Giù il cappello, signori miei, davanti all’adorazione dei Magi di Autun

Non ho difficoltà ad ammettere che tra i meravigliosi capitelli di Gislebertus, ed in particolare tra quelli che si possono ammirare da vicino nella Sala Capitolare di Autun, uno ha suscitato in me, da sempre, sottile diffidenza. Il capitello è quello dell’adorazione dei Magi, che tutti dicono bellissimo; e la ragione della mia difficoltà stava tutta in un dettaglio, in un gesto: quello del più giovane tra i re venuti dall’Oriente, che mentre con la destra offre il suo dono, porta la sinistra alla propria corona, e fa come per alzarla.

Il capitello dell’Adorazione dei Magi (foto: Enrico De Capitani)

Ho pensato a lungo che in questo gesto l’arte mirabile di Gislebertus trascenda: scultore abilissimo nel camminare sul filo del lirismo, in grado sempre di far traboccare le figure di sentimento e di farlo salire ai volti, così che le espressioni sono davvero lo specchio dell’anima, qui Gislebertus mi sembrava eccedere; mi pareva che, con quella mano alla corona, rappresentasse un moto dell’animo del giovane sovrano – si toglie la corona in segno di ossequio? oppure con quel gesto accompagna i pensieri sorpresi della sua mente? – addirittura troppo moderno, realistico e patetico allo stesso tempo, e per questo ai miei occhi sconcertante.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è autunleblogdhunza2.jpg
La Sala Capitolare (foto da Le Blog D’Hunza, elab.)

Pezzo cruciale del quadrittico dedicato al maestro ai Vangeli dell’Infanzia – gli altri rappresentano il Sonno dei Magi, i Magi da Erode e la Fuga in Egitto – il capitello è senza dubbio un capolavoro. La scena è costruita sul contrasto tra la pietra e le ornamentazioni: la prima, piatta, fa risaltare ancor di più la parte decorata, che è tutta giocata sulla ripetizione del cerchio sui bordi dei mantelli, sulle corone, finanche sul ciborio sotto cui siede la Madonna, che anche questa sembra ricamato ad uncinetto. Le figure, le cui pose sono la miglior espressione dell’abilità di Gislebertus di copiare la natura riuscendo sempre ad astrarsene per raccontare, sono in perfetto dialogo tra loro: si noti il legame che si crea tra il re che offre il vaso e il Bambino che allunga le braccia per riceverlo; e si noti invece come il terzo dei magi, quello più lontano, trattenga a sé lo scrigno che si prepara a donare, rispettoso dei gesti altrui e attento ad aspettare il proprio turno.

Un dettaglio in uno scatto recente (foto: Seudo)

Ma quel gesto, quella mano portata alla corona dal più giovane dei tre sovrani giunti dall’Oriente… perché Gislebertus ha voluto farne il centro dell’intera scena? In questo giorno santo, la messa mattutina mi ha riportato ad Autun, a questa scena in pietra, e a quella mano sulla corona. Ripenso all’omelia che ho ascoltato, e alla sottolineatura meno scontata, secondo cui, in verità, i Magi non cercavano il Gesù che hanno trovato; e che si aspettavano sì un neonato, ma un neonato re, figlio di re, di stirpe regale: “Giunsero da oriente a Gerusalemme – dice testualmente il Vangelo di Matteo – e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo»”. Sta scritto nero su bianco: i tre Magi seguivano da settimane una stella, e però giunti in Israele la ignorarono, per andare dritti a Gerusalemme, la capitale; là stava la corte, là regnava Erode, e là, ovviamente, doveva essere avvenuto il parto regale.

E’ l’infido Erode a rimettere sulla buona strada i tre Magi, che si erano fatti deviare da ragionamenti troppo terreni:

Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”. Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Solo quando, dalla corte di Erode, i Magi riprendono il cammino, ritrovano quella che era stata la loro guida: “Ed ecco, la stella che avevano visto nel suo sorgere li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino”. Erano venuti dall’Oriente per adorare un sovrano e ora si inchinano davanti ad un neonato povero, figlio non di re e regina ma di viandanti, nato nel nulla, circondato da paglia e polvere, attorniato non da servi ossequiosi, ma da pastori pieni di sonno e di fame. Noi sappiamo che in quella mangiatoia giace il Re dei Re, ma i Magi non potevano averne alcuna consapevolezza. Esagera, allora, Gislebertus a immaginare che uno dei re, davanti a questa inattesa epifania porti la mano alla fronte, e quasi si gratti il capo, mostrando tutto il suo stupore, con un gesto reso famoso e inconfondibile dai personaggi del cartoon?

Davanti ai capitelli della Sala Capitolare, splendida foto di Roi Boshi

Sconcertante, sorprendente, quel gesto spiazza. I commentatori provano a normalizzarlo: Denis Grivot, descrivendo i tre magi, scrive: “Remarquer le deuxième, qui enlève sa couronne pour dire bonjour” e prova quindi a vederci un saluto; Raymond Oursel non è affatto indifferente alla scena, se dei re dell’Oriente scrive che “il secondo solleva per rispetto la sua corona da capo con un gesto di irresistibile comicità”. Non sono l’unico – non ero l’unico – a trovare sorprendente quella mano portata al capo, e quella corona alzata. Stasera, grazie all’omelia del mattino, non vedo più in quel gesto un saluto, né un atto di rispetto che sconfina nella goffaggine. Mi inchino invece davanti alla più bella raffigurazione della sorpresa: nel giovane sovrano d’Oriente, Gislebertus ci regala il ritratto perfetto di un viaggiatore che, giunto finalmente di fronte alla sua meta, si trova dinnanzi una luce che già lo abbaglia, e una novità che non finirà mai più di scombinare i suoi piani e la sua vita – come fa con la nostra – riempiendola dell’Inatteso.

∼  ∼  ∼

Autun e la cattedrale

La chiesa di Saint-Lazare domina con la sua mole e la sua guglia la storica città di Autun, in Borgogna. I quattro rilievi del “ciclo dell’infanzia” sono conservati nella Sala Capitolare, dove sono esposti una ventina di capitelli, quattordici dei quali istoriati, provenienti dal coro e dalla navata della cattedrale; giù, nella chiesa, sono stati sostituiti da copie. In questo piccolo e interessantissimo museo lapidario – vi si accede dalla cappella laterale destra a fianco del coro – i capitelli possono essere ammirati da vicino, ed offrono l’occasione di osservare nei dettagli il lavoro di Gislebertus, lo scultore che, attivo ad Autun nella prima metà del XII secolo, ha eseguito tutti i capitelli della chiesa e il mirabile portale della stessa Saint-Lazare, oltre a quel pezzo spettacolare che è la Eva conservata nel vicino Musée Rolin.

.

Non c’è, questo pezzo notevolissimo, nel volumetto sui capitelli romanici che Before Chartres propone ai suoi lettori più fedeli. Ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI

.

Le storie della Bibbia hanno ispirato e guidato gli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte nei suoi articoli, e oggi ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.

.

La Borgogna romanica, di cui Saint-Lazare ad Autun è una delle perle più luminose, può stare tutta in un viaggio di sei giorni: lo racconta il nuovo volume con gli appunti di Before Chartres, per un itinerario densissimo di meraviglie: LA BORGOGNA romanica IN SEI GIORNI.

.

3 pensieri su “Giù il cappello, signori miei, davanti all’adorazione dei Magi di Autun

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.