Un satiro osceno dà scandalo a Jaca

Questa è la storia, meravigliosa, di un capitello romanico tra i più belli e provocanti, eppure poco noto, per anni o secoli dimenticato a testa in giù, per decenni censurato o nascosto. Before Chartres la racconta come riesce; ma mai come in questo caso a parlare dovrebbe essere il capitello stesso…

Sono il “capitello del satiro”. Mi hanno dato questo nome, qui a Jaca, per via di una figurina scolpita su una delle mie quattro facce, che pare essere, appunto, il ritratto di un “satiro”. Sì, un satiro antico, uno di quegli essere lascivi che secondo la mitologia… Ma prima di lasciarmi guardare, permettete, vi racconto la mia storia.

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Il capitello rovesciato come base

Sono nato e cresciuto nel chiostro di Jaca, città della Spagna, provincia di Aragona. Ci stavo bene, nel chiostro; e mi dà sempre intensa nostalgia ricordare quel tempo trascorso con gli altri capitelli, tutti in fila, a far bella mostra di noi, ed io in particolare del satiro che, ogni volta, faceva arrossire le monache… Poi il disastro: il chiostro piano piano si spopola, di monaci e conversi se ne vedono sempre meno, e sempre più avanzano le erbacce e l’edera. Non ricordo bene; credo di aver dormito a lungo… sta di fatto che quando mi sono svegliato non ero più nel chiostro, ma dentro la Cattedrale, in un angolo buio. Giusto il tempo – qualche altro secolo? – di adattarmi alla nuova collocazione e succede quello che mai mi sarei aspettato: mi hanno preso e poggiato a terra, capovolto a testa in giù: mi hanno usato, non so per quanti anni, rovesciato, come base per la colonna che reggeva una ringhiera. Da non credere, se le vecchie foto non stessero lì a ricordare ognuno di questi passaggi. Documentano anche il terzo, le fotografie, quando mi cambiato di nuovo di posto: non è andata male, quella volta, perché mi hanno raddrizzato e mi hanno dato l’incarico di reggere, insieme ad un altro dei vecchi amici del chiostro, la mensa di un altare laterale.

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Il capitello posto a reggere l’altare (foto: romanicoaragones.com)

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La fenice scolpita su una delle facce

Ero di nuovo… in piedi. E però la mia faccia più singolare, quella da cui prendo il nome, quella con il satiro birichino, badarono bene di girarla verso il celebrante, così da sottrarre agli sguardi dei fedeli quel genietto malefico… Perché in sostanza io sono fatto così: quattro personaggi nudi e accovacciati – due femmine dai lunghi capelli e due maschi con sembianze quasi di scimmia – stanno nei miei angoli; e poiché nelle quattro facce restava il posto per quattro piccole figure, chi mi ha scolpito proseguì con questo piano – e non chiedetemi perché -: su un lato scolpì un leone attorcigliato che sembra dimenarsi per uscire dalla pietra di cui son fatto; su un altro lato una fenice, il magico volatile che rinasce dal fuoco, anche lei avvolta quasi a spirale; non ricordo più cosa c’era sulla terza faccia, e qualunque cosa fosse non c’è più, andata perduta durante uno dei maldestri spostamenti. E infine, sul quarto lato, scolpirono il “satiro”. Il quale, nudo e di spalle, ebbro forse e comunque inebetito di piacere, con la mano destra si carezza le labbra con malizia, e con la sinistra maneggia il proprio membro, dopo averlo fatto passare tra le cosce, all’indietro.

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Il capitello nell’attuale collocazione nel Museo Diocesano di Jaca

So che di lui scrivono in molti – me lo raccontarono qualche anno fa, quando fui trasferito qui, nel Museo Diocesano di Jaca – e che qualcuno lo ha definito “el desnudo masculino más bello del arte románico internacional“. Io non so se sia proprio così; posso dire però che ora di nuovo, da quando, tirato lindo, mi hanno messo in vista in questa sala, alla giusta altezza per gli sguardi di tutti, il mio lato più osservato è quello in cui spiccano i glutei del satiro. Nessuno più arrossisce, ma i commenti bisbigliati e gli sguardi prima stupiti e poi sorridenti mi riportano ai tempi in cui siamo stati, il satiro ed io, in fila con gli altri capitelli nel vecchio chiostro, ad ascoltare preghiere e a veder tramontare il sole, sera dopo sera.

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Before Chartres deve la scoperta del “Capitel del Sátiro” al bellissimo sito romanicoaragones.com, che racconta, documenta e spiega le vicissitudini del capitello con grande dovizia di particolari e con impareggiabile competenza. Romanicoaragones.com presenta inoltre, oltre alla narrazione del recente restauro, un’accurata lettura iconografica del pezzo: Mentre le grandi figure angolari maschili e femminili sono un tratto diffuso e consueto, le tre figurine – il leone, la fenice, il satiro – costituirebbero tre differenti rappresentazioni della resurrezione. Spiega il sito del Museo Diocesano di Jaca: “…debemos saber que este sátiro, dado su tratamiento anatómico extremadamente bello,responde a la idea de San Agustín de que al final de los tiempos los cuerpos resucitarán bellísimos, perfectos, sin deformidades; que el león es un animal cuyas crías se dice que nacen muertas pero resucitan al tercer día cuando su padre les echa el aliento y que el ave fénix es un animal extraordinario, del que sólo existía un ejemplar en el mundo que cada 500 años se autodestruía agitando las alas hasta generar el fuego en el que ardía y después surgía de sus propias cenizas” (“…dobbiamo ricordare che questo satiro, dato il suo trattamento anatomico estremamente bello, risponde all’idea di Sant’Agostino che alla fine dei tempi i corpi resisteranno belli, perfetti, senza deformità; che il leone è un animale i cui cuccioli si dice nascano morti ma riprendono vita il terzo giorno quando il padre dà loro fiato, e che la fenice è un animale straordinario, di cui esisteva un solo esemplare al mondo che ogni 500 anni si autodistruggeva sbattendo le ali fino a generare il fuoco in cui bruciava, per poi risorgere dalle sue stesse ceneri”).

Molto interessante, e Before Chartres non può non segnalarla, la ricostruzione digitale del capitello realizzata da Zoilo, che permette di ammirarlo come meglio non si potrebbe, in ogni suo dettaglio e dalle differenti angolature.

 

 

4 pensieri su “Un satiro osceno dà scandalo a Jaca

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Antonella Fabriani Rojas (da Fb):
    Forse tra tutti i tuoi post, questo è in assoluto il migliore di tutti fino ad ora. Raccontato splendidamente, bellissimo.
    Avevo visto bene all’inizio la posizione del satiro ma mi sembrava di aver capito male :D.
    Solo adesso mi accorgo che mi avevi taggata. Non avevo visto il tuo commento qui sopra.
    Che il capitello sia impostato sull’elemento fuoco, è evidente sia per quell’uccello che sembra avvolto dalle fiamme e quindi sì può essere la fenice. E poi il leone, anche lui fuoco. Però non so se quello sia un satiro. A me quella posizione testa in su rovesciata e quella del corpo (a parte la manina dietro) ricorda qualcosa già vista. Lui ha qualcosa sul costato che può essere inteso come ciuffo di pelliccia ma credo che sia la fiamma. Come sembrano avere quei lembi di fiamma anche le figure inchinate un po’ mostruose, che hanno le zampe ad artiglio, quindi quasi volatili come le arpie. E lui per essere satiro deve almeno avere almeno la coda (al posto giusto), i cornetti o gli zoccoli, uno di questi attributi.
    A me non pare un satiro ma ricorda il bronzo detto Il Satiro Danzante, di età romana, che però non è un satiro nè un fauno, è un danzatore o un invasato. E mi sono sempre stupita di questa denominazione perchè l’ho visto e satiro non è.
    Ma qui subentrano le citazioni a caso (citare un passo di Plinio – H. N., XXXIV, 69 – fa persona colta…) il quale dice che Prassitele avesse scolpito un gruppo dove “l’Ebbrezza sta con il Satiro che i greci chiamano periboetos”. Allora l’archeologo di turno ovviamente ha scoperto lui una parte di quel Prassitele, non una scultura qualsiasi…. come la storia di pochi giorni fa in cui un tale storico dell’arte-giornalista-archeologo ha studiato un cranio di epoca romana che stava in una teca, e lo ha identificato per quello di Plinio (che non riposa in pace neanche questa volta…).
    E come gli storici dell’arte che vanno in pensione e scoprono nell’ultimo anno di carriera un Caravaggio o un Leonardo, col benestare dei colleghi più giovani che a loro volta scopriranno pure loro un altro Caravaggio, pure quello aveva scoperto il Prassitele… .
    Quindi lo spagnolo ha chiamato questo ‘Satiro’ perchè si è ricordato della figura del Satiro Danzante.
    Girando la foto ed ingrandendola si vede che lui si tira su il mento con la mano, come se si appendesse da sè, e con l’altra si tira il pisellino all’indietro come per non farselo scottare.
    Ma non riesco a capire cosa stia facendo, ovvero che significato abbia questa posizione. Veramente enigmatico come pochi.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Grazie Antonella: mai disposta a prendere le tesi degli studiosi ( et similia) come oro colato, sempre in grado di aggiungere elementi alla valutazione altrui… Questo capitello meriterebbe davvero di essere raccontato in ogni suo dettaglio. Intanto, andiamo a vederlo: Jaca ci aspetta.

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