A Losa, un gigante si riposa sul portale

Costruita dove la montagna tocca il cielo, e custodita da un gigante: la tradizione descrive così la chiesetta di San Pantaleon de Losa; e non erra, perché questi due tratti salienti – la collocazione su uno alto sperone di roccia e l’inatteso personaggio posto a guardia del suo ingresso – riassumono il carattere di quest’eremo, e restano certamente impressi nei ricordi di chiunque l’abbia potuta visitare.

La posizione in cui si trova la chiesa è spettacolare: sopra il villaggio di San Pantaleon, appoggiato sui colli nella valle della Losa – siamo in Castiglia a circa cinquanta chilomentri a sud-est di Bilbao – la montagna sale ancora in quota, e sopra la montagna una rocca ulteriore si erge come un gigantesco trampolino. E proprio lì, quasi al vertice e sullo strapiombo, alla fine del XII secolo si costruì e si consacrò la chiesa. Per le dimensioni è poco più di una cappella; ma ditelo sottovoce, perché questa chiesa ha di se stessa una grande opinione: “Il vescovo di Burgos, don Garcìa, consacrò questa basilica”, precisa, in maiuscole latine, l’iscrizione posta su un muro interno. Basilica, quindi; e consacrata da un vescovo; e il tutto avvenne nell’anno 1207, come recita ancora l’iscrizione.

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L’eremo di San Pantaleon, sulla rocca che sovrasta il villaggio

La “basilica” romanica di San Pantaleon de Losa è però tutta racchiusa in una navata con un’unica campata, voltata a cupola, e in un’abside che la conclude; in fianco, perpendicolare, si aggiunge un’ulteriore navata gotica, costruite in seguito – sul lato nord, per fortuna, così che non deturpa troppo la vista della costruzione originaria – per accogliere i numerosissimi pellegrini che visitavano l’eremo.

E poi c’è il portale. In cui spicca, specialissima, la figura che sorge scolpita a reggere l’archivolto da un lato, quello sinistro rispetto a chi guarda. E’ un uomo in piedi, vestito all’orientale, con barba fluente. Secondo alcuni si tratta di un “gigante” o di un “atlante”, ed è insieme custode e “colonna” della chiesa; guardiano solitario, perché non si trova una figura corrispondente sul lato opposto del portale, che è completato da una strana colonna con fregio a zig-zag. Secondo un’altra intrigante ipotesi, avanzata da De Lojendo e Rodriguez in “La Castiglia del Nord”, questo personaggio a sinistra rappresenterebbe Adamo; e a destra in origine sarebbe stata rappresentata Eva – è vuoto, in effetti, lo spazio sul lato destro corrispondente al “gigante” – e “in mezzo a loro, ma un po’ più vicino ad Eva, coerentemente con il racconto della creazione”, si trova il serpente, “rappresentato dal grande zig-zag del lato destro”.

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Il portale con il “gigante” scolpito sul margine sinistro

Eppure la posa del nostro “atlante” – le sue gambe sono avanzate rispetto al corpo, e sembra appoggiato a riposare – e anche il sacco che, tenuto tra le mani, sale sulla spalla e discende sulla schiena, fanno pensare che ad accoglierci, dopo la salita, non ci sia altri che un pellegrino come noi. Un uomo in viaggio – sul cammino di Santiago o sui tanti altri che la vita fa percorrere -, un uomo stanco, un uomo che ha cercato e trovato un po’ di tregua sulla cima della rocca di San Pantaleon. Un uomo che proprio sulla porta della chiesa riprende fiato e si prepara a ripartire.

Sul lato opposto, allora, lo spazio vuoto è preparato per noi: per la nostra fatica, per la nostra sosta, per la nostra ripartenza.

 

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L’ultimo tratto dell’ascesa all’eremo

Grazie alla sua collocazione, San Pantaleon de Losa fa parte di quel gruppo di chiese romaniche che vanno “conquistate” anche attraverso la fatica fisica. Un tempo la strada che sale dal villaggio si doveva percorrere obbligatoriamente a piedi, con una camminata impegnativa di circa mezz’ora. E’ consigliabile raggiungerla così anche oggi, anche se la strada è stata in qualche modo resa percorribile alle auto, che ora possono salire fino alla spianata allargata ad un centinaio di metri dall’eremo. Dopo l’ultimo tratto, che tutti devono fare a piedi, si raggiunge la chiesetta: De Lojendo e Rodriguez assicurano che “nel mese di maggio, quando la popolazione festeggia il santo, si raggiunge la cima attraverso prati disseminati di fiori, nel tiepido e soleggiato mezzogiorno con una delicata brezza, già carica degli effluvi d’oceano, che ristora il viso; dopo di che il ricordo di San Pantaleon non si dimentica facilmente”. Dietro l’eremo, la rocca sale ancora per qualche decina di metri; poi lo strapiombo. La vista sul panorama circostante è spettacolare.

 

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