Ruesta, l’ira funesta del Cristo celato

Devono aver pensato, alla fine, che fosse giusto farlo; e così i religiosi di San Juan Bautista a Ruesta nascosero il Cristo dipinto nell’abside della loro cappella: decisero infatti di coprire d’intonaco il Salvatore che c’era, per poi affidare l’abside ad un nuovo frescante. Di fronte a questa scelta qualcuno di quegli uomini pii avrà certamente sollevato obiezioni; e non è difficile immaginare che i più superstizioni – il tutto accadde in un XII secolo pieno di rispetto per il sacro – avranno previsto conseguenze nefaste per questo gesto irrituale, per non dire sacrilego. E però si andò avanti, e sull’abside fu dipinto un Cristo in mandorla tutto nuovo, e quello vecchio sparì.

L’abside di San Juan ricostruita nel Museo diocesano di Jaca
Il volto del “vecchio” Pantocrator

Da lì in poi, le tristi vicissitudini dell’oratorio di San Juan, ridotto a poche mura crollate, sono sotto gli occhi di tutti; sarà anche azzardato affermare che costituiscono la vendetta del “vecchio” Pantocratore troppo presto sostituito… Però Lui è lì, di nuovo e testardamente presente, e a distanza di quasi mille anni sembra osservare con attenzione tutto quanto è accaduto e continua ad accadere. Perché gli affreschi che tutta ricoprivano l’abside di San Juan, con il “nuovo” Cristo in Gloria circondato dai simboli dei Viventi e dalla consueta schiera degli Apostoli, sono stati staccati, trasferiti su tela, e accolti in una sala del Museo diocesano di Jaca; e proprio durante questa operazione, compiuta negli Anni Sessanta, sotto il vasto affresco “nuovo” si individuò il volto del Cristo precedente; che fu salvato anch’esso e che oggi, anch’esso trasferito su tela, si trova nella stessa sala, forse ancora più famoso e ammirato del grande Redentore in Gloria da cui era stato oscurato. Si diceva che a Ruesta, nel frattempo, l’oratorio che ospitava entrambe le pitture ha vissuto un progressivo e grave declino: abbandonato nei secoli, è giunto fino al Novecento in uno stato di grave degrado; privato cinquant’anni fa degli affreschi che ne costituivano l’unico ornamento, trasferiti a Jaca, ha visto crollare nel 2001 le proprie coperture; oggi un’orrenda tettoia in lamiera ondulata lo protegge dagli eventi atmosferici ma non dalla vergogna; e su ciò che resta della chiesetta incombe anche la prospettiva di finire sott’acqua, per il previsto innalzamento di livello del grande bacino idrico di Yesa, che gli sta accanto, sul confine tra Navarra e Aragona.

L’oratorio a Ruesta (foto da romanicoaragones.com, dett.)
I simboli dei Viventi

L’abside affrescata di Ruesta – il “nuovo” Cristo in Gloria che oggi si mostra ai visitatori nelle sale museali di Jaca – ha un bellezza matura. Tutto il dipinto è giocato sul dialogo tra gli azzurri e i marroni, dialogo che trova il suo vertice nella veste del Salvatore, anche questa divisa a metà tra i due colori. Particolare, e indicativo di una collocazione dei dipinti nel XII secolo avanzato, è la rappresentazione dei Viventi, i cui simboli – rimangono a destra il toro e l’aquila – appaiono ciascuno in braccio ad un angelo. Si allontanano così dalla tradizionale rappresentazione del Tetramorfo dell’Apocalisse, fatta dei quattro “animali” soli intorno al Cristo, e ci accompagnano invece verso l’iconografia successiva, giocata sulla coppia, e nella quale quindi ai quattro “animali” sono sempre più spesso associati non tanto angeli, come qui a Ruesta, ma proprio i quattro Evangelisti, dipinti con una più precisa caratterizzazione dei tratti somatici.

Anche se gli affreschi “nuovi” sono riferibili, quindi, all’ultima fase del romanico, resta il fatto che non sono di molti decenni posteriori rispetto a quelli sottostanti. Le pitture precedenti – a quel che racconta il volto del Salvatore, che è il solo frammento rimastoci – risalgono infatti probabilmente allo stesso XII secolo. Non saremo forse mai in grado di determinare le ragioni di una così repentina sovrapposizione, che può anche essere dovuta a difficoltà incontrate dal primo frescante e dal suo lavoro; ma per una volta, gli appassionati dell’arte romanica vedono un affresco romanico coperto da un’altra opera dello stesso periodo, e non da sovrapposizioni di altro stile e di altri secoli, come tanto spesso è accaduto in giro per l’Europa cristiana.

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Jaca è una citta strepitosa per chi ama l’arte romanica: famosa per i suoi capitelli – citiamo almeno il capitello “del satiro” e quello del concerto di Re David, di cui Before Chartres ha già raccontato le storie affascinanti – ospita nel suo Museo diocesano anche altre opere di grande valore: quanto alla pittura, famosissimi sono gli affreschi di Bagues, qui trasferiti nel secolo scorso, proprio con lo stesso intento di conservazione che ha fatto portare qui i dipinti dell’abside di Ruesta. Una presentazione chiara dei contenuti romanici del Museo si trova nell’interessantissimo sito Arteguias, nella pagina ad esso dedicata. Le foto di questo post sono invece prese dalla pagina sull’abside di Ruesta nel sito patrimoniodehuesca.com.

La fascia bassa con gli Apostoli

2 pensieri su “Ruesta, l’ira funesta del Cristo celato

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Molto interessante, come sempre.
    Suppongo che il primo frescante fosse un artista locale di scarso talento, a giudicare dalla fisionomia (improponibile) del Cristo; quindi, successivamente, si decise di affidare l’opera ad un artista più affermato.

    "Mi piace"

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