella sua valenza simbolica ed integrato in pieno nella struttura complessiva della chiesa.

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  6. Giulio Giuliani ha detto:

    Giovanna Bigalli (da Fb):
    Questo (splendido) spazio intermedio mi fa pensare anche a un luogo dell’anima tra ciò che è del mondo, del quotidiano, della vita pratica, e ciò che è trascendente, aspirazione e visione del divino. Passaggio tra vita attiva e vita contemplativa, tra Marta e Maria…..
    Ma è probabilmente un pensiero estraneo agli uomini medioevali.

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