Giù nelle viscere dell’antico San Juan

E allora scenderemo, questa volta, fino alla caverna, nel cratere dove si nascose l’antico monastero di San Juan de la Peña. Cammineremo tra i boschi puntando i piedi per non scivolare, scendendo gradini ripidi; e non è usuale per chi è abituato a cercare in alto, sempre salendo, le chiese e gli eremi che sogna. Stavolta scenderemo; questa volta in alto c’è il monastero nuovo, da cui si parte; ma quello antico, a cui giungeremo fra un’ora, è quasi come calato dentro un dirupo, oltre che costruito nella roccia scavata. 

San Juan de la Peña, il monastero antico, doveva infatti sottrarsi agli sguardi dei musulmani, e alle loro scimitarre. La tradizione narra del nobile giovane Voto che, cavalcando, in questo dirupo sarebbe precipitato, lui col suo destriero, e miracolosamente incolume, qui appunto avrebbe costruito il primo insediamento monastico. Ma se la storia vale più della leggenda, è vero invece che nell’VIII secolo in questo luogo ben riparato si insediò un gruppo di monaci, armati della fede e non solo, con il preciso intento di custodire qui un nucleo di cristianità, mentre l’Aragona e più intorno la Spagna erano percorsi a folate dalle schiere degli Arabi conquistatori. Dovettero nascondersi, in un burrone e nella pietra viva – come altri fecero in altura – da qui decisi a compiere la loro parte nella splendida e progressiva reconquista.

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Il monastero “nuovo”, in alto, e quello “antico” che si intravvede nel dirupo (foto: www.romanicoaragones.com)

E proprio il percorso all’ingiù, dal monastero nuovo al monastero vecchio, ci fa comprendere la paura orgogliosa che diede origine a quest’ultimo: nei tempi della cristianità ormai imperante, in pieno XVI secolo, i monaci di San Juan de la Peña costruirono sull’altopiano la nuova e vasta abbazia, e abbandonarono – chi aveva bisogno più di nascondersi? – l’impervia collocazione di un tempo: ma chiarisce ogni cosa vederle così, la nuova dimora placidamente posata sotto il cielo, e quella antica invece precipitata a valle, eppure salva, come Voto e il suo cavallo.

Scenderemo, allora, e a piedi. Giunti all’eremo continueremo questo cammino verso la profondità con una meta precisa: sul fondo del dirupo non ci soffermeremo al chiostro – Before Chartres ha già detto dei capitelli particolarissimi che lo adornano – ma andremo ancora giù, in profondità, nelle viscere in cui si costruì un riparo la fede dei monaci: il cammino non deve fermarsi se non nella chiesa del monastero, cioè dentro la roccia in cui questa è scavata, e fino alle tre meravigliose absidi sul fondo, ultimo “cerchio” di questo rifugio, e fino all’altare dove brilla – e poco conta che sia o meno il “sacro Graal” –  il calice dell’Eucarestia che per i monaci fu rifugio e salvezza. Cul de sac, forse, ma non vicolo cieco.

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Le tre absidi della chiesa superiore (foto: Javer Abdad)

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Dell’eremo di San Juan de la Peña, distribuito su due diversi livelli, restano, oltre ad alcuni altri ambienti, le due chiese sovrapposte. Quella superiore, databile all’XI secolo, ha un’aula ampia a navata unica, e termina, profondamente inserita nella roccia della caverna, con l’interessante complesso delle tre absidi affiancate e collegate; la chiesa inferiore, che oggi funge da cripta, è probabilmente la prima chiesa dell’insediamento monastico, e risale quindi al X secolo.

Famoso è il chiostro, ricostruito ma scoperchiato: le tre ali rimaste sono adornate da interessanti capitelli, attribuiti a due diverse mani o a due diverse scuole. La prima avrebbe realizzato tra XI e XII secolo i più antichi, a disegni floreali e zoomorfi; alla seconda mano, o alla seconda scuola, che opera nel XII secolo avanzato, vengono invece assegnati quelli con scene bibliche ed evangeliche.

Si accede al complesso partendo da su, dal monastero nuovo, attraverso un sentiero percorribile a piedi in circa un’ora. Per chi ha fretta sono in servizio anche comode navette. 

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L’eremo visto dall’alto (foto: http://www.pyrenees-trip.it)

 

 

2 pensieri su “Giù nelle viscere dell’antico San Juan

  1. G. e F. Berton ha detto:

    Ripensandoci ancora.
    “Se il chicco di grano non muore”.
    Edificare nel profondo; la fede, come un fiume carsico, scorre e disseta la fatica quotidiana, scolpisce storie nella pietra per non dimenticare, nella pietra anche del cuore che si intenerisce e risale dai suoi inferi, un giorno. Come san Juan. Emozionante

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