L’abbazia vasta e… vuota sulla Maiella

La navata

Tutto è grande, in San Liberatore. Quando l’abate Desiderio, che governava a Montecassino, decise di ricostruire la chiesa dell’abbazia locale, qui ai piedi del monte della Maiella, la volle immensa. I benedettini, che questo stesso luogo presidiavano da almeno due secoli, “realizzarono una fabbrica solenne (…). Il compito che Desiderio aveva affidato ad Adenulfo – spiegano i cartelli illustrativi sul sagrato – era di edificare una chiesa grande, corrispondente nelle dimensioni a quella cassinese, ma diversa sia nelle caratteristiche edilizie che nella risoluzione architettonica”. E insomma: in questo scorcio dell’XI secolo il grande abate che da Montecassino orientava i destini della cristianità volle una nuova dimostrazione di forza, il segno della potenza dell’abbazia madre fino all’Abruzzo, e fino all’Adriatico. E il risultato furono San Liberatore, così massiccia, così vasta – è lunga più di quaranta metri, mentre la sola navata centrale ne misura quasi otto in larghezza – e il suo campanile, quasi una torre da guerra, e tutta l’abbazia che a lungo crebbe florida.

Nulla resta dei chiostri e delle costruzioni che, insieme alla chiesa e al campanile, costituivano il potente monastero di Serramonacesca, che fu l’avamposto e la possente fortezza di Montecassino dall’altra parte degli Appennini. E forse anche per questa desolante solitudine la basilica di San Salvatore sembra grande, molto grande, e però ancor più sembra vuota, decisamente e pesantemente vuota.

I restauri effettuati in epoca moderna ci restituiscono con buona probabilità una corretta riproposizione della basilica voluta dagli abati Desiderio e Adenulfo, dopo che nei secoli l’abbaziale era stata modificata e infine abbandonata. E a colpire è l’estrema linearità dell’architettura: due file di pilastri rettangolari spartiscono tre navate, in cui ci si sente piccoli come in poche altre chiese del tempo romanico; piano come un lago ghiacciato è il cammino del pavimento dalla facciata fino all’abside, interrotto da un solo gradino là dove comincia la parte a mosaico cosmatesco, peraltro notevolissima; le coperture sono in legno, a capriate, e sostituiscono quelle originali, sempre in legno; non un transetto, non un presbiterio rialzato, non un solo contrasto di volumi diversi interrompe la spazialità quasi banale; le pareti sono lisce, e nelle parti alte della navata centrale i finestroni rinascimentali, sopravvissuti alla campagna di ripristino, ne accentuano le linee dritte e classiche; allo sguardo che va verso l’abside manca anche la sosta, l’appoggio, dell’arco trionfale, impostato ma crollato a suo tempo o non completato.

La facciata e il campanile

Dicono i critici che a questa esasperata linearità della nuova abbazia, Desiderio e i suoi vollero aggiungere una calda e classica profusione di decori scolpiti. E però non resta molto. All’esterno i tre portali, nei quali i decori non sfuggono ad un preciso e linearissimo schema stipiti-architravi-archivolto, sono come eleganti tovaglie, sul bordi delle quali le decorazioni si stendano in ampie e semplici fasce; dicono che siano “primitivi”, anche nel senso che sono i primi esempi, il primo sbocciare della decorazione floreale (e non solo) che si diffonderà via via da San Liberatore a tutte le altre chiese romaniche della regione. La facciata è spartita da lesene che però, incoerenti con la partizione in navate, non riescono ad essere altro che una cadenza di rilievi ritmati; la parte absidale è di una semplicità sconsolante. All’interno, similmente, l’unico elemento di arredo liturgico che oggi accende lo sguardo nella chiesa è il pulpito, che però risulta alla fine lineare come una grande cassa: anche qui le decorazioni a stucco e a scalpello, pur pregevoli, piatti come i bordi decorati di un evageliario, non riescono ad attribuire complessità e movimento all’arredo. E però anche questo ambone farà scuola e, come a Casauria e a Corfinio per citare i più importanti, vedrà altri scultori riprenderne il modello.

San Liberatore nacque ambiziosa, e per volere di Desiderio pretese di stupire, e volle dimensioni, quasi fosse una basilica laica tardoromana. Oggi l’abbaziale sopravvive molto ampia e molto lineare, certamente, ma soprattutto molto vuota. La sensazione di disagio aumenta se visitandola, in fondo alla navata infinita, restano gli sgabelli di due sposi e le sedie di quattro testimoni, che rimandano ad un matrimonio celebrato come in una gigantesca chiesa deserta, pensata e costruita – e qui non c’è ombra di dubbio – un millennio fa, quando a riempirla erano le centinaia di monaci e le folle dei fedeli della Maiella.

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Le absidi

Vien da concludere che San Liberatore alla Maiella, con i suoi grandi spazi vuoti, vive, più che in sé, nella ricca eredità che lascia all’Abruzzo romanico. L’abbaziale di Serramonacesca ha infatti numerosi eredi nella regione, e si ispirano alla sua lezione le chiese romaniche di tutto il territorio, che è ricchissimo e ovviamente lo fu ancor di più nel medioevo: restano, per citarne alcune, quelle di Bominaco, di Capestrano, di Caramanico, di San Clemente al Vomano e di San Giovanni in Venere… E questa figlie, o sorelle minori, forse proprio per le dimensioni più contenute risultano più equilibrate e meno spaesanti. L’Abruzzo medievale, così, deve la fioritura di grandi abbazie anche all’abate Desiderio, che dalla sua Montecassino guardò verso oriente, e al suo ambizioso progetto realizzato ai piedi della Maiella: è grazie a questa ambizione e a questa “colonizzazione” se San Salvatore può vantare, pur dalla solitudine in cui oggi si trova, una primogenitura che la pone chiesa madre del romanico in Abruzzo, e le fa onore.

Il pavimento cosmatesco verso la parte presbiteriale

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Come l’Abruzzo, anche la terra alta tra Milano e i Laghi è ricchissima di architettura romanica. Da qui i “maestri comacini” portarono i segreti della loro laboriosa abilità costruttiva un po’ dovunque in Europa. Un itinerario in dieci tappe racconta le loro realizzazioni più preziose – da Almenno San Bartolomeo a Gravedona, da Agliate ad Arsago Seprio a Civate – e lo spirito, i colori, i materiali, i modi e i vezzi che hanno lasciato nelle loro terre d’origine: DIECI PERLE romaniche TRA MILANO E I LAGHI

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Nella vasta piana padana – la “Lombardia” medievale – dodici delle grandi chiese costruite nel tempo romanico competono in magnificenza, autorità e splendore. Before Chartres le osserva e ne descrive il cuore, in un nuovo delizioso volumetto: LE GRANDI “chiese di città” DELLA PADANIA ROMANICA.

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3 pensieri su “L’abbazia vasta e… vuota sulla Maiella

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Beniamino Vitale (da Fb):
    Cosa si può dire di San Liberatore, un luogo molto importante e colmo di storie. A me molto caro e conosciuto. Qui fu inventato, grazie al genio dei Benedettini, il primo mulino ad acqua d’Europa (300 anni prima di Leonardo!). E qui le eccellenze sono molte come l’ospitalità di 800 monaci! Insomma un luogo da visitare e da segnalare, anche nelle sue peculiarità negative (come l’incamminamento sotto roccia distrutto e abbandonato che porta alla zona sottostante rupestre).
    Questi luoghi non possono sopravvivere di celebrazioni matrimoniali ricche di eventi o brevi documentari per mostrare come sono bravi gli amministratori nella salvaguardia del bene pubblico!

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    Qualche anno fa, credo cinque, finalmente ho visitato San Liberatore alla Maiella, la principale tra le chiese romaniche d’Abruzzo che ancora mi mancava, almeno all’interno.
    In una conca verdeggiante attorniata dai boschi, in uno spiazzo erboso, si erge questa magnifica abbazia dall’impianto basilicale, dai volumi nitidi e possenti, lineari e scevri da decorazioni superflue.
    Maestoso l’interno, certo spoglio, ma che si lascia meglio apprezzare, come il pavimento ad intarsi litici cosmateschi, non occultato da panche e sedie.
    Peraltro non me lo ricordo piano, ma leggermente in salita verso il coro questo pregevole pavimento.
    E mi paiono alquanto ingenerose le parole dedicate alle absidi, ree di non essere particolarmente scolpite nei peducci o negli elementi in genere decorativi.
    Qui più che altrove appare la sobrietà benedettina, pur in una abbazia che aveva un’enorme importanza nella regione, essendo forse l’archetipo tipologico delle altre successive e comunque un modello si riferimento.
    Possente poi la torre, prossima alla facciata,che pare non conclusa nella parte terminale, magari perta da una quadrifora, secondo la consueta scansione verticale.
    Un edificio superlativo. Irrinunciabile.

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