Le perle di Mozac usate come pietre: l’oltraggio dei muratori del XV secolo

I libri sul medioevo sono pieni di leggende dal fascino dubbio, e Before Chartres sempre diffida di chi, parlando d’arte romanica, narra di misteri risolti, sostiene interpretazioni geniali e sconvolgenti, inseguite per ingenuità o per troppo entusiasmo, o racconta di intriganti scoperte. La storia su cui proviamo a far luce qui – cioè come siano spariti e poi riapparsi i capitelli di Mozac, tra i più belli mai realizzati – è tutta vera, e Before Chartres la ricostruisce e la ripropone come uno dei più complessi e affascinanti casi aperti del romanico.

La navata dell’abbaziale e il capitello delle “pie donne”
Il capitello di Giona

Si va a Mozac, in Alvernia, perché nella chiesa dedicata ai santi Pietro e Caprasio si può ammirare un intero ciclo di bellissimi capitelli. La gran parte dei quali sta ancora in cima alle colonne della navata, nella collocazione originaria, e tra questi il più notevole è quello che racconta delle vicende del profeta Giona. Due altri capitelli però, sono stati ricollocati all’inizio della navata, e possono essere ammirati – girando loro intorno ed osservandoli come raramente ci capita di poter fare, e addirittura toccandoli con mano – in tutto il loro splendore. Il primo, a sinistra nella navata, è quello detto “degli atlanti”, e rappresenta su ciascuna faccia un personaggio avvolto nel fogliame, il secondo, molto noto, rappresenta le pie donne al sepolcro. Da dove vengono? Perché sono collocati in questa posizione? Bernard Craplet, che firma il volume sull’Alvernia di Zodiaque, dice che provengono del coro della chiesa, che in origine aveva la classica impostazione alverniate, con alte colonne a dividere il presbiterio dal deambulatorio: non c’è più, questo coro articolato, crollato nel Quattrocento e sostituito da un modesto e semplice coro gotico, ma ci restano appunto questi due capitelli ricollocati vicino alla controfacciata, che sono ben più grandi di quelli sulle colonne della navata proprio perché scolpiti per le colonne che facevano corona intorno all’altare.

I due capitelli all’inizio della navata

Ecco allora il primo passaggio interessante della vicenda dei capitelli di Mozac: dal coro perduto per sempre, due capitelli – e che capitelli! – sono tornati a far bella mostra di sé. Dov’erano finiti? Com’è stato possibile recuperarli? Questi pezzi meravigliosi sono stati fortunosamente individuati nel 1849, quando si scoprì la cripta dell’abbazia, dentro la quale erano finite le macerie del coro romanico: perfettamente ripuliti, e ricollocati nella navata, ora ne possiamo godere ancor meglio di come potessero fare i monaci e i fedeli che pregavano nell’abbazia nel medioevo.

Il capitello “dei venti” sui gradini del presbiterio

Un terzo capitello, delle stesse dimensioni, anche questo notevolissimo e anche questo proveniente dall’antico coro distrutto, è collocato oggi appena sopra i gradini che portano al presbiterio: è il capitello detto “dei venti, o “dell’Apocalisse”, e rappresenta gli angeli che, nel giorno del Giudizio, secondo il racconto di Giovanni, trattengono i venti impedendo loro di soffiare sulla terra: “Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra – si legge nell’ultimo Libro della Bibbia – e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi»”.

Gli angeli impediscono ai venti di soffiare (foto da techno.science.net)

Perché il vecchio ma autorevolissimo testo di Zodiaque non parla di questo terzo capitello, che pure è interessantissimo e collocato in posizione così centrale? Perché il capitello “dei venti” ci è stato restituito grazie ad un’ulteriore fortunatissima scoperta, molto recente: solo nel 1983, infatti, padre Jean Granet lo riconosce, completamente immurato nella parete del coro gotico, utilizzato in sostanza come pietra da costruzione; ed evidentemente del suo ritrovamento, del restauro e della ricollocazione gli autori del volume di Zodiaque non avevano avuto ancora notizia.

Il museo lapidario dell’abbazia: al centro, il quarto capitello (foto da techno.science.net)

Otto dovevano essere le colonne del coro romanico di Mozac, e otto i grandi capitelli che portavano in cima. E allora noi, che a questo punto, pur pieni di riverenza, un po’ diffidiamo della completezza delle informazioni fornite dal testo di Bernard Craplet, ci chiediamo che fine abbiano fatto i cinque che mancano. E scopriamo che, con un supplemento di impegno, possiamo ammirarne altri due. Un quarto, infatti, era già stato estratto dalla parete del coro gotico da padre Luzay nei primi anni del Novecento: utilizzato anche questo come materiale da costruzione, rappresenta quattro atlanti – è quindi quasi gemello di quello che sta all’inizio della navata – e poiché è stato gravemente danneggiato, si è preferito custodirlo nel museo lapidario dell’abbazia, insieme ad altri rilievi romanici recuperati durante le varie fasi dei dai lavori.

Il pezzo custodito a Londra (foto da techno.science.net)

Per ammirare da vicino il quinto capitello del coro di Mozac, dobbiamo invece volare a Londra: rappresenta i quattro Evangelisti che srotolano ciascuno un cartiglio con la prima parola del loro Vangelo. Non si sa molto del periodo e delle modalità del ritrovamento di questo quinto capitello; sappiamo però che nel 1937 il Victoria and Albert Museum lo acquistò dai privati che in quel periodo erano proprietari di una parte dell’abbazia.

Il capitello degli atlanti (foto da techno.science.net)

Come concludere questa piccola investigazione sui capitelli del coro di Mozac e sulle loro vicende intriganti? In primo luogo rilanciando la curiosità sui pezzi che potrebbero ricomparire in futuro, poiché abbiamo raccolto notizia solo di cinque degli otto capitelli originari: “Esistono dunque altre tre opere di questa importanza da scoprire – scrive il sito techno-science.net che ci è stato utilissimo per la nostra ricostruzione – forse inglobate all’interno delle mura gotiche della chiesa abbaziale, se non sono state distrutte o disperse altrove”. E alla fine si può rimarcare come capiti, a volte, che i “sacri testi” sul romanico non siano esaustivi, e che un sito, un blog e una ricerca fatta sul web ci possano dire qualchecosina in più su una chiesa o su un capolavoro dell’arte romanica. Anche senza tirare in ballo teorie misteriche, i cavalieri templari o pittoresche e astruse interpretazioni di simboli e iconografie.

I soldati addormentati nel capitello delle pie donne

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2 pensieri su “Le perle di Mozac usate come pietre: l’oltraggio dei muratori del XV secolo

  1. Avatar di Paolo Salvi Paolo Salvi

    Non finisce di stupire la splendida chiesa di Saint-Pierre-et-Caprais a Mozac coi sui splendidi capitelli, come quello magnifico e famosissimo delle Pie donne al Sepolcro. Interessante scoprire come siano stati recuperati quelli del coro romanico ed immaginare di poter in futuro anche i pochi che ancora mancano all’appello, forse tre sugli otto che potevano cingere l’altare romanico.

    Sono già stato due volte a Mozac (2019 e 2023) e penso che tornerei ancora.

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