I pilastri della terra? Sono a Tournus

Accade solo a Tournus. Solo la chiesa di Saint-Philibert, tra le tante del tempo romanico, si propone in tre versioni differenti, mescolando e riassemblando in tre modalità differenti – come tre arie di una stessa sinfonia – gli elementi architettonici da cui è composta.

TournusInterno

La navata di Saint-Philibert

Una chiesa e tre chiese, quindi, a Tournus. Perché Saint-Philibert, la chiesa abbaziale borgognone è in realtà composta da tre spazi nettamente separati. L’ambiente maggiore è quello della grande navata (che poi culmina in un coro posteriore, già gotico, che qui non considereremo) affiancata dalle navate laterali; il primo ambiente è insomma l’aula, strutturata come sempre in campate successive, in numero di cinque. Ma prima della navata, secondo il modello delle chiese imperiali carolinge, c’è il grande nartece, largo quasi quanto la chiesa a cui fa da anticamera, e alto esattamente quanto la chiesa stessa, tanto che da fuori a stento si nota la congiunzione tra questa e quello. Ma gli spazi dell’abbazia, le “chiese” nella chiesa, dicevamo, sono tre: e infatti il nartece a sua volta è diviso in due ambienti, uno inferiore ed uno superiore, identici nella superficie calpestabile, poiché realizzati proprio con una netta separazione orizzontale, ma differenti nel volume, poiché la parte inferiore è decisamente più bassa, mentre quella superiore invece si sviluppa molto in altezza.

Nulla di eccezionale, in questa conformazione: accade anche altrove che una vasta aula basilicale sia preceduta da un nartece altrettanto alto e vasto, diviso in due spazi sovrapposti. Quello che rende però unica la chiesa di Saint-Philibert è che i tre spazi dialoghino tra loro utilizzando gli stessi elementi architettonici – quattro in particolare – in un gioco di scambi e di emulazioni che non si trova altrove.

Dicevamo dei quattro elementi costitutivi. Il primo particolarissimo elemento è costituito dai “sostegni”: a Saint-Philibert, infatti, la navata è retta non da colonne o da pilastri compositi, ma da particolarissimi pilastri cilindrici, tutti identici, perfettamente regolari; realizzati in piccoli mattoni, sostengono la volta della navata; la reggono senza aver bisogno di alcun capitello, terminati in alto da una semplice ghiera, quasi fossero moderni pilasti in cemento armato. Sopra questi pilastri, sopra queste gigantesche colonne, si reggono altri due elementi del “gioco” che fa Saint-Philibert: volte a crociera nelle navatelle, e volte a botte trasversa nelle grande navata.

TournusNarteceBasso1

I pilastri del nartece inferiore

Ebbene: nel nartece – o meglio: nelle altre due “chiese” costituite dai due spazi sovrapposti del nartece – la chiesa di Tournus ci ripropone, giocando a mescolarli come in un lucidissimo calembour, gli stessi tre elementi. Nel nartece inferiore, i pilastri cilindrici ritornano identici, pur se ridotti alla metà circa in altezza, e reggono di nuovo volte a crociera e volte a botte trasversa; ma queste stanno ora nelle navate laterali, e quelle invece conquistano, qui nel nartece basso, la navata centrale. Nel nartece superiore di nuovo i pilastri, sempre identici nella struttura ma stavolta alti circa un terzo rispetto a quelli della navata, disegnano un terzo ambiente a tre navate, una terza “chiesa”; e qui, ulteriore variazione sul tema, la navata centrale gioca finalmente, immancabile, il suo asso, quella volta a botte che è il quarto elemento del gioco, e che non poteva mancare, in questo splendido concerto di strutture, di sostegni e di coperture che è Saint-Philibert.

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La parte superiore del nartece

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Lo schema e la pianta di Saint-Philibert

Anche se costruita non più tardi del passaggio tra l’XI e il XII secolo, quindi nell’epoca antica del romanico, e anche se decisamente legata, come detto, a modelli di derivazione carolingia, a saperla guardare Tournus dimostra una razionalità e una coerenza che lascia piacevolmente interdetti. E i suoi pilastri maledettamente moderni – che restano comunque inconfondibili anche a chi visiti la chiesa senza avventurarsi in ragionamenti sulla sua struttura – sono il fulcro di questo sistema: mentre nella grande navata si stagliano alti e forti come quelli di un moderno aeroporto, nel nartece – e questa è l’ultima sorpresa di Tournus – i pilastri del piano superiore poggiano esattamente sopra quelli del piano inferiore; sorgono dal pavimento senza alcuna base, e per la loro forma regolarissima, socchiudendo gli occhi, un architetto contemporaneo potrebbe immaginarli addirittura come pilastri “passanti”, costruiti in un unico fusto da terra a cielo pur reggendo piani differenti, come accade, appunto, nelle costruzioni del XX secolo.

Saint-Philibert è una chiesa bellissima, nota e amata per il suo calore, il suo sapore primitivo e il suo fascino tutto tutto tutto romanico. Cancellate la lettura che ne ha fatto “Before Chartres” in questa pagina, se la sentite inutile o pesante; io per me sono convinto che qualche amico architetto – almeno uno – troverà in questa analisi l’ennesimo buon motivo per visitare, finalmente, la Borgogna e le sue chiese. E tra tutte, per prima, l’antica e modernissima Saint-Philibert di Tournus.

 

P.S.: C’è un altra ragione per cui la nobile abbazia di Tournus è specialissima: alla copertura della sua grande navata, che non è “cielo” ma piuttosto è “mare”, “Before Chartres” ha dedicato questo altro articolo.

Tournus

Il sito storico di Tournus

 

3 pensieri su “I pilastri della terra? Sono a Tournus

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Aldo Valentini (da FB):
    Articolo sublime il tuo, veramente istruttivo! Saint-Philibert in agenda (non solo in quella dell’efferato Architetto…). Ritrovo questi bei pilastroni in molte chiese della “riforma cistercense” come prima soluzione ad alleggerire il carico alle mura esterne.

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    Caro Giulio, non ti viene difficile coinvolgermi coi tuoi scritti appassionati; oggi neanche una briciola, che dico neppure una virgoletta fuori posto, di errore di battitura hai lasciato al tuo personalissimo e fedele correttore di bozze.
    Tu ben sai che la Borgogna era nei miei programmi pasquali, tristemente saltati, e che per il restauro (ohibò!) della facciata della magnifica immensa Vezelay, avrei dirottato alla Val de Loire il mio percorso di viaggio.
    Quindi la Borgogna è nei miei intendimenti più prossimi, che non sopravvivo più ai vostri post su Vezelay, Autun, Nevers e ora Tournus. Peraltro ho il libro della Borgogna romancia della Jaca Book in italiano quindi non dovrò nemmeno fare la fatica di tradurre dal francese, senza averlo studiato a scuola, dalla Zodiaque.
    Dopo questa personalistica e magari futile digressione, confermo il piacere che provo a leggere i tuoi splendidi articoli e condivido pienamente le arguzie che ci offri nella lettura di Saint-Philibert.
    Merci beaucoup.

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