Volta in pietra, e nasce il romanico

Obiettivo: costruire un tempio grande come le grandi basiliche paleocristiane, e però coprirlo con una volta in pietra. Questo imperativo costituisce la scintilla della grande rivoluzione del romanico, che si ispira sì alle grandi basiliche romane e poi paleocristiane, ma si impone di coprire le proprie chiese con una volta in muratura, e non più con un tetto piano o a spioventi retti da capriate.

“Ci fu un problema tecnico nella costruzione delle chiese – scrive Gombrich – che impegnò la mente di tutti i buoni architetti, quello di dare a queste impressionanti costruzioni in pietra una copertura in pietra. I soliti soffitti lignei delle basiliche non erano abbastanza dignitosi ed erano facilmente vittime di incendi. L’arte romana di costruire volte su edifici così vasti richiedeva una somma di conoscenze tecniche e di calcoli ormai in gran parte smarrita. Così i secoli XI e XII furono un periodo di incessanti esperimenti” (Storia dell’arte, p. 151). Questa ferrea volontà dei costruttori romanici, quasi una smania, di abbandonare la tradizionale copertura lignea e di porre una volta in pietra sopra l’aula del sacrificio eucaristico è il motore della grande evoluzione architettonica del tempo medievale.

Ma cosa c’è alla base di questa volontà e di questa ossessione per la volta in pietra? Ci sono almeno tre ordini di ragioni: funzionali, estetiche e simboliche.

Le ragioni funzionali si collegano direttamente ai materiali, al loro utilizzo, alle loro capacità di durare nel tempo. Un soffitto ligneo a capriate – come quello della basilica di San Clemente a Casauria e quella di San Miniato al Monte a Firenze – o magari mascherato da cassettoni – come quello della chiesa di Quedlinburg –, è semplice da realizzare, e risulta leggero per le pareti che ne debbono portare il peso. Non dà gravi problemi quanto alla durata e alla  manutenzione; ma il rischio che possa prendere fuoco è significativamente elevato. Quando questo accade, soffitto e tetto si trasformano rapidamente in un’unica pira: le fiamme si propagano verso l’alto, ma poi le conseguenze del rogo investono l’aula sottostante, gli arredi, gli oggetti sacri, i tesori conservati nella chiesa. L’incendio di una chiesa è una sciagura per la comunità medievale, perché mette a repentaglio, più ancora dell’inco­lumità delle persone, le sacre ostie, e le immagini considerate sacre e miracolose, e ancora le sante reliquie conservate in essa. In una frase: non può essere coperto con un tetto in legno il luogo in cui una comunità custodisce quanto possiede di più prezioso.

A spingere i costruttori romanici ad ogni sforzo per coprire le loro chiese con una volta in pietra c’è poi una ragione di coerenza estetica. Non c’è dubbio infatti che la copertura in legno, che pure è adottata in molte tra le grandi chiese del periodo, dia luogo in chi costruisce e in chi osserva ad una frattura, ad una soluzione di continuità nei materiali ma anche nella strutturazione. Il fluire della pietra su fino alla sommità della chiesa, al contrario, offriva uno spettacolo di omogeneità a cui non era possibile rinunciare. In estrema sintesi, per il costruttore romanico non può essere coperto con un tetto in legno l’edificio che deve costituire l’aula parlante del Signore in terra.

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Hildesheim, la grande navata coperta da un soffitto ligneo piano

Esistono, è vero, moltissime chiese romaniche coperte in legno, specie nel meridione d’Europa. Molte di esse sono dei grandi capolavori dell’arte sacra del tempo: si pensi alla grande chiesa abbaziale di Sant’An­timo, in Toscana, coperta da splendide capriate che si spingono fino nell’emiciclo dell’abside, oppure alle chiese di San Pietro e di Santa Maria a Tuscania. Nelle Marche e negli Abruzzi, nella Calabria e nella Puglia vere e proprie “famiglie” di importantissime chiese del tempo romanico hanno copertura a capriate. In legno sono coperte Monreale e Cefalù in Sicilia, Gropina in Toscana, solo per citare alcuni esempi. Ma il processo romanico, che trasforma gradualmente la basilica paleocristiana nella grande cattedrale cittadina passa per la volta in pietra e per la sua evoluzione. E se in Italia la sostituzione dei soffitti lignei sembra non avvenire mai in modo definitivo e diffuso, pur tuttavia la strada romanica è segnata: volta in pietra, prima a botte, poi costolonata, infine a crociera. Succederà anche in Germania, dove la grande chiesa di Hildesheim può permettersi ancora il suo “antico” soffitto a cassettoni, e quelle di Alpirsbach e Petersberg un soffitto comunque piano; ma a Spira, a Magonza e a Worms una volta a crociere concluderà anche il lungo viaggio del romanico tedesco.

Fromista

Fromista, la navata voltata in pietra

Insomma: il modello ideale inseguito e raggiunto in molti casi – chissà quanti poi non sono giunti fino a noi – dai costruttori romanici pone sopra la testa dei fedeli riuniti nell’aula una grande volta in muratura. Se ne comprende ancor più la necessità, quando alla volta in muratura sia affidato un terzo ordine di esigenze, che è quello evocativo e simbolico, e per il quale la copertura del tempio cristiano dev’essere figura della volta celeste. In quale altro modo la chiesa può davvero essere un microcosmo, se non ponendo un cielo sopra la terra? In quale altro modo ricordare ai fedeli raccolti in essa quelle realtà ultime e divine che stanno in alto, sopra le nubi?

Non può essere coperta con un tetto in legno una chiesa la cui copertura deve evocare il cielo. L’empireo in cui regna il Dio dei cristiani, da cui guarda alla terra, e verso cui attrarrà ogni cosa alla fine dei tempi, non può che essere rappresentato attraverso una copertura ispirata alla “volta” dei cieli. Ed è questo il motivo per cui guardando in alto, nella chiesa romanica, l’uomo romanico si aspettava di vedere sopra di sé una volta, o una cupola, o il catino dell’abside. E in questi luoghi “divini” perché “emisferici”, per coerenza, incontrava poi spessissimo decorazioni e rappresentazioni che gli mostravano, anch’esse, la volta divina che lo sovrastava e da cui poteva attendere la sua personale salvezza.

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