San Justo, una misteriosa frase d’addio

Una frase struggente, scritta in latino, in un piccolo spazio ricavato tra le figure ardite. Un testamento in quattro parole – NON POTEO FACERE PINTURAS – risuona come un grido d’aiuto, e rende ancora più affascinante, a Segovia, uno dei cicli di affreschi più notevoli del romanico di Spagna. “Non ho potuto dipingere la mia opera”, scrive in sostanza il Maestro di San Giusto, giustificando in questo modo quell’ultima scena lasciata incompiuta, senza “pittura”, dentro il vasto e bellissimo ciclo a cui aveva lavorato; e che è pieno – tranne appunto nella Deposizione lasciata allo stato di disegno di impostazione – di colori, di espressività, di quella “pittura” così carica di potente capacità narrativa, di cui l’artista ha dato prova indiscutibile.

L’aula e il presbiterio

Siamo nel presbiterio della piccola chiesa dedicata ai santi Giusto e Pastore. Posto come un’appendice aggiunta alla più ampia aula della chiesa, il presbiterio è una sala rettangolare, coperta da una volta a botte e terminata, secondo lo schema più consueto, dal semicerchio dell’abside e dal suo catino. Ad uscire dalla consuetudine, per la loro bellezza, sono gli affreschi che, stesi su tutto il paramento murario del presbiterio lo fanno risaltare, vero e proprio scrigno di luce e colore, rispetto al resto della chiesa, ora spoglia e grigia. Riscoperte, sotto gli intonaci che le avevano oscurate, solo negli anni Sessanta, le pitture di San Justo sono in parte danneggiate e perdute; restano però, insieme al chiaro schema che le impagina, molte delle scene in cui si articolano, a cominciare dal bellissimo Cristo in Gloria che campeggia nel catino absidale: seduto e benedicente, è avvolto in un lungo abito color del sole al tramonto; il suo viso dai tratti orientali è coronato dai neri capelli e dalla barba scura – come non ripensare, guardandolo in volto, ai grandi Pantocratori di Cefalù e Monreale? -; e la sua figura è contornata dalla giostra dei ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse, accolti con i loro strumenti nello spessore inusuale della mandorla; i Viventi, simboli degli Evangelisti, disposti ai quattro angoli e affiancati da due ulteriori scene minori danneggiate e di non facile interpretazione, completano la rappresentazione della Seconda Venuta.

Il ciclo di affreschi (foto: Castello di Juan Carlos)

Gli affreschi si estendono sulla volta a botte, dove un Agnello è rappresentato dentro ad un cerchio retto da bellissimi angeli, a separare due altre rappresentazioni con figure in piedi, ben leggibili ma sulla cui iconografia gli studiosi avanzano ipotesi poco convincenti. Splendide e riconoscibilissime, invece le due grandi scene che completano, da una parte e dall’altra la volta a botte: a sinistra un’Ultima Cena ci racconta con grande intensità, attraverso il gioco degli sguardi e delle mani, il dialogo serrato e cruciale tra il Cristo che annuncia la propria morte e il tradimento, e i Dodici che ascoltano pieni di ulteriori domande; a destra, tutta costruita sull’affiancarsi di figure in piedi, eppure tutta connessa in ogni sua parte e in questo moderna ed espressiva come poche altre, il Maestro di San Justo ci offre il suo grande affresco della cattura di Gesù, aperta a sinistra dalla scena di Pietro che infierisce sul servo del Sacerdote, a cui seguono il bacio di Giuda e poi, più a destra, la turba delle guardie che trattiene un discepolo.

La cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi (foto: Zarateman)
La Deposizione (da romanicocoaragones.com)

Dopo la Cena, e dopo la Cattura, in una precisa e puntuale scansione, la mano dell’artista passa a dipingere, nel giro dell’abside, sotto il Cristo in Gloria, le due scene successive secondo la narrazione evangelica. A sinistra ci narra la Crocifissione, con il corpo del Cristo appeso, e con gli sgherri che verso questo corpo santo alzano la lancia che trafiggerà il costato del Signore, da una parte, e la spugna imbevuta d’aceto dall’altra. A destra il Maestro di San Justo affronta l’epilogo della vicenda terrena del Cristo, e forse, come abbiamo visto, anche l’ultimo atto della sua propria vicenda di uomo e di artista: la Deposizione è infatti completamente tracciata, fatta di linee d’ocra rossa come una “sinopia”, ma non è stata completata – e non sapremo mai per quale ragione – con la successiva dipintura.

La frase scritta dal Maestro

“NON POTEO FACERE PINTURAS”, scrisse con il suo pennello il Maestro; ed è quasi incredibile che questa sua ammissione di impotenza sia giunta fino a noi, rendendo il ciclo da lui realizzato a Segovia, nel tardo XII secolo, forse unico al mondo. Con quella frase infatti ne raddoppia l’intensità, e rende ancora più viva quella pittura che, prima di giungere all’ultimo quadro, seppe pienamente realizzare. Che siano state la malattia o la morte ad impedirgli di portare a termine il ciclo, o che se ne sia dovuto andare all’improvviso, la sua pittura ci parla di lui e a lui ci lega; e l’autore degli affreschi di San Justo resta nella storia dell’arte medievale come una delle figure più vive ed appassionanti. Non completò la sua opera, ma seppe renderla indimenticabile con la sua bravura, la sua appassionata dedizione, il commuovente messaggio scritto per giustificare i suoi limiti e il suo addio prematuro.

Il catino dell’abside (foto: Zarateman)

4 pensieri su “San Justo, una misteriosa frase d’addio

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Lino Tomasoni (da Fb):
    Si conosce molto dei grandi artisti dalla storia dell’arte, to’ poi esce all’improvviso un grande nel sacro come l’autore di questo capolavoro; è proprio vero che l’arte è una continua sorpresa.

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    Stupendo racconto di una vicenda artistica molto particolare, che dona ulteriore valore all’opera, già splendida di suo.
    A Segovia ci sono diversi edifici pregevoli e un viaggio è certo da programmare come in ogni regione della Spagna, ricchissima di monumenti romanico di estremo valore, che hai saputo più volte presentarci con passione e competenza.
    Un fascino grandioso.

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