Giobbe: il romanico ne allungò la pena

Quanto somiglia alla nostra, la storia di Giobbe, e quanto è attuale… C’è un uomo ricco che, dall’alto dei suoi beni e della sua invidiabile posizione, non fatica ad essere giusto e attento alla legge del Signore; come accade a noi, nel tempo buono. Ma poi quell’uomo ricco cade in disgrazia, perde il benessere, e insieme la pace familiare – a quanti di noi, a quanti intorno a noi è accaduto, in questo tempo di crisi! – e si ammala di un morbo e ancor più di un dubbio: E’ possibile, si chiede, che tutto questo succeda, e succeda a me? E dove, e quando finirà il mio precipitare? Come accade a noi, nel tempo cattivo, in cui ci sembra che intorno ogni cosa bella, per primo il nostro io, appassisca e si sgretoli come la carne del lebbroso.

Parabola della vita, in cui alla bonaccia succede la tempesta, il “Libro di Giobbe” parlava della vita al popolo ebraico. Secoli dopo, parlarono della vita attraverso Giobbe i molti commentari medievali – “moralia in Job” – ma anche le illustrazioni e i rilievi che nel tempo romanico hanno riproposto la storia faticosa di Giobbe. Tra tutti, il capitello nel Museo degli Agostiniani a Tolosa spicca come un capolavoro, per l’eleganza dell’impaginato e la finezza del tratto.

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La distruzione delle greggi e delle mandrie

La pena di Giobbe è scandita sulle quattro facce del capitello, che nella chiesa originaria – il rilievo viene dall’abbazia cittadina di Sainte-Marie la Daurade – era retto da una coppia di colonne. Rimescolando i momenti e i fatti, e fuggendo da ogni vincolo cronologico, lo scalpello dell’artista si concentra su due aspetti della vicenda, e li contrappone:  sulla prima grande faccia del capitello, scandita in due cerchi vegetali di rara finezza, sta Giobbe mentre affranto parla con chi lo tormenta sulle sue sofferenze, e poi mentre ascolta l’angelo del Signore: siamo noi, sono i nostri pensieri e i nostri dubbi… Sul lato opposto stanno le disgrazie del patriarca messo alla prova: anche qui due girali circondano due scene, e in esse si mostrano le greggi di Giobbe distrutte e le mandrie sferzate e disperse: sono le nostre disgrazie, le nostre sconfitte…

Ero sereno e Dio mi ha stritolato, mi ha afferrato la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà egli mi trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, apre su di me breccia su breccia, infierisce su di me come un generale trionfatore.

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La strage dei figli di Giobbe

Sui due lati corti del capitello, altre due scene che sorprendono: in una, racchiusa in singolo cerchio di tralci del tutto identico ai precedenti, sta la più dura delle pene inferte a Giobbe: in piedi, sferzante come un ossesso, un diavolo fa strage dei dieci figli di Giobbe, tra le macerie della casa che, crollando loro addosso, li ucciderà tutti. E sul lato opposto? Là dove ti aspetti l’ennesima scena incorniciata da un medaglione, dal consueto cerchio di rami, quel cerchio invece sparisce. E lascia libero nello spazio l’atto conclusivo della storia di Giobbe, a cui il Signore, dopo averlo messo alla prova, restituisce la salute, l’agiatezza, e dieci figli, più belli ancora di quelli perduti.

Con questa ultima “faccia” il capitello di Tolosa dà la sua risposta anche alla domanda cruciale che da sempre scaturisce dalla storia di Giobbe. Si chiedevano infatti gli Ebrei, e se lo chiedevano anche i medievali, quando arriva il premio per il giusto. Si chiedevano se dopo la sofferenza e la prova a cui il Signore ci espone, la ricompensa finale che premierà chi ha saputo attendere – perché l’uomo fedele, questo è certo, vedrà la giustizia di Dio – arriverà qui, su questa terra, oppure è da collocare al di là della morte, come premio eterno, ma postumo. Ebbene: coerente con il “Libro di Giobbe”, che racconta di un “lieto fine” terreno, anche il Giobbe scolpito “della Daurade” si chiude con la restituzione degli affetti e della serenità; ma proprio perché sottratta al ciclico incedere dei cerchi, la scena finale sembra collocarsi al di fuori della scansione seguita fino ad essa.

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L’ultima scena: Giobbe di nuovo circondato dai suoi affetti

Successe, certo, che il Signore ripagò le fatiche di Giobbe; e succederà che ripagherà quelle dei giusti, e anche le nostre. Ma lo spirito romanico, pieno dell’attesa di un tempo nuovo e vicino, non può che collocare il premio – il “lieto fine” – fuori dalla scansione terrena, là dove questo sarà davvero pieno e davvero eterno. E non certo nel breve spazio di una vecchiaia.

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Giobbe dialoga nella sofferenza con i tormentatori e poi con l’angelo del Signore

 

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