Sesto al Reghena: la chiesa rigorosa dentro lo strano complesso abbaziale

Osservando senza troppa attenzione la pianta dell’abbaziale di Sesto al Reghena, non lontano da Portogruaro ma già in Friuli, si potrebbe immaginare una chiesa molto lunga, con un aspetto esterno particolare e però lineare e chiaramente definito. Chi visita Santa Maria in Silvis di persona scopre una realtà ben diversa: l’interno della chiesa è sorprendente per l’equilibrio delle parti, e dà la sensazione di svilupparsi più in altezza che in lunghezza; e se osservata da fuori, contrariamente alle attese, l’abbazia si presenta come una somma complessa, tutt’altro che coerente, di strutture architettoniche.

La chiesa, prolungata nel nartece, e il campanile visti di Nord
La pianta (da Veneto, Jaca Book, elab.)

Il nucleo monastico benedettino di Sesto al Reghena fu centro di comunità e spiritualità articolato, sede di grande importanza e popolosa, cinta da mura e addirittura da sette torri; e poiché per tutto il medioevo – le origini dell’abbazia si collocano a metà dell’VIII secolo, e la più florida espansione si registra tra l’XI e il XIV – crebbe in potenza, gli edifici conventuali registrarono continue aggiunte, rifacimenti, modifiche; oggi resta solo una parte delle costruzioni che costituivano l’abbazia; ma anche quel poco che rimane porta i segni delle ripetute rielaborazioni.

Viene da qui anche il particolare sviluppo longitudinale della chiesa abbaziale: essa in realtà è preceduta prima da un vestibolo e poi da un nartece colonnato che le somiglia solo in pianta. E guardandola dall’esterno, si fatica a riconoscerla. Lo sottolinea anche Gianna Suitner quando scrive che il “lungo corpo edilizio rettangolare proteso verso est, che nella parte terminale contiene lo spazio della chiesa (…), che oggi sorge isolato e che appare singolare per la mancanza di organici prospetti laterali, trova una risposta coerente solo se lo si immagina, su base ricostruita, con addossati i volumi e i chiostri perduti”. Tradotto: la chiesa non ebbe mai la preoccupazione di curare il proprio aspetto esterno, perché tutto intorno era circondata da altri edifici; e la scarsa attenzione all’estetica di fianchi, fronte e abside è eclatante ed evidente, ora che è stata come denudata.

Il lato meridionale del complesso nartece-chiesa

Dentro questo palinsesto scritto in epoche diverse dal tardoantico al tardo medioevo, la chiesa vera e propria è un’ulteriore sorpresa. Superato il vestibolo, attraversato il nartece e varcata la porta, ci si rivela tutt’altro che allungata, e anzi sorprende per il rigore e l’equilibrio degli spazi. Le geometrie della costruzione architettonica sono chiarissime, con il pavimento, le pareti delle navate e la controfacciata perfettamente piani; l’aula è divisa in tre navate, coperte da capriate lignee, e separate da sostegni alternati: a una colonna succede un pilastro quadrato, appena complicato da lesene che si addossano su ogni lato; da metà sala in poi, lo spazio è occupato da un presbiterio alto, costruito sopra la cripta, anche questo caratterizzato da una linearità assoluta, incrociato con un transetto non sporgente in pianta (e riempito da affreschi tardomedievali); lo spazio liturgico termina con le tre absidi, una maggiore e due più piccole, che sono realizzate in spessore di muto.

L’ingresso del vestibolo, accesso all’abbaziale.

L’organizzazione di questo spazio interno “trova preciso riscontro – secondo Suitner – nei modelli benedettini delle chiese di San Giorgio e di Santa Maria di Oberzell di Reichenau”. Qui noi però azzardiamo un collegamento ideale, e sottolineiamo che, pur in dimensioni ridotte, l’aula posata e composta di Santa Maria in Silvis richiama l’interno di un’altra abbaziale benedettina e cluniacense, quella di San Miniato al Monte a Firenze. Ad avvicinare, almeno nella suggestione, le due chiese è soprattutto la linearità assoluta delle pareti, a cominciare da quella della controfacciata, linearità che è accentuata dalle campiture geometriche che hanno sostituito gli affreschi originari; richiama ancora Firenze, poi, la divisione dello spazio liturgico in due parti quasi equivalenti, determinata anche qui a Sesto al Reghena dal presbiterio molto rialzato; infine, creano un’affinità tra le due abbazie l’utilizzo di un sistema di sostegni alternati tra le navate, peraltro ricorrente nelle Venezie, e il rincorrersi continuo di linee, verticali e orizzontali, ed archi a tutto tondo, interrotto, in Santa Maria in Silvis, solo dell’arco trionfale che, con il suo profilo spezzato, richiama la vicina Aquileia.

Se per un attimo nella navata ci è sembrato di sentire il soffio di sapienza toscana, usciti dall’abbaziale il panorama dipinto di verde e di azzurro ci riporta alla realtà: siamo in una terra vasta e solcata di campi e canali, e di confine, diversissima dalla Firenze bellicosa e raffinata; siamo in una piana fertile, anche se non ricchissima, dove l’abbazia di Sesto al Reghena si è posta come luogo privilegiato del potere ecclesiale per molti secoli, non solo in quelli del romanico; siamo in una terra di passaggio, percorsa da Direttrice calcare dai barbari e dai Longobardi e utilizzate da chi, nel tempo romanico, da nord carolingio e ottoniano e imperiale scendeva verso il mare. Siamo, in sostanza, in un incrocio di culture e di strade. E non c’è dubbio che di questo continuo passare – dei secoli e dei popoli – l’abbaziale di Santa Maria in Silvis porta segni evidenti che, costruiti in mattone o stesi a pennello, ne fanno un palinsesto di strati e di culture.

La torre che dà accesso all’area dell’abbazia

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