Fino all’eremo ‘estremo’ di San Frutos

Nell’estremo lembo di uno sperone roccioso, che poco più avanti strapiomba verso il basso con un salto di molte e molte decine di metri, in un luogo che il volo costante degli avvoltoi certifica come ben poco ospitale, fu costruito – e ancora ne restano la chiesa e le rovine degli edifici di servizio – l’eremita de San Frutos, sito di religiosità medievale tra i più suggestivi.

Si spinse fino a qui, secondo la leggenda, san Frutto, che diverrà patrono della vicina Segovia, in cerca di un oasi che non fosse raggiungibile dalle scorrerie dei musulmani e dalla continua guerriglia che riempiva la penisola iberica di focolai e violenze; e qui, su questa piana non vasta, posta in quota là dove il corso sottostante del Duratòn disegna l’ennesima ansa, immaginò di poter costruire, con la sorella Engracia e il fratello Valentìn, il romitaggio in cui rifugiarsi e in cui attendere la fine della vita terrena. Era il VII secolo del tempo cristiano, o forse già l’VIII, e san Frutto portò a termine ognuno dei suoi propositi: edificò il proprio eremo, vi si insediò in preghiera con i suoi, e qui accolse infine la morte e fu sepolto.

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La suggestiva collocazione dell’eremo (foto: Victor Salvador Vilariño)

Quello che non poté evitare, stando alla leggenda che circonda il priorato, fu di aver a che fare con i mori. Al contrario, fu proprio per sfuggire ad una delle loro scorribande, che tutta la popolazione di Sepulvéda venne a rifugiarsi nell’area non vasta in cui si era insediato. E fu proprio san Frutto a salvare se stesso, i fratelli e i popolani, scavando miracolosamente una nuova frattura nella roccia, facendo quindi franare l’unica stretta via d’accesso all’eremo. Nella sua secentesca storia di Segovia, Diego de Colmenares racconta che

il santo, prima che [i saraceni] raggiungessero il romitaggio, tracciò una linea sul terreno, e ordinò loro di non oltrepassarla: perché voleva mostrare agli infedeli, con valido argomento, la grande cecità e l’errore della legge in cui vivevano. E nel punto in tracciò con il bastone la linea, la terra si aprì e la roccia si spaccò, e fece un’apertura così grande che non poterono andare avanti; mostrando nostro Signore attraverso questo miracolo, com’era vero ciò che il Santo aveva predicato loro. (…) i Mori stupefatti nel vedere tale portento, fuggirono, lasciando in pace Frutto e la sua compagnia

Fu così che i musulmani dovettero fermarsi a guardare, da nemmeno troppo lontano, il luogo santo e la folla che vi aveva trovato rifugio; non si fermano invece i visitatori dei tempi moderni, per i quali sulla miracolosa “chuchillada” (“coltellata”) di san Frutto sul terreno è stato edificato un ponte in pietra. Al di là del quale, visitano oggi ciò che i secoli hanno lasciato: una chiesa modesta, costruita nell’XI secolo sui resti di quella voluta da san Frutto, e a lui dedicata; pochi altri ambienti monastici diroccati, anche se pieni di fascino; il cimitero antico dei monaci, con le tombe dei tre fratelli fondatori, scavate come le altre a terra nella roccia, ma melanconicamente vuote.

http://www.fotonazos.es

Prima del monastero, il ponte sulla “chuchillada”

Eccezionale dal punto di vista paesaggistico, amato dagli appassionati di ambienti estremi e di birdwaching, il priorato di San Frutos resta una meta di notevole interesse anche per chi si interessa di cultura romanica: più che tesori d’arte – la chiesa è ad aula, coperta da una volta in pietra i cui sottarchi si innestano su basse semicolonne – il sito di San Frutos, che morto il Santo ospitò una comunità benedettina, costituisce una testimonianza eclatante di come gli uomini e le donne del tempo romanico, anche se in forme e misure diverse, cercarono già in vita la fuga dal mondo: alcuni, come gli eremiti e i monaci, ne fecero la ragione del proprio vivere; altri, i più, vi si affidarono ogni volta che il pericolo si presentava nelle forme di una pestilenza, di un’orda islamica o di una carestia, convinti che anche un luogo senza vie d’uscita, come l’eremo di San Frutos, può dare la salvezza, se ad abitarlo, attraverso i suoi santi, è il potere salvifico del Signore.

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Il monastero visto dalla riva opposta del Duratòn

 

5 pensieri su “Fino all’eremo ‘estremo’ di San Frutos

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Domenico Franchi (da Fb):
    La Spagna sa stupire, con i suoi paesaggi aridi che non ti aspetti che siano abitati, né tantomeno ti aspetti di trovarci un monastero come questo. Proprio una storia appassionante e un luogo da vedere.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Bello sì, che ci siano gli avvoltoi/grifoni. Molti vanno a San Frutos per vederli volare nell’area, che è un parco naturale. Resta singolare e significativo che una comunità eremitica e poi monastica si sia insediata in un posto così… estremo.

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